SOCIETÀ

Il fallimento della mamma tigre

Ore e ore di pianoforte forzato, niente pigiama-party, zero attività extracurriculari divertenti; e punizioni fino alla gogna familiare in caso di delusione delle aspettative dei genitori. Quando l'epopea della “mamma tigre” uscì, due anni fa, creò immediatamente un caso, e non solo negli Stati Uniti, per i confronti tra l'educazione nelle famiglie asiatico-americane e le altre; il libro di Amy Chua suscitò un certo interesse anche da noi, piombando in pieno sul dibattito sul permissivismo della generazione dei genitori post-sessantottini e sulla nuova tirannia dei figli-imperatori. Anche qui,  genitori stressati e in crisi di identità si divisero tra fan e detrattori delle madri-tigre, discutendo sull'accettabilità di mezzi così duri sui nostri pargoli, e sulla desiderabilità del risultato (una performance eccellente in tutto, dalla scuola al lavoro alla vita quotidiana); mai mettendo in discussione, però, la loro efficacia nel raggiungerlo, quel risultato. Invece adesso uno studio - reso noto da Slate - manda in aria tutta la teoria della mamma-tigre, mostrando esiti del tutto negativi di quel modello educativo: risultati scolastici peggiori, alienazione familiare, problemi comportamentali... Un fallimento, insomma.

La misurazione precisa dell'impatto educativo della mamma-tigre si deve a una coincidenza. “Oh mio dio, ma io ho i dati su tutta questa roba!”, fu quel che si disse un'altra donna asiatico-americana, Su Yeong Kim, quando esplose il caso del libro di Amy Chua. Fatto sta che la professoressa Kim, dell'università del Texas, da qualche anno con altri ricercatori andava intervistando un campione di 300 famiglie sino-americane proprio per classificare e valutare i modelli educativi. Per far ciò, racconta Slate, Kim aveva corretto le categorie correntemente in uso tra i ricercatori occidentali, che usualmente considerano tre modelli genitoriali: il permissivo, l'autorevole, l'autoritario; e aveva in qualche modo introdotto nella classificazione proprio il modello molto esigente e duro che corrisponde alla figura della “tiger mom”. Classificati i modelli genitoriali, aveva poi seguito i figli nelle loro vite e carriere. L'esito finale della ricerca, venuta alla luce adesso, è netto: in primo luogo, il modello “tigre” non è affatto il più diffuso tra le famiglie sino-americane, e in ogni caso negli ultimi tempi prevale tra i padri più che tra le madri; quanto ai risultati, i ragazzi e le ragazze educati alla scuola “tigre” hanno peggiori esiti all'università e nell'istruzione in generale, e più frequenti problemi psicologici e di alienazione familiare, rispetto ai figli educati in famiglie che adottano altri modelli, sia quelli più lassisti che quelli basati su comprensione e sostegno. Insomma, i cuccioli-tigre non sono dei “vincenti”, per dirla col gergo caro a mamma Chua.

Sarà vero? O lo studio di Kim non soffre, al pari del pamphlet di successo di Amy Chua, del difetto della generalizzazione? Dovremo adesso assistere a un'ondata opposta a quella del 2011, e a una rivalutazione di mamme (e padri) all'italiana, quelli che accompagnano i figli perfino a fare i test di ingresso all'università? Va detto che, mentre il libro di Amy Chua si basava su una sola esperienza – personale - il lavoro di Su Yeong Kim è frutto di una ricerca, fatta con metodi scientifici, che ha coinvolto l'osservazione di 300 famiglie. E che, a stare a quel che si legge, ha fatto attenzione a depurare i risultati da influssi di altre variabili (ad esempio, il background sociale che ovviamente incide sulle performance dei figli, qualunque sia l'educazione che si riceve). Ne viene fuori che, anche nel contesto delle famiglie miste con un genitore di origine asiatica e l'altro americano, e all'inizio del terzo millennio, il modello più valido è un mix di autorevolezza e comprensione, attenzione e calore, autorità e libertà: qualcosa che ci ricorda una certa Montessori, non a caso celebrata, nel pieno della moda delle mamme-tigre, proprio in patria americana.

Roberta Carlini

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