In Salute. Virus emergenti in Italia
Foto: Adobe Stock
Mai come nelle ultime settimane è apparsa evidente la stretta relazione tra salute umana, ambiente ed ecosistemi. Al tempo stesso emerge il peso della globalizzazione nella circolazione dei patogeni e la necessità di un coordinamento internazionale nella risposta sanitaria. L’infezione da hantavirus, insorta a bordo della nave da crociera MV Hondius, fa ancora parlare di sé e il monitoraggio di eventuali casi ha interessato anche l’Italia (con esito negativo). Da qualche tempo i riflettori sono accesi sulla malattia da virus Ebola in Africa, dichiarata emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. “Questo caso è insolito – sottolinea Cristiano Salata, professore di microbiologia e virologia all’Università di Padova – perché è causato dal Bundibugyo ebolavirus, che storicamente ha provocato epidemie molto più rare rispetto ad altre varianti. Nella maggior parte dei focolai di Ebola, infatti, il responsabile principale è lo Zaire ebolavirus. Subito dopo, per frequenza, viene il Sudan ebolavirus. A differenza dello Zaire ebolavirus, per il quale oggi disponiamo sia di anticorpi monoclonali sia, soprattutto, di vaccini efficaci, contro il Bundibugyo ebolavirus non esistono al momento profilassi o terapie specifiche approvate. Per tale motivo, un eventuale focolaio desta maggiore preoccupazione dal punto di vista della capacità di contenimento”.
In questo scenario internazionale, l’Italia è diventata un importante osservatorio scientifico per lo studio dei virus emergenti, con l’obiettivo di rafforzare la capacità di prevenzione e preparazione a future minacce infettive. “Il termine emergente – spiega Salata che si occupa di questo filone di ricerche – non indica necessariamente un virus nuovo, come nel caso di Sars-CoV-2, comparso improvvisamente e totalmente sconosciuto fino a quel momento. Un virus emergente può essere anche un patogeno già presente in un determinato territorio, ma che semplicemente non era ancora stato identificato. Un’altra possibilità è che si tratti di un virus già noto e che, per qualche ragione, inizia a circolare in maniera molto più significativa rispetto al passato”. In questo articolo ci concentreremo sui virus emergenti veicolati da zecche, rimandando a un successivo approfondimento quelli trasmessi da zanzare.
Iscriviti alla newsletter Il Bo Live Salute
Febbre emorragica della Crimea-Congo ed encefalite da zecca
Il microbiologo spiega che in Italia diversi enti svolgono attività di monitoraggio, dagli Istituti zooprofilattici alle università, per verificare l’eventuale presenza nel nostro Paese di nuovi virus. “Uno di questi è il virus della febbre emorragica della Crimea-Congo: forse esiste già una circolazione molto limitata, e proprio per questo vengono monitorate le aree a rischio. L’esperienza osservata anche in altri Paesi mostra, infatti, che questi virus prima iniziano a circolare a livello ambientale, nei loro ospiti naturali e nei vettori; successivamente, quando superano una certa densità, iniziano a comparire i casi umani”. Ciò accade perché aumentano le probabilità che si verifichino quelle interazioni che permettono al virus di passare dal proprio ciclo naturale a quello che coinvolge l’uomo.
“Anche il virus dell’encefalite da zecca può essere considerato emergente, almeno in parte, perché si sta espandendo. Diversamente da un tempo, oggi il patogeno è stato rilevato nel veronese e nel Nord-Ovest dell’Italia”. Salata osserva che i cambiamenti climatici hanno un impatto sulla vegetazione, sul movimento degli animali e naturalmente anche sulle condizioni ambientali favorevoli alle zecche. Con l’aumento medio delle temperature, infatti, questi animali stanno colonizzando aree sempre più a nord e a quote più elevate. Questo amplia inevitabilmente la loro area di diffusione, aumentando statisticamente anche la probabilità che il virus circoli e possa arrivare più facilmente all’uomo.
Nel caso del virus dell’encefalite, la zecca non è il serbatoio del virus, ma soltanto il vettore, perché il virus rimane in altri animali, probabilmente piccoli roditori e altri piccoli mammiferi. “Di conseguenza, ha un peso rilevante anche il modo in cui si espandono le popolazioni animali che fungono da reservoir. C’è poi un altro aspetto problematico: all’interno della stessa area il virus tende a concentrarsi in punti molto specifici. Si può attraversare un grande prato di montagna e trovare zone in cui le zecche sono infette e altre in cui non lo sono affatto. Sembra quindi che esistano dei veri e propri spot ecologici molto definiti. Ed è difficile capire esattamente il motivo”.
