SOCIETÀ

Scuole Usa, contro le stragi i campus diventano bunker

“Finiamo l’anno con il botto” si legge sulla bacheca di una scuola senza nome, in un luogo senza nome negli Stati Uniti d’America. Pochi istanti dopo, ad arrivare non è il botto, ma una successione di colpi d’arma da fuoco. Fuggi fuggi, ordini impartiti dagli altoparlanti, studenti che si stringono ad insegnanti che intimano loro come disporsi in sicurezza. Non è il video dell’ennesima sparatoria in una high school americana, ma la cronaca dell’esercitazione anti-strage con cui inizia Bulletproof, il documentario di Todd Chandler presentato pochi giorni fa al Festival dei Popoli di Firenze.

Se Bowling a Columbine di Michael Moore è l’opera più nota su un massacro consumato entro le mura scolastiche, Bulletproof, a quasi vent’anni di distanza, ne è il contraltare amarissimo: perché ci racconta, con un susseguirsi di sequenze senza commento girate da una parte all’altra degli States, come il sistema scolastico Usa si organizzi di fronte alla violenza che incombe sui campus e chi li popola. E la reazione, secondo Chandler, è uguale e contraria alla minaccia: perché, di fronte all’onnipresenza delle armi nella vita dei cittadini e del loro uso troppo facile per chi, segnato da disagio, frustrazione o patologia, reagisce sparando ai compagni, le istituzioni rispondono aumentando il livello dello scontro. Anziché indagare sulle radici profonde del male, il sistema si arma a sua volta, trasformando gli istituti scolastici in bunker militarizzati e ipercontrollati. Tassello dopo tassello, Bulletproof elabora un mosaico che al nostro occhio di europei sembra irreale: il responsabile della sicurezza esibisce i 22 fucili semiautomatici in dotazione alla sua scuola; in una sala controllo, viene illustrato il sistema di tracciamento digitale istantaneo di ogni persona che acceda all’istituto, grazie all’emissione di segnali dai badge; un gruppo di insegnanti viene addestrato all’uso delle armi in un poligono di tiro, e motivato con immagini di bambini feriti.

Gli episodi si susseguono senza commento, con pochissime musiche di fondo, senza contestualizzazione. A Chandler non interessa spiegarci se siamo in Texas o in Nevada, in California o nel Midwest: la tesi di Bulletproof è che la violenza, e la paura che ne consegue, generino ovunque risposte muscolari, utili solo a rendere più probabile che il primo a premere il grilletto sia lo Stato, o almeno ci riesca abbastanza presto da limitare il numero delle vittime. Del resto, a riconoscerlo è proprio uno di questi Terminator scolastici, un capo della security che ammette come i 6,5 milioni elargiti dal suo Stato per creare una scuola-fortezza non serviranno: per chi vuole davvero uccidere non c’è barriera che tenga, e i veri investimenti andrebbero fatti a monte, per intervenire sul disagio sociale, la salute mentale, l’educazione al rispetto e alla capacità di gestire le proprie frustrazioni e sconfitte.

Non è, suggerisce Chandler, solo questione di una cultura che fatica troppo a slegarsi dal culto dell’autodifesa e della protezione armata del proprio territorio; su queste basi, piuttosto, prospera un’industria fiorente, che si alimenta di paura e aggressività. Una delle sequenze più stranianti e intense ci porta a Las Vegas, uno dei pochissimi luoghi riconoscibili del film, dove, tra vallette in costume e bagliori di neon, è in corso una grande fiera sulla sicurezza nei campus. Veniamo così a scoprire che tra le tecnologie proposte ai dirigenti scolastici ci sono granate abbaglianti, in grado di distrarre l’intruso per poi sparargli senza ferire gli studenti; cabine-bunker in cui asserragliarsi in caso di attacco esterno; lavagne a doppio uso, che in caso di necessità diventano barriere per blindare la porta dell’aula. Paura che genera altra paura, ma crea anche ricchezza, come nel caso di una intraprendente giovane californiana di origine vietnamita, fondatrice di una fortunatissima azienda di felpe antiproiettile a basso costo: un’idea nata dalla necessità di proteggere la propria famiglia, dopo l’omicidio di una vicina che aveva resistito a un tentativo di scippo.

Come si vede, il tema rimane costante anche attraverso le variazioni proposte: nell’incapacità delle istituzioni di aggredire le ragioni profonde del disagio e della violenza, l’unico rimedio è difendersi, da soli o collettivamente. Ed emerge la sfiducia in chi alla difesa sarebbe preposto: la polizia è spesso evocata come un’entità di cui non potersi fidare (dagli insegnanti che imparano a sparare) o di cui temere per la propria incolumità (da bambini afroamericani e latini durante una discussione in classe).

Eppure, suggerisce Chandler, la scelta del conflitto armato non è unanime. Non mancano, in Bulletproof, testimonianze di segno opposto, voci dissonanti, in particolare tra docenti e studenti. Assistiamo così a lezioni di rilassamento e gestione dello stress a preadolescenti, o all’appello alla ragione di un professore di matematica che spiega ai ragazzi come le probabilità di rimanere vittima di un incidente stradale siano infinitamente superiori a quelle di essere coinvolti in una sparatoria. È il contrasto tra cura della malattia e dei suoi sintomi, ben espresso nelle immagini della grande manifestazione studentesca anti-armi dopo la strage di Parkland, o nel dibattito che divide, in un’occasione pubblica in Pennsylvania, poliziotti fautori della vigilanza armata e insegnanti che temono proprio l’ingresso delle armi nel loro istituto. La chiave è nella battuta di uno studente, visibilmente spaventato durante l’ennesimo training antistrage: “Partecipare a continue esercitazioni è traumatico quanto vivere realmente una situazione del genere”. Ma cos’è più redditizio, perpetuare il trauma o tentare di prevenirlo?

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