SCIENZA E RICERCA

Risate, sbadigli e altri rumori

Le ricerche di Provine non richiedono sofisticati macchinari, ma tutt'al più un registratore e un cronometro e si possono condurre ovunque, anche per strada. Ormai da anni indaga quella gamma di comportamenti umani tanto frequenti e ordinari, quanto, in un certo senso, invisibili, perché abitualmente etichettati come azioni più o meno meccaniche: dal singhiozzo alla tosse, dal pianto al solletico, e perfino – con lo sprezzo del pericolo di un vero scienziato, che non arretra di fronte a nessun campo di indagine – dal rutto alla scoreggia. 

Prendiamo lo sbadiglio, al quale Provine dedica un capitolo del suo recente Curious Behavior: Yawning, Laughing, Hiccupping and Beyond (Harvard University Press). Sbadigliamo, perché abbiamo fame, ci annoiamo, siamo stanchi. Finito qui? Ebbene no, perché Provine confuta il mito ben radicato, secondo il quale lo sbadiglio sarebbe una risposta automatica alla deprivazione d'ossigeno (in realtà cominciamo a sbadigliare prima ancora di essere nati, quando siamo nell'utero materno, e continuiamo a sbadigliare per tutta la vita, anche in condizioni ottimali di ossigeno), e soprattutto si sofferma sulla contagiosità dello sbadiglio, un fenomeno, questo, che si riscontra solo negli umani e negli scimpanzé. “Per questo – nota lo scienziato – si può leggere lo sbadiglio come uno dei più formidabili strumenti a nostra disposizione per sincronizzare un comportamento di gruppo, la dimostrazione – una delle tante – che, a dispetto della nostra presunta razionalità, siamo ancora animali del branco”.

Se lo sbadiglio (e anche, paradossalmente, la tosse) sono azioni così “sociali” e addirittura collettive, da poter gettare nuova luce sulle patologie legate allo spettro autistico, ci sono comportamenti “curiosi”, tra quelli studiati da Provine, che evidenziano forme di rapporto più intime, ma non per questo meno importanti. Il solletico, in particolare, “è una delle prime vie di comunicazione fra mamma e bambino, impegnati insieme in una forma di interazione primaria, neurologicamente programmata”. Una conversazione senza parole, insomma, nella quale il neonato può guidare i gesti materni, esprimendo gioia o disapprovazione. Già il neuroscienziato Jaak Panksepp aveva rilevato che “il modo più semplice per negoziare un terreno di comunicazione amichevole con un bebè è un graduale gioco di solletico”. Ma Provine va oltre, convinto com'è che “l'evoluzione dello sviluppo del solletico va di pari passo con l'evoluzione dello sviluppo del sé”. In gioco, infatti, secondo lo scienziato americano, è la base neurologica per la separazione del sé dall'altro. Come  nota Nicholas Day su “Slate”, “quando un bambino sente una mano estranea che gli strofina lievemente i piedini nudi, sta provando qualcosa che è riconoscibilmente  'altro', il che significa che c'è qualcosa che non è altro, ed è lui stesso”. Del resto, in un articolo citato da Day e uscito su una rivista specializzata, “Current Directions in Psychological Science”, Provine ha sintetizzato – con lo sprezzo del pericolo di cui sopra – questo concetto: “Ci si può masturbare fino all'orgasmo, non ci si può far solletico fino al riso”. 

Ma a proposito dei meccanismi che ci fanno (davvero) ridere, Provine – un cui libro precedente, tradotto anche in italiano da Dalai, si intitola appunto Ridere. Un'indagine scientifica sottolinea ancora una volta l'effetto-contagio, un termine quasi eufemistico, se si pensa all'epidemia di risate che sconvolse nel 1962 il Tanganika (oggi Tanzania): un migliaio di persone coinvolte, più di dodici scuole chiuse, un arco temporale di diversi mesi (anche se, come notarono gravemente due medici, A. M. Rankin e P. J. Philip, registrando il fenomeno, “non si segnalarono vittime”). 

Sentire qualcuno che scoppia in una risata ci predispone a ridere a nostra volta: un effetto che, assai prima degli studi di Provine, è stato messo a frutto ampiamente dalla televisione. Sono passati più di sessant'anni da quando per la prima volta una sitcom  è stata punteggiata da una serie di “risate in scatola”: era il 9 settembre 1950 e i produttori di The Hank McCune Show non sapevano di avere aperto una nuova epoca. Sulla base dei suoi (in realtà raffinatissimi) “studi da marciapiede”, Provine rincara la dose: nella maggior parte dei casi non è neanche necessaria una battuta, basta solo una risata a farci ridere. Aggiungendo però, cifre alla mano, che “un bel gioco dura poco”: “L'efficacia dello stimolo si attenua con la ripetizione. Alla decima volta, il 75 per cento degli studenti sottoposti all'esperimento definivano 'fastidioso' il suono della risata”.  Un dato di cui forse i produttori delle sitcom dovrebbero imparare a tenere conto.

Maria Teresa Carbone

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