LEGGI ANCHE
In Salute. Febbre Crimea-Congo: scoperta la porta d’ingresso del virus
I virus Jingmen e Alongshan
Due patogeni recentemente identificati in Italia sono i virus Jingmen e Alongshan. A individuarli è stato proprio il gruppo di ricerca di Cristiano Salata, nell’ambito del progetto nazionale INF-ACT, finanziato dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Il programma mirava a rafforzare la preparazione contro possibili epidemie in ottica One Health; tra i suoi obiettivi vi era anche la realizzazione di una mappatura del territorio nazionale che desse conto della diffusione dei vettori.
Il virus della zecca di Jingmen è un nuovo virus a RNA trasmesso dalle zecche e identificato per la prima volta nel 2010 nell’omonima regione della provincia di Hubei in Cina. In seguito è stato rilevato anche in molti altri Paesi del mondo, compresa l’Europa. “Nella maggior parte dei casi questo virus è stato individuato insieme ad altri agenti infettivi trasmessi dalle zecche. Queste infatti possono veicolare spesso più di un patogeno contemporaneamente: il morso dunque può causare più di una infezione, e questo complica parecchio il quadro”.
Il virus Alongshan, invece, è stato identificato per la prima volta in Cina nel 2017, ma successivamente anche in diverse nazioni d’Europa, come la Russia, la Finlandia, la Germania, la Svizzera, la Francia e recentemente la Polonia. Le persone che contraggono l’infezione, manifestano sintomi come febbre, cefalea moderata persistente, malessere, nausea, tosse, fastidio faringeo. Sintomi comuni sono anche i linfonodi ingrossati e doloranti nel collo. Va aggiunto infine che circa il 25-40% di chi contrae la patologia può manifestare un lieve danno epatico. Ad oggi non esistono trattamenti specifici, ma vengono impiegate le terapie antivirali convenzionali.
LEGGI ANCHE
In Salute. Zecche: strumenti per la prevenzione del rischio
Diffusione dei due virus in Italia
“Abbiamo rilevato entrambi i virus in varie aree d’Italia – argomenta Cristiano Salata –, anche se con frequenze molto diverse. Abbiamo analizzato soprattutto zecche provenienti dal Nord-Est, dove è stato identificato sia Jingmen virus sia Alongshan virus, ma con una prevalenza molto maggiore per il secondo, probabilmente perché la specie di zecca che abbiamo studiato (Ixodes ricinus, le classiche zecche dei boschi) sembra essere maggiormente associata a questo virus”. Il docente puntualizza però che Jingmen virus è stato trovato anche in altre specie di zecche, quindi il dato potrebbe essere stato influenzato dal tipo di campionamento.
“Abbiamo trovato anche alcuni casi di Jingmen virus in Sardegna, nel Centro Italia e nel Sud. La distribuzione è piuttosto ampia. Alongshan ci ha colpito per l’elevata presenza nel Nord-Est. Anche l’Istituto zooprofilattico inizierà a monitorarne la presenza in modo più sistematico, proprio per aumentare le conoscenze disponibili e raccogliere dati longitudinali, così da capire come evolve nel tempo la sua diffusione”.
La ricerca su Alongshan virus continua
La ricerca su Alongshan virus è ancora nelle sue fasi iniziali, dato che i meccanismi di patogenesi e le modalità di trasmissione non sono ancora del tutto noti. “Vogliamo studiarlo meglio – sottolinea Salata – proprio per capire se possa davvero avere un ruolo nello sviluppo di sintomatologie nell’uomo. Personalmente mi chiedo se possa esserci una correlazione con il virus dell’encefalite da zecca (TBEV, Tick-Borne Encephalitis Virus ), dato che Alongshan virus è molto presente proprio nelle aree in cui circola questo patogeno. Quando una persona viene morsa da una zecca e sviluppa una sindrome febbrile, sapere che esistono entrambi i virus e poter fare una diagnosi differenziale diventa fondamentale, perché permette di capire quale dei due possa essere responsabile dell’infezione”.
Continua il docente: “L’encefalite da zecca può causare patologie importanti, talvolta persino mortali o comunque debilitanti nel lungo periodo. Alongshan virus invece, sulla base delle conoscenze attuali, provoca soprattutto una sintomatologia febbrile che tende a risolversi nel giro di una decina di giorni, senza sequele gravi. Per questo riuscire a distinguere le due infezioni diventa importante dal punto di vista medico, soprattutto considerando che il TBEV si sta espandendo in maniera significativa. Ha implicazioni nella gestione del paziente, nella diagnostica e nella sorveglianza sanitaria”.
Secondo Salata è molto probabile che il virus Alongshan sia presente da molto tempo sul nostro territorio, ma non è mai stato identificato prima. “Questo significa che non siamo di fronte a un nuovo patogeno, ma si tratta di un virus che abbiamo appena imparato a riconoscere. L’aspetto davvero importante è pratico: migliorare la sorveglianza e la gestione clinica dei pazienti sintomatici. Queste ricerche servono proprio a capire meglio quali agenti trasmessi da zecche possano causare determinate sintomatologie, così da migliorare sia la prevenzione sia la gestione dei casi”.