SOCIETÀ

Link Tax, l'autogol degli editori spagnoli

Alla fine, lo stop è arrivato davvero: con il 16 dicembre l'edizione spagnola di Google News è sospesa, come annunciato dall'azienda sul suo blog nei giorni precedenti. Tutti i contenuti provenienti dal Paese, dai maggiori quotidiani all'ultimo blog, non vengono più indicizzati. Non c’è stato giornale o blog online che in questi giorni non abbia dedicato un articolo alla chiusura in Spagna dell'aggregatore di notizie di Google, attivo in 70 edizioni internazionali e in 35 lingue diverse. La decisione di spegnere il servizio è stata presa dal gigante di Mountain View a seguito dell’approvazione della Ley de Propiedad Intelectual (entrata in vigore prevista: 1 gennaio 2015), la nuova legge spagnola sulla proprietà intellettuale passata al Senato con 172 voti a favore, 144 contrari e tre astenuti e approvata lo scorso 30 ottobre. 

La riforma prevede che i servizi di aggregazione di notizie che indirizzino sui siti produttori di contenuti debbano sempre pagare i diritti d'autore, anche se la news riporta solamente titolo e sommario quale aggancio al contenuto originario. Tutti gli aggregatori di notizie dovranno corrispondere un “equo compenso” agli editori, detto "Link Tax": chiunque pubblichi un link o una breve citazione di un articolo di giornale sarà tenuto a farlo. In altri termini, fornire link verso un sito di informazione o dare anteprime di notizie da parte degli aggregatori è considerato dalla legge spagnola “un valore che deve essere pagato”. Inutile dire che la norma mina la stessa idea originaria del web vietando il libero utilizzo del link, uno strumento considerato dai suoi ideatori fra le basi di internet fin dalla sua nascita nel 1991. Altro punto controverso della legge è l'irrinunciabilità della Link Tax: il compenso va pagato anche se non sono richiesti diritti dai titolari. La normativa approvata prevede altre novità discutibili tra cui sanzioni per le pagine web che contengono link a "siti pirata" o a portali per scaricare ebook, film o video, sia direttamente sia via torrent. 

Come facilmente prevedibile questa legge ha suscitato un'opposizione diffusa: ha rapidamente raggiunto le 80.000 firme la petizione per richiedere il ritiro di questo provvedimento, visto come "un regalo del governo ai grandi quotidiani" che danneggerà i motori di ricerca e i progetti in Rete di migliaia di cittadini e piccoli imprenditori. Se a favore si era espressa l’Associazione degli editori di quotidiani spagnoli (Aede) che dichiarava di non vedere differenza tra un link che riporta un “frammento non significativo” di un loro contenuto e chi quel contenuto lo copia integralmente, al contrario le associazioni della stampa online assieme ad organizzazioni europee di editori hanno rivolto un appello al Commissario Günther Oettinger, che ha competenze in materia di economia e digitale. La richiesta rivolta all’Ue è quella di “un intervento rapido al fine di scongiurare che altri governi nazionali appartenenti all'Unione, nel tentativo di agevolare il settore dell'editoria, non finiscano per legiferare ottenendo, come in Spagna, l'effetto contrario”. ”Una pagina nera è stata scritta per l'editoria online e riguarda tutti noi. Editori e lettori. La libertà di informare e quella di essere informati”, recita la lettera aperta. 

Dal canto suo, la rivista Wired parla di ennesimo autogol europeo, definendo la legge spagnola antistorica, miope e anacronistica. Di fatto, si sottolinea, Google News porta agli editori spagnoli dal 10 al 30% del loro traffico. Che si tratti o meno di una dimostrazione di forza di BigG contro le leggi europee, all’origine del conflitto c’è uno scontro culturale tra chi teme la rete e le nuove tecnologie e chi “nella new economy – essendosi mosso per primo ed avendoci investito cifre a tanti zeri da non riuscirli più a contare – ha acquisito ormai una posizione di straordinario vantaggio.” scrive Wired. Secondo la rivista la Spagna con questa legge rinuncia di fatto al web e alla libertà di espressione. 

In molti Paesi dell'Unione, linkare a una risorsa senza autorizzazione o anche a un sito illegale non è considerato di per sé una violazione delle norme sul diritto d’autore, perché un utente che curi un blog non sempre è in grado di distinguere tra una risorsa legale e una illegale. Far ricadere la responsabilità del link sull’utente finale può risultare perciò difficilmente giustificabile ed eccessivo. Google stessa da parte sua ha sempre affermato che in considerazione del fatto che il suo aggregatore di notizie non genera ricavi, in quanto nessuna pubblicità viene mostrata sul sito, il servizio si basa esclusivamente sull’eccezione prevista dallo stesso impianto normativo europeo della legge sul diritto d’autore che consente il diritto di citazione. 

Il braccio di ferro tra Google e gli editori dei paesi europei si sta trascinando ormai da qualche anno e con questa ultima vicenda sta precipitando verso uno scontro di cui i primi a fare le spese sono gli utenti e la funzionalità del web a causa dalla mancanza di unità d’azione tra i Paesi Ue, ma soprattutto a causa della mancata presa di posizione della stessa Commissione Europea. La prima querelle in Europa risale a un decennio fa, quando l’associazione degli editori belgi aveva accusato il motore di ricerca di danneggiare il traffico dei suoi giornali online. La controversia fu risolta con un accordo che prevede la pubblicità dei servizi di Google sui media degli editori e l’ottimizzazione dell’uso delle soluzioni pubblicitarie fornite dalla multinazionale. Così anche la Francia si è accordata nel 2013 ottenendo un contributo una tantum per progetti editoriali finalizzati. In Germania la scelta di come procedere è stata molto controversa, da quando la “Leistungsschutzrecht für Presseverleger” la discussa legge avanzata dal governo Merkel e sostenuta fortemente fin dal 2012 dai colossi dell’editoria tedeschi Bertelsmann e Axel Springer è stata di fatto aggirata dagli stessi editori pentiti che hanno fatto marcia indietro

L’intento degli editori tedeschi era infatti monetizzare l'utilizzo dei loro contenuti pretendendo l'11% per cento degli introiti generati da Google, Microsoft e Yahoo attraverso gli snippet, i frammenti con estratti di notizie. Google decise allora di rimuovere foto, video e anteprime che gli editori ritenevano responsabili di cali di visibilità e conseguente abbattimento del valore in termini pubblicitari. Di fatto ciò è costato notevolmente agli editori in termini di traffico e introiti, a tal punto che - in barba alla legge che avevano sostenuto e voluto – gli editori hanno scelto di concedere gratuitamente a Google la licenza d'uso per i loro contenuti, proprio perché senza la vetrina di Google News l’editoria rischiava danni irreparabili. Un esito paradossale che sembrerebbe dietro l'angolo anche per la vicenda spagnola. In contemporanea con la sospensione del servizio giunge infatti la notizia che gli stessi editori dell'Aede, spaventati dagli effetti della mancanza dell'aggregatore, chiedono al Governo di attivarsi per la sua riapertura: in caso contrario, affermano, "ci rimetterebbero cittadini e aziende".

 E in Italia, dove alcune proposte vanno in direzione simile a quella spagnola? Speriamo che il nostro Paese scelga la via giusta, anche se l’oscuramento delle rassegne stampa di Camera e Senato del gennaio 2013 non è certo di buon auspicio.

Antonella De Robbio

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