UNIVERSITÀ E SCUOLA

Segnali di pace, non di guerra

Un appoggio esteso, convinto e consapevole alla pace e alla costituzione di un “ministero della Pace”: risultato apparentemente dissonante, quello che emerge da un sondaggio di pochi giorni fa condotto dal Centro di ateneo per i Diritti umani “Antonio Papisca” dell’università di Padova e dall’Associazione Papa Giovanni XXIII, soprattutto in tempi in cui la parola chiave di molte retoriche e di molti dibattiti è “violenza”, quando non “guerra”.

Eppure, la ricerca condotta nell’ambito della campagna per la costituzione del ministero della Pace – presentata il 12 febbraio scorso al Bo – dimostra al contrario che gli italiani non solo sostengono la costituzione di un apposito ministero, ma appoggiano largamente un approccio di costruzione attiva della pace. Se ciò avvenga più per stanchezza – dopo quasi un ventennio di guerre globalmente dislocate – o più per intima convinzione è difficile dirlo; quel che conta è nondimeno che – dati alla mano – un “discorso di pace” appare tutt’altro che appannaggio di poche “anime belle”. I dati, appunto: vediamoli nel dettaglio.

Innanzitutto, due italiani su tre (il 66%) vedono con favore la creazione di un ministero della Pace volto alla promozione, allo sviluppo e al coordinamento delle attività di prevenzione e di mediazione nonviolenta dei conflitti; una sorta di collettore delle politiche di pace, che le renda organiche e per ciò efficaci. Il 75% degli italiani, poi, pensa che un tale ministero dovrebbe attivamente proiettarsi sia a livello europeo che a livello internazionale.

Non solo, ma un tale ministero dovrebbe essere messo nelle condizioni di non limitarsi a una esclusiva moral suasion, che rischierebbe di svuotarne il valore politico, ma di dotarsi al contrario di un corpo civile di pace che sostanzi i suoi obiettivi fondativi: la pensa in questo modo l’81% di quanti sono favorevoli alla sua costituzione, facendo leva anche sul potenziamento (48%) o sul mantenimento (30%) dell’esperienza che vede coinvolti quei giovani italiani che nei contesti di conflitto sono impegnati in attività nonviolente di promozione della pace e di tutela dei diritti umani. Per il 70% degli italiani, dovrebbe essere ulteriormente valorizzata (“potenziata”) anche l’attività dei giovani che sono attivi nel servizio civile nazionale.

Quando si parla di pace, tuttavia, gli intervistati paiono riconoscerne l’intrinseco carattere multilaterale: in tal modo può essere letto il 64% degli intervistati che auspica un “potenziamento” del ruolo Onu nella gestione e nella prevenzione dei conflitti armati, così come il 62% che per l’Unione Europea vede un ruolo simile. L’Italia, per contro, scende al 39%, raccogliendo forse le opinioni tanto dei “realisti” – coloro che comunque riconoscono il limitato peso geopolitico del nostro Paese – quanto dei “convinti”, cioè di coloro che attivamente ritengono che non sia comunque compito di un paese specifico intervenire nella gestione e nella prevenzione dei conflitti armati.

Un forte elemento simbolico-ideale riemerge invece in merito alla questione “guerre giuste”: la quota di coloro che pensano che l’aggettivo “giusta” non possa in alcun modo accompagnarsi al sostantivo “guerra” è infatti pari all’85% di intervistati, per i quali una guerra “giusta” non può in alcun modo darsi. Un dato, questo, in crescita di sette punti percentuali rispetto a una precedente indagine nazionale condotta nel 2004.

Se dalle indicazioni più generali ci si sposta ad articolazioni più focalizzate, quel “discorso di pace” accennato in avvio precisa i propri tratti. Tra queste, il tema dell’industria bellica: il 79% dei rispondenti ritiene che oggi vi siano le condizioni per diminuire le spese militari (il 21% afferma “sì, senza dubbio”, il 58% “sì, ma non c’è la volontà di farlo”), mentre ben il 76% pensa che l’industria bellica dovrebbe essere “gradualmente riconvertita in altri settori”.

Un “discorso di pace” deve inoltre fondarsi su un’opera autenticamente culturale: lo pensa il 90% di italiani favorevole a inserire nei programmi scolastici obbligatori un insegnamento sull’educazione alla pace, ai diritti umani e alla nonviolenza; nella stessa misura, lo pensano gli italiani che reputano il metodo nonviolento e il paradigma dei diritti umani come certamente utili nelle attività formative delle forze di polizia e dei carabinieri; o l’89% che ritiene che simili metodi debbano partecipare a pieno titolo della formazione di base dei militari, così come l’86% che formerebbe al metodo nonviolento e al paradigma dei diritti umani anche gli amministratori pubblici a livello locale, regionale e nazionale.

Il retroterra “realista” appare nuovamente nel dato di quanti ritengono che la presenza dei militari in alcune aree metropolitane andrebbe potenziata – che cumula il 60% di risposte – e nel 26% di italiani che ritengono una tale presenza meritevole di essere lasciata “così com’è”. Per altro verso, tale esteso appoggio alle misure di contenimento militare individua altresì un più che consistente consenso (69% di favorevoli) rispetto al potenziale affiancamento dei militari con civili specializzati in pratiche di mediazione e di accompagnamento sociale.

Il “discorso di pace”, infine, non riguarda solo gli altri, ma è soprattutto una questione personale: così, il 94% degli italiani si dichiara molto o abbastanza sensibile alle questioni che riguardano la pace e la nonviolenza; considerando poi quanti dichiarano di aver partecipato negli ultimi mesi a qualche forma di sostegno attivo ad attività sui diritti umani, in favore della pace o di protesta contro la guerra (ad es., partecipazione a conferenze, firma di petizioni, marce di sostegno), questi raggiungono il 14% (un livello comunque discreto se comparato ad attività meno specifiche di partecipazione politica). Il fatto che in questi ultimi dati – che riguardano la personale predisposizione alla pace – possano esserci fenomeni di “desiderabilità sociale” non inficia tuttavia un largo appoggio alle pratiche nonviolente nella mediazione e nella risoluzione dei conflitti: pur non facendo difetto un 12% che qualifica simili pratiche come “una perdita di tempo”, il 29% di italiani le reputa infatti “la via maestra per la risoluzione dei conflitti”, il 39% una “pratica condivisibile anche se non sempre efficace”; sono poi “un’illusione” per il 14%.

Il complessivo quadro che emerge dal sondaggio, allora, testimonia potenzialità di pace tutt’altro che residuali. Il discrimine tra una loro effettiva messa in atto e l’incompiutezza di un richiamo che corra il rischio di restare tale transita proprio per ciò che i dati dimostrano con forza: che le chances di pace saranno tanto più reali quanto più saranno capaci di permeare le pratiche sociali, dalle azioni individuali ai grandi processi sistemici; e che la “scusa” di una pace attivamente voluta da pochi, e invisa o comunque indifferente ai più, non regge.     

Davide Girardi

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