CULTURA

L’Argentina dà i natali alla fiction paranoica

Claudia Piñeiro va immaginata come il personaggio del suo ultimo romanzo (Betibù, Feltrinelli 2012): quella Betibù dai capelli neri che di mestiere fa la scrittrice e intanto indaga e scrive su un caso di omicidio. L’autrice spiega le ragioni dell’affinità con il suo personaggio: entrambe scrittrici sulla cinquantina, che, come Betty Boop nel fumetto di cui il personaggio del libro è l’immagine invecchiata, mantengono inalterate le caratteristiche più spiccate della femminilità: rotondità del corpo e carattere accogliente. Devono però convivere con l’età che avanza, le rughe da accettare, i mariti da sorvegliare, i figli che crescono. Di sé Betibù dice, riflettendo in terza persona: […] Lei non è un cartoon, e mentre il cartone animato conserva intatti i suoi riccioli, la bocca e le gambe, il corpo di Nurit Iscar, Betibù, va mutando di anno in anno. Come sarebbe una Betty Boop di oltre cinquant’anni?

Per affrontare ogni aspetto della vita, Claudia Piñeiro, come il suo alter ego di carta, usa lo humour. Così, in ciascuno dei suoi tre romanzi, fa avere ai personaggi un pensiero sagace quasi ad ogni pagina, suggerisce una visione alleggerita, quasi naïve della vita, e lo fa all’interno di trame che per loro natura, essendo noir, dovrebbero avere tinte fosche. I suoi romanzi appartengono a quella narrativa di genere, abbastanza diffusa ormai in Argentina, che Ricardo Piglia chiama fiction paranoica, dove tutti sono sospettati e tutti si sentono indagati.

Eppure oltre a rinnovare il genere giallo, aggiungendo quel tanto di humour che basta, le scelte narrative della Piñeiro confermano la tesi secondo cui il romanzo di genere è quello maggiormente adatto per descrivere il mondo, diventando quasi lo specchio di un paese (lo fanno anche i nostri gialllisti, da Carofiglio, a Piazzese, passando per Camilleri che raccontano il Sud; Pederiali, Perissinotto, Farinetti, Varesi, la Oggero e tanti altri, i cui personaggi calpestano strade del Nord; Malvaldi che trasuda toscanità da ogni parola).

Il paese di Claudia Piñeiro è l’Argentina e, la scrittrice chiarisce subito, in Argentina il romanzo noir alla Mankell non potrebbe mai funzionare: non può essere un poliziotto, un commissario di polizia o una qualsiasi figura istituzionale ad indagare su un caso come protagonista di un giallo. Esperienze di corruzione sono infatti all’ordine del giorno e il lettore non si fiderebbe: non avverrebbe cioè quel meccanismo di identificazione per cui il lettore, seguendo le orme del protagonista che investiga, cerca a sua volta di risolvere il mistero. Ecco che quindi subentra Inès di Tua, moglie devota, o Betibù, scrittrice assistita da due giornalisti nell’omonimo romanzo.

Claudia Piñeiro ha scelto di vestire da investigatori proprio due giornalisti per raccontare, a suo modo, il mondo argentino dell’informazione, che definisce imbavagliato, specificando che nemmeno gli scrittori possono permettersi di criticare più di tanto il sistema nei loro libri. I giornalisti, poi, “tengono famiglia” come tutti e risulta evidente come debbano adeguarsi alla linea editoriale, chiara e ben definita della loro ciascuna testata.

[…] Quella è fuori di testa. Come hai potuto pensare che un pezzo simile potesse essere pubblicato? In questo giornale c’è una linea editoriale, non possiamo sbattere sulla pagina quel che ci pare.

Ambienta il romanzo Betibù all’interno di un country club, realtà tipicamente argentina e sconosciuta in Europa: è un'agglomerazione simile ad un quartiere ma recintata, il cui ingresso avviene previa autorizzazione. Al suo interno si abita (molto spesso come se si fosse in villeggiatura), si fa sport, piscina, si danno party: insomma si socializza, e non necessariamente è una realtà per ricchissimi, ce n’è per tutte le tasche. L’autrice spiega, infatti, che in Argentina lo Stato si è fortemente allontanato dal compito di farsi carico della sicurezza dei cittadini e il timore che possa succedere qualcosa si è trasformato in un business, facendo sorgere la moda dei country club.

[…] oggi, a chi vuole entrare in un luogo come questo viene richiesto: autorizzazione di un socio maggiorenne […], documento di identità […], assicurazione contro terzi intestata al guidatore dell’auto che entra […], foto […], perquisizione del bagagliaio dell’auto all’ingresso e all’uscita, e ora anche la revisione del cofano all’uscita, nel caso che un visitatore nasconda qualcosa tra il radiatore e il motore. […] Se il veicolo si presenta di notte […] è stato aggiunto l’obbligo di spegnere i fari e accendere le luci interne, affinché il guardiano possa verificare chi vi sia dentro l’abitacolo, esattamente lo stesso procedimento in uso ai tempi della dittatura militare quando veniva fermata un’auto.

Non è solo il richiamo alla tradizione anglosassone dell’enigma nella camera chiusa, che le fa scegliere il country club come ambientazione; si sente, in aggiunta, la voglia di rappresentare e silenziosamente denunciare lo stato delle cose nell’Argentina di oggi, perché, a quella di ieri, Claudia Piñeiro non fa mai cenno.

Anche il colpevole non viene svelato: l’autrice si nasconde dietro alla ricerca di verosimiglianza con le situazioni della vita reale, dove cioè il colpevole ben di rado viene scoperto e punito, e parla anche di rispetto per l’intelligenza del lettore, cui viene lasciato il piacere di fare da sé. Fa dire infatti al sospettato numero uno: […] ma chi è l’assassino? Chi vuole la morte di un altro, chi la commissiona, chi la esegue […], chi organizza l’esecuzione, chi la pianifica, chi la copre, chi si fa pagare per il lavoro sporco? Quale di loro è più responsabile? […] Sa cosa risponderei io? Che l’assassino è colui che rimane vivo alla fine di tutto, quello che nessuno è riuscito ad ammazzare.

Così si potrebbe anche arrivare a pensare, sfogliando l’ultima pagina, che il colpevole sia proprio chi, in un romanzo giallo, non lo deve proprio essere, pena lo stravolgimento del genere: il poliziotto. Però ci si potrebbe anche sbagliare, dopo tutto è una fiction paranoica.

 

Valentina Berengo

 

 

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