CULTURA

Il labirincubo delle parole intorno a Joyce

L'incontro di ottobre della rassegna Patavina Libertas del palinsesto Universa 2019 è con l'artista, attore, autore, scrittore Alessandro Bergonzoni, in dialogo con Enrico Terrinoni e Fabio Pedone. È un dialogo sull’invenzione e sull’intenzione del verbo, e al contempo uno scambio linguistico all’insegna dell’ambizione di travalicare i confini della comunicazione, alla ricerca di una lingua infinita come quella che Joyce, nella sua ultima opera, scelse di immortalare.

L’incontro tra uno dei maestri della lingua italiana, il grande inventore di parole Alessandro Bergonzoni, e i due traduttori italiani del Finnegans Wake di Joyce, è l'occasione per riflettere sulle mille metamorfosi del linguaggio.

Nel Finnegans Wake, opera finale e definitiva di James Joyce, esiste una parola onirica e fantastica, nightmaze, che in italiano è stata tradotta “labirincubo”. In questa vanno a fondersi simultaneamente un “nightmare” (incubo) e un “maze” (labirinto). Si tratta di un nuovo verbo sfuggente e perturbante ideato da uno scrittore che in gioventù, nelle lettere private e nei primi scritti, si firmava proprio Dedalus, nome poi divenuto alias narrativo nei due suoi maggiori romanzi, “Un ritratto dell’artista da giovane” e “Ulisse”.

Joyce è dunque un Dedalo che costruisce dedali verbali, “labirincubi" in cui il lettore può perdersi per poi a volte ritrovarsi. La sua arte verte sulla ricomposizione, nella notte del linguaggio, di linguaggi della notte: idiomi notturni smembrati e rimembrati che si ripresentano sotto ai nostri occhi in tutta la loro persistente evanescenza.

Le iscrizioni sono chiuse.

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