SOCIETÀ

Australia, guida al nuovo eldorado

Per molti giovani neolaureati un’esperienza di vita all’estero è quasi un obbligo, viste le scarse prospettive lavorative che lambiscono ormai anche le facoltà che un tempo garantivano un impiego sicuro. Di solito il potenziale giovane emigrante vorrebbe trasferirsi nella grande città che ha sempre sognato oppure laddove un caro amico gli ha raccontato esserci il lavoro perfetto e il divertimento assicurato.

Più spesso però occorre ragionare in termini pratici, che si possono riassumere nella valutazione della situazione economica del paese in cui si vorrebbe andare e nelle condizioni d’ingresso poste dalle nazioni extraeuropee. Detto che per i paesi europei non ci sono limitazioni di visto, a causa della crisi economica le cose sono cambiate rispetto a qualche anno fa. Attratti dal clima, dallo stile di vita e dal boom economico degli anni novanta, la Spagna era meta privilegiata per i giovani italiani. Ora, con una disoccupazione giovanile al 50%, sono i giovani spagnoli a lasciare il paese. Lo stesso discorso vale per altri paesi che sperimentarono per qualche tempo le delizie del boom economico, come l’Irlanda, ora avviluppata anch’essa in una spirale negativa.

Rimangono le grandi città attraenti come Londra e Berlino dove però la competizione tra giovani stranieri si è fatta sempre più forte e il costo della vita, specie nella prima, è salito ulteriormente. Per questo molti giovani guardano fuori dall’Europa. E se gli Stati Uniti adottano una politica di ingresso molto selettiva che scoraggia ogni tentativo di restare per più di tre mesi, è l’Australia il nuovo eldorado degli italiani in cerca di un posto dove realizzarsi.

La chiave d’accesso si chiama working holiday, ed è un visto di un anno che viene concesso ai giovani dai 18 ai 30 anni provenienti da alcuni paesi con cui l’Australia ha accordi bilaterali. Costa 280 dollari australiani ed è rinnovabile per un altro anno se si dedicano 50 giorni a un lavoro “socialmente utile” (che generalmente consiste nella raccolta della frutta in fattorie aderenti al programma). La working holiday permette di lavorare fino a sei mesi per uno stesso datore di lavoro ed è il metodo più semplice per cercare di migliorare il proprio status di migrante e accedere a visti più lunghi fino all’agognata residenza permanente.

L’idea è che i sei mesi di lavoro presso uno stesso datore servano per guadagnarsi la sua fiducia e ottenere la cosiddetta sponsorship, cioè una sua richiesta al dipartimento d’immigrazione per trattenere il lavoratore straniero e fargli ottenere un visto di almeno quattro anni. È evidente che è difficile che questo accada per un giovane che lavori come cameriere in un bar, poiché per il proprietario sarà sempre più comodo rimpiazzarlo con un nuovo immigrato. Ma l’economia australiana è in crescita da 21 anni consecutivi, il boom economico si percepisce nell’aria e vi è costante necessità di lavoratori. Ogni anno poi sul sito del dipartimento di immigrazione viene pubblicata una lista delle professioni più richieste, cioè quelle che, con un po’ di fortuna, garantirebbero un impiego e un visto di lunga durata sicuri. Accanto a medici e ingegneri, si cercano sempre idraulici, elettricisti e ovviamente minatori (il boom australiano è guidato dalle industrie minerarie), ma nell’ultimo bando erano richiesti anche restaurant manager e digital account manager (esperti di online).

E per chi ha già compiuto i 31 anni? Qui le prospettive si restringono molto. I giovani spagnoli (che non possono fare domanda per la working holiday perché il loro paese non è inserito tra quelli aderenti al programma) tentano fortuna down under iscrivendosi a fittizi corsi universitari o corsi d’inglese, e dato che la legge consente agli studenti di lavorare per un massimo di 20 ore a settimana, cercano di ottenere un lavoro dove guadagnarsi la fiducia del datore di lavoro e quindi poi aspirare a visti più seri. È una strada più lunga e tortuosa, ma talvolta funziona. Il lavoro “in nero”, invece, in Australia è sconosciuto: le tasse sono basse, l’etica alta e le punizioni molto severe. Nessuno rischierebbe di assumere un lavoratore illegale. È vero infine che in Australia il costo della vita è alto ma i salari sono in proporzione. E, sebbene non tutti coloro che andranno a viverci vorranno rimanere, questa rimarrà comunque un’esperienza di vita irripetibile.

 

Marco Morini

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