SCIENZA E RICERCA

Ateo o credente? Vegano

Essere vegani è una semplice scelta alimentare o una forma di religiosità? Sì, avete letto bene. Se la domanda sembra essere provocatoria, la risposta in realtà non è così scontata. Uno studio concluso alcuni mesi fa da Vincenzo Romania sociologo dell’università di Padova, sembra infatti far intravvedere nel veganesimo una sorta di “enfasi protoreligiosa”. 

Ma andiamo con ordine. Lo studioso parte da alcune premesse e osserva innanzitutto come in ogni religione esista una forma di attenzione verso il cibo. Alimenti “impuri” esistono in molte dottrine e come tali vengono sanzionati. Si pensi, ad esempio, nella religione cristiana alla pratica del digiuno durante la quaresima o alla rinuncia del cibo in alcune forme di ascetismo. Si avverte dunque una forte dimensione rituale nella consuetudine a cibarsi. 

Il veganesimo nello specifico, così come lo definisce The Vegan Society, società sorta nel 1944, è un modo di vivere che cerca di escludere per quanto sia possibile tutte le forme di sfruttamento e di crudeltà rivolte agli animali, perpetrate per produrre cibo, vestiario o per qualsiasi altro proposito. “Già in questa definizione – sottolinea lo studioso – si avverte un ampio spettro di impegni che vanno a colonizzare la vita quotidiana, una pervasività che diventa coercitiva al punto tale da poter essere paragonata a una forma di religiosità”. Essere vegani significa infatti non solo rifiutare alimenti di origine animale, ma orientare in questo senso anche le proprie decisioni in fatto di abbigliamento, cosmetici, prodotti come detergenti e detersivi. È una pratica che si estende dunque alla realtà di ogni giorno e che si fonda sul presupposto di non arrecare sofferenza agli animali. 

Secondo Romania proprio quest’ultimo punto richiama il principio di non sofferenza, di pacificazione tipico delle filosofie e fedi orientali. Ciò porta a considerare che non esista una specie superiore a un’altra (nello specifico l’uomo superiore ad altri esseri viventi), ma qualsiasi forma di vita è considerata degna.

Le ragioni che spingono a diventare vegani vanno dalla condivisione di valori etici nel rispetto degli animali, a motivi salutistici o ambientalisti fino a questioni di ordine religioso. Si cerca di sposare un modello di vita il più possibile morale non solo nei confronti degli animali, ma più estesamente nei confronti dell’ambiente in senso olistico, nella sua interezza. Partendo da una visione del mondo spesso anti-capitalistica. Da sottolineare, tra i vegani, la differenza tra chi si limita ad aderire ai principi e chi invece pratica il veganesimo anche attraverso attività di volontariato aventi lo scopo di salvare animali o manifestare le proprie idee. 

Partendo da queste premesse Romania suppone che il veganesimo possa essere considerato una forma di religiosità implicita secondo la definizione di Edward Bailey, cioè una religiosità che non è istituzionalizzata ma include un impegno quotidiano, degli assunti di fede e una serie di vincoli che prescindono dalla fede stessa. Per confermare le proprie ipotesi il sociologo monitora il forum di una comunità vegana per un anno (da giugno 2013 a giugno 2014). “Ciò che mi interessava – sottolinea – era soprattutto vedere in che modo nelle discussioni tra vegani si costruisse una pratica, ci si desse reciproco supporto e si condividessero esperienze. Come, cioè, si creasse una forma di significato che partiva dal cibo e si estendeva all’intera vita quotidiana”. 

Romania giunge ad alcune conclusioni. Evidenzia come i vegani possano essere considerati un gruppo informale, aperto cioè all’adesione di nuove persone, ma con una certa stratificazione interna tra “esperti” e “debuttanti”. La scoperta del veganesimo, la “conversione” viene condivisa nella comunità proprio come avviene in alcuni gruppi di preghiera. Sostenendo il principio di non violenza verso gli animali, sono contro la sperimentazione animale nella ricerca scientifica. Ancora, tra vegani e non vegani viene a crearsi una forte distanza sociale tanto da rendere difficili le relazioni: chi sta fuori dalla comunità è spesso sottoposto a stigmatizzazioni, al punto da essere considerato conservatore, maschilista, addirittura violento. Nell’ottica del sociologo inoltre c’è una certa enfasi a interpretare l’intera esperienza quotidiana alla luce delle pratiche vegane, tanto da fondere la propria identità con questa scelta. Un po’ come un biologo che parli sempre di biologia e si autorappresenti solo in quel singolo ruolo. Ciò significa rinegoziare i ruoli familiari e ripensare le forme di socializzazione a partire dal cibo. “Faccio seguire la dieta vegana a mio figlio?”, “mantengo una relazione con una persona onnivora?” sono solo alcune delle questioni che vengono poste sul forum.    

Alla luce di tutto questo perché non parlare di filosofia di vita? “Nel termine religiosità – spiega Romania – da distinguere rispetto a religione, vedo una più chiara definizione del gruppo sia simbolica che organizzativa, una ritualità  quotidiana non semplicemente limitata alla pratica dell’alimentazione e un coinvolgimento individuale più vincolante”. 

Da parte loro però, i vegani non ci stanno. Davanti alle teorie di Romania, esposte recentemente a Padova, più di uno replica. Tra questi una giovane donna di poco più di 40 anni, vegana da sette anni e vegetariana per i 15 anni precedenti. “Essere vegani non è una scelta di rinuncia ma una scelta di liberazione, perché nel momento in cui si scopre la realtà che sta dietro all’alimentazione onnivora, e cioè  lo sfruttamento, la tortura e il massacro di miliardi di animali, si spalancano gli occhi sull’orrore e non si può più far finta di niente. È vero che a volte possiamo sembrare un po’ duri e intolleranti con chi non la pensa come noi, ma chi si occupa di salvare animali tutti i giorni della propria vita non riesce a essere così accomodante nei confronti di chi invece si rende responsabile dell’uccisione di animali, pur essendo a conoscenza dei fatti”. E conclude con una puntualizzazione sulla ricerca scientifica: “Noi non siamo contro la scienza e non siamo contro le persone malate, ma vorremmo anche che si cercasse di superare questa scienza antiquata che si fonda sulla sperimentazione animale”.    

A ognuno il proprio punto di vista, con un minimo di autocritica però. 

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