UNIVERSITÀ E SCUOLA

State comodi, siamo in Australia

Comodi, si fa tutto meglio.  Scorrono le porte a vetri della Fisher Library, University of Sydney, Australia. La scena, vista con occhi italiani, ha qualcosa di spiazzante.In una biblioteca si richiede compostezza, schiena dritta, atteggiamenti consoni. Non disturbare, prego. 

Ma qui è tutto diverso – ogni cosa, qui, in un certo senso è un’altra cosa. Piedi scalzi, divani, gambe nude, brunite dal sole. Persone mezze distese, molte più di quelle davvero sedute. Infradito abbandonate sulla moquette. “Melette con morso annesso” che si illuminano in serie: regola non scritta, essere sempre tecnologicamente avanzati. Auricolari nelle orecchie che isolano in mondi di musica.

Agli studenti australiani piace stare comodi e non è una metafora. La frase, a essere onesti, non è neppure precisa. In Australia, “studenti australiani” sta rischiando di diventare un’inesattezza: non credo di sbagliarmi nel dire che più (e forse molto più) della metà degli studenti proviene da altri paesi. Cina, India, Giappone, Thailandia, Indonesia. 

Una specie di invasione culturale. Studenti che arrivano con visti a lunga scadenza e trascorrono qui tre, cinque, dieci anni. Conservano alcune abitudini dei loro luoghi d’origine, per lo più il cibo – un giapponese si porta dietro il sushi per pranzo, un cinese i dumplings – ma per tutto il resto assorbono il principio generale della società australiana: vivere bene e farlo comodamente. Uno stile di vita a cui è molto facile adattarsi, perché ha a che fare con la naturalezza e il non dare alcun peso a certi formalismi sul comportamento e sull’estetica esteriore.

Gli studenti “australiani” quando studiano (ma non solo) sono corpi in libertà. Corpi “scomposti” o perfino maleducati, per chi non è abituato. In realtà non fanno male a nessuno. I piedi scalzi sono pulitissimi, qualcuno che si distende su un divano e dorme non turba la concentrazione dei presenti. Non ci si scandalizza per una gamba nuda (ma davvero nuda e davvero una gamba, per intero). In generale, c’è molta più libertà e la cosa è contagiosa.

Esistono tanti modi per dimenticarsi del corpo mentre si studia. Il modo degli Australiani è mettersi comodi, mettere il proprio fisico nella condizione di stare bene, di essere naturale. L'università lo sa, e offre un comfort adeguato. Divanetti di tutte le forme, sedie girevoli, sedie imbottite, tavolini rotondi, quadrati, rettangolari, puffs, lunghi banchi con vista sulla city addossati a giganti finestroni che inondano le sale di luce. Panorama-piscina, panorama-Victoria Park, panorama-the Quadrangle, panorama-Paramatta Road. Ce n’è per tutti i gusti. 

Studiare, per gli studenti australiani, non è mai solo questione di mente, ma anche di corpo. E di vista sull’esterno.  

Aperture. L’università australiana è più simile a un’azienda privata che a un organo statale. I controlli sulla “buona condotta scientifica” sia dei professori sia di studenti e dottorandi sono una cosa seria, programmata, con scadenze fisse a cui è consigliabile arrivare preparati. Se non passi, sei fuori. Prego, avanti il prossimo. Un tipo di mentalità non necessariamente migliore di altre, ma che porta a forme di automonitoraggio e auto-organizzazione che producono certamente risultati positivi. La Scuola di dottorato in filosofia della University of Sydney lavora a più livelli. Ciascun livello è strutturato in modo da potersi autogestire e al tempo stesso comunicare con gli altri. Una stratigrafia perfettamente visibile nell’attività seminariale.

Il lunedì, di solito, è una giornata molto densa. Anche gli orari sono quello che sono. Non è sempre facile concentrarsi su qualche questione filosofica all’1 pm, con la pancia che brontola o la sonnolenza da primo pomeriggio. Eppure è questo il momento destinato ai Current Projects Seminars, un ciclo di seminari incentrato sui progetti di ricerca che si stanno svolgendo all’interno del dipartimento. Lo speaker di turno può essere un professore, un dottorando o anche una persona che per un qualche motivo scientifico gravita intorno all’università. Al talk segue sempre una discussione, in cui si vede in azione il vero spirito anglosassone. Ogni volta è come andare a teatro. 

Alle 4.30 pm (un orario più umano) è la volta dei Postgrad Work in Progress Talks, un’attività seminariale interamente autogestita dai dottorandi che hanno l’opportunità di esporre i risultati della propria ricerca, o se non proprio i risultati, almeno il punto della situazione. Un punto che può essere anche nessun punto, ma se ne discute. 

Il mercoledì è il giorno della salabella. Siamo nella Tower del Quadrangle: finestrone gotico alto fino al soffitto, sedie rosse, pavimento di legno, luce come un muro che ti arriva  addosso. Ultimamente entra un’aria di primavera che piega il cuore. È il turno dei Wednesday Seminars, in cui special guests da università di tutto il mondo vengono a tenere una relazione. Le presentazioni in Power Point si sprecano. La visualizzazione grafica è elemento essenziale della modalità di comprensione anglosassone. Immagini divertenti, a volte persino dei video da YouTube. Si ha l’impressione di non essere all’università, che l’università sia un’altra cosa. In verità si sta meravigliosamente bene, si impara che certi aspetti vengono molto prima del nostro prenderci troppo sul serio: cose come ridere insieme ad altre persone. E, allo stesso tempo, ci si concentra sull'essenziale.

Grazie a questa suddivisione dell’attività seminariale, il dipartimento porta costantemente avanti un dialogo interno – il cui prodotto è la consapevolezza di quanto sta accadendo a livello di ricerca, idee, risultati – e uno esterno, una comunicazione ramificata che incentiva i contatti tra le diverse università creando occasioni di collaborazione e confronto. Seminari affidati ai loro partecipanti e dialogo continuo, oltre a promuovere la responsabilizzazione di ciascuno, fanno sì che non si studi né si conduca mai la propria ricerca isolati.

Il cibo dello spirito si mangia. A riprova di quanto atmosfere rilassate siano ritenute necessarie, non c’è seminario che non contempli l’apparizione, attesissima, del cibo. Nei momenti di pausa il tavolo della Philosophy Common Room viene imbandito con cesti di frutta fresca (fragole, banane e frutti di bosco vanno per la maggiore), torte, scones, biscotti infarciti di glasse, coloranti, cioccolata, mou e caramello, pane al formaggio e vegie (una cosa salatissima, tipo mangiarsi un dado vegetale). In un angolo c’è pure l’opzione vegana: ciotoline colme di semi, arachidi, frutta secca e a me pare sempre che da un momento all’altro debbano arrivare degli uccellini, come quelli che aiutano Cenerentola a strizzare e stendere i panni nel cartone della Disney. In genere il cibo è pagatodall’università, a dimostrazione che stare bene viene considerato uno degli aspetti su cui investire. Solo il ciclo di seminari autogestito dai dottorandi non gode del finanziamento esterno e così circola un barattolo di vetro, chiamato “the treasure”, in cui buttare un paio di dollari per assicurarsi che anche alla seduta successiva non manchi il foraggio. Crackers biologici e hummus, per lo più, oppure qualche salsa con maionese, fresh cheese e olive, che detto così non sembra granché, ma in realtà è una vera droga. Decisamente, per gli australiani stare bene è il punto di partenza (e di arrivo) di tutto. E colpisce come un'atività che sta diventando sempre più difficile riesca loro così naturale.

Giovanna Miolli

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