SOCIETÀ

Germania: nella crisi dell’euro Lutero conta più della Merkel

Difficile da credere, ma l’espulsione della Grecia dall’euro e l’idea che Spagna e Italia devono espiare la finanza allegra degli anni scorsi con dieci anni di patimenti hanno più a che fare con la filologia che con l’economia, o con la politica della costruzione europea. Tutto sta in una parolina, Schuld, che in tedesco vuol sì dire debito ma significa anche “colpa”. Se in inglese esistono due parole, debt e guilt, in francese dette e faute, in italiano debito e colpa, in tedesco esiste solo Schuld: i due concetti  sono indissolubilmente legati dal vocabolario, il che rende difficile a chi abita tra le sponde del Reno e quelle dell’Oder il pensare alla crisi dell’euro in modo razionale. La favola della cicala e della formica è diventata  la Road Map  per risolvere il problema. 

Bisogna diffidare delle spiegazioni economicistiche: anche se la Germania, in questo momento, trae vantaggio dalla crisi, le ragioni della posizione della Merkel sono assai  più profonde del timore di doversi accollare i costi del salvataggio di Grecia, Spagna e forse Italia. Angela Merkel è figlia di un pastore luterano, il presidente della Repubblica Joachim Gauck è un pastore lui stesso: sono politici in sintonia con un’opinione pubblica nella quale gli istinti punitivi sono molto forti. C’è un elemento religioso che domina la discussione sui giornali tedeschi: l’idea che i paesi mediterranei devono pagare per i loro peccati, in particolare la Grecia che ha truccato i conti ingannando gli onesti contribuenti tedeschi.

Angela Merkel, inoltre, non può sottrarsi al peso della Storia: per qualsiasi cancelliere tedesco il modello di leader del Paese rimane pur sempre Federico il Grande, che si considerava il primo servitore dello Stato, come scriveva Friedrich von Heinitz nel 1782: “Chi può stargli a pari? E’ attivissimo, mette i doveri prima dei piaceri, è il primo al lavoro. (…) non c’è un altro monarca come lui, nessuno così astemio, così coerente, nessuno così abile nell’utilizzare il suo tempo”. Nel 1914 e nel 1939 le virtù dell’antica nobiltà prussiana -devozione al dovere, efficienza, puntualità, spirito di sacrificio, basate su un’autentica fede luterana- furono messe al servizio di imprese belliche sconsiderate e criminali ma rimangono anche oggi il punto di riferimento per ogni politico di prima fila. Non si fa molta strada, a Berlino, dando un’immagine gaudente o inaffidabile di sé: il caso dell’ex ministro della Difesa Karl-Theodor zu Guttenberg, un quarantenne belloccio che aveva plagiato parte della sua tesi di dottorato e fu costretto a dimettersi immediatamente sta lì a dimostrarlo.

Se questo è vero, cosa dobbiamo aspettarci dal governo tedesco nelle prossime settimane? I giornali sono pieni di resoconti sulle dichiarazioni di “falchi” e “colombe” e sulla posizione della Bundesbank, il cui presidente Jens Weidmann è ogni giorno sulle prime pagine dei giornali, ma in realtà le sorti della Grecia sono segnate. Con il tacito assenso del presidente francese François Hollande e del presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi, la Germania vuole costringere  la Grecia a uscire dall’euro ponendo condizioni sempre più stringenti e impossibili da realizzare al governo di Atene. L’economia greca è in una recessione profonda, quindi le entrate fiscali calano, quindi ogni settimana c’è la richiesta da parte dell’Unione Europea e del Fondo Monetario, di nuovi tagli di bilancio, nuovi licenziamenti nel settore pubblico e nuove tasse. E niente dilazioni. Per quanto il primo ministro Antonis Samaras possa essere disposto a recitare la sua parte in commedia –il governo fantoccio- a un certo punto dovrà scegliere tra usare i carri armati contro i suoi concittadini o abbandonare l’euro e tornare alla dracma. 

Questo probabilmente avverrà  dopo le elezioni americane, perché l’amministrazione Obama ha ripetutamente avvisato la Merkel che non vuole una crisi europea prima delle elezioni del 6 novembre. La scommessa del governo tedesco è che le turbolenze che seguiranno alla rottura dell’unione monetaria potranno essere controllate e che, nel giro di qualche mese, tutto tornerà alla normalità. Con la Grecia all’inferno, Spagna e Italia saranno costrette a redimersi, cioè ad accettare dieci anni di stagnazione pur di rimanere nella moneta unica. I debiti (Schuld) saranno pagati e le colpe (Schuld) espiate. 

Potrebbe andare così, ma la Germania dovrebbe ricordare che i suoi programmi per l’Europa sono già falliti due volte negli ultimi 100 anni e il prezzo più salato, alla fine, è stato pagato dai suoi cittadini. (2/fine)

 

Fabrizio Tonello

 

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