CULTURA

Spegni l'auto e vai a camminare. Alzati quando è ancora buio

“Stanchi di giocare ci sdraiavamo ai piedi dei Quattro larici e a voce alta leggevo i libri di avventure; ognuno di noi era un personaggio: Corsaro Verde, Penna di Falco, Sandokan, Kim, il Capitano. Al tramonto salivamo tutti sulla cima degli alberi, ognuno aveva il suo, e, da lassù, si osservava in silenzio il cielo dove vagavano fantastiche nuvole rosse”. Nella prefazione all’edizione Einaudi del 1965, per le scuole medie, de Il sergente nella neve, Mario Rigoni Stern (1921–2008) ricostruiva la sua infanzia felice sull’Altopiano. Usava uno stile accattivante, voleva parlare chiaro per conquistare i ragazzi. A loro si rivolgeva sempre con piacere, non dimenticando il suo percorso di formazione e le letture giovanili, da Salgari a Nievo, da Stevenson a Conrad. Partendo da queste intenzioni e condividendone lo spirito educativo, il giornalista Sergio Frigo, compaesano e amico di Rigoni Stern, ha ideato un progetto dedicato proprio allo scrittore di Asiago: una guida che intreccia memoria e contemporaneità, ripercorre i luoghi e le pagine di Rigoni Stern e utilizza la tecnologia, ovvero “gli strumenti della modernità per cui lo scrittore nutriva una naturale diffidenza”, ma che, oggi, rappresentano certamente il canale diretto e più efficace “per comunicare – spiega Frigo - proprio con i giovani, gli interlocutori privilegiati del Mario”. 

Foto per cortesia del sito I Luoghi di Mario Rigoni Stern

I luoghi di Mario Rigoni Stern è un’app gratuita (a cui è collegato un sito), in italiano e in inglese nelle versioni iOS 8 e Android, per smartphone e tablet, ma anche un museo all’aperto e un parco letterario virtuale dedicato allo scrittore e alla sua terra. Un lavoro accurato e complesso portato avanti dal giornalista, dalla famiglia di Rigoni Stern, dal biografo Giuseppe Mendicino e da un gruppo di collaboratori, fotografi e studiosi (tra questi anche Sara Luchetta, dottoranda dell’università di Padova, a cui si devono la classificazione dei toponimi presenti nei romanzi e l’analisi del rapporto col territorio), realizzato per conto del Comune e del Consorzio Turistico di Asiago e dell'Altopiano con i finanziamenti del Gal, per le edizioni Me Publisher. Venticinque gli itinerari proposti e costruiti partendo dai libri dello scrittore, oltre 250 immagini dei fotografi dell'Altopiano, registrazioni audio e video e un centinaio di luoghi descritti e geolocalizzati, più o meno noti: dal Sacrario, di cui scrisse ne Le stagioni di Giacomo, al Monte Zebio, nucleo originario dell’Ecomuseo della Grande Guerra, presente ne L’anno della vittoria e ne Il bosco degli urogalli. E ancora, dall’amata cima Portule ai sentieri nascosti sul versante nord del monte Ortigara, a cui si aggiungono altri luoghi significativi per la sua formazione e la sua esperienza di vita, quelli che lo videro formarsi militarmente ad Aosta, combattere sulle montagne dell'Albania, lottare per salvare se stesso e i propri uomini nella ritirata di Russia e, infine, patire per oltre 20 mesi nei lager europei per aver rifiutato il nazi-fascismo. Tante anche le foto inedite, immagini in bianco e nero dell’infanzia e della giovinezza, il cappello d'alpino indossato durante la prigionia, i quaderni pieni di appunti, la macchina da scrivere che gli regalò Olivetti nel 1953 e il bastone intagliato da Mauro Corona, la stampa descritta in Storia di Tönle, ritrovata grazie a un lettore. E poi le canzoni a lui care: un brano popolare ucraino, cantatogli da alcuni giovani alla sua partenza per l'Italia, dopo un viaggio sui luoghi della guerra, la canzone natalizia cimbra Darnach e Le bianche, musicata dall'amico Bepi De Marzi su una sua poesia e dedicata ai soldati morti sull'Ortigara.

Foto per cortesia del sito I Luoghi di Mario Rigoni Stern

Rigoni Stern aveva espresso un desiderio: “Forse sono presuntuoso, ma sarebbe bello che un giorno, leggendo un mio racconto, qualcuno potesse individuare il luogo e provare i miei stessi sentimenti e le mie stesse sensazioni”. Era profondamente legato alla sua terra, era un’icona dell’Altopiano capace però di “incarnare l’anima di tutta la montagna, anzi di tutte le periferie, diventando interprete del rapporto tra uomo e natura – continua Frigo -, tra storia collettiva e memoria personale e di comunità”. Non resta che iniziare il cammino, a piedi e smartphone alla mano, seguendo i suoi passi e le sue parole: “Spegni l’auto e vai a camminare. Alzati quando è ancora buio, sali in montagna e gustati l’irripetibile scena di veder nascere il sole, il meraviglioso trionfo della natura. Scopri il paesaggio che ti circonda, ascolta il cinguettare degli uccelli. Solo così potrai dire di aver vissuto veramente”.

Francesca Boccaletto

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