CULTURA

Sullo scaffale: Amalia, l'obliqua di Emanuela Canepa

Chi è Amalia, l’obliqua? È esistita o è un personaggio frutto dell’invenzione della romanziera che così titola la sua nuova fatica (uscita da pochissimo per Guanda)? Perché questo nome non ci fa subitamente sovvenire un qualche personaggio studiato a scuola? Perché (con tutta probabilità) non abbiamo un suo libro in libreria?

Perché Amalia Guglielminetti, poetessa e scrittrice, la Storia l’ha un po’ dimenticata: certo che è esistita; e prova ne è il fatto che Emanuela Canepa l’ha trasformata in un personaggio letterario nel suo nuovo libro. Che non è una biografia romanzata, tantomeno una ricostruzione saggistica, ma un romanzo a tutti gli effetti – che di certo ha richiesto all’autrice il gesto che ogni volta uno scrittore (o una scrittrice) compie. Quello cioè di entrare nei suoi personaggi e insufflarli di vita. 

Poco importa che Guglielminetti, Guido Gozzano, Pitigrilli (al secolo Dino Segre) e gli altri siano tutti esistiti e abbiano lasciato tracce nel mondo; qui Canepa ci chiede (dolcemente invero ma con fermezza) la sospensione dell’incredulità e ci porta dentro la storia che il suo mestiere di romanziera ha intessuto e consegnato ai lettori. Si tratta in effetti delle vicende della poetessa torinese nata alla fine dell’Ottocento, innamoratasi di Gozzano, derisa per la sua vicenda sentimentale con Dino Segre e morta per sepsi a sessant’anni, dopo un futile incidente; ma quel che Canepa compone è un affresco stratificato che restituisce un incanto indipendente dalla biografia della protagonista. Il lettore è stregato dalla voce.

Guglielminetti è raccontata in terza persona con una lingua che ha l’impronta della lingua del tempo vissuto dalla protagonista e di certo della sua classe sociale (agiata, agiatissima) e così sono le scene, gli oggetti, l’ambientazione: Canepa ci trasporta in un altrove che s’intuisce conosca molto bene, non certo per esperienza diretta, com’è ovvio, ma per uno studio ch’è fatto a sua volta di testi, di poesie, di viaggi, di rimembranze. Ecco quindi che quella sospensione dell’incredulità in realtà s’appoggia sulla sensazione forte che la scrittrice ci stia dicendo il vero. Eppure poco importa, com’è giusto che sia. Canepa peraltro qui – per la prima volta – dice “io” in un suo romanzo: la narrazione è infatti inframmezzata da sei capitoli intitolati “La forma dell’ossessione” in cui spiega il suo processo di avvicinamento alla poetessa e le ragioni profonde del libro che il lettore tiene tra le mani: “Ho scritto di Amalia perché lei mi ha perseguitata”. C’è qualcosa di molto onesto nel prendere la parola così, e nell’ammettere dunque l’esistenza (nota, ma di solito taciuta) dell’artificio; al contempo questo stesso artificio è letterario: costruisce mentre decostruisce permettendo al lettore d’immergersi nelle vicende e di bearsi della distanza e della vicinanza insieme.

“Perché avrei dovuto occuparmi di una donna che non mi convinceva del tutto né come scrittrice né come essere umano?” si chiede raccontando l’impellenza di scrivere di qualcosa verso la quale non poteva garantire aderenza. Che sia questa la ragione della quasi assoluta perfezione di questo testo che cuce presente e passato, Storia e invenzione, ragione e sentimento?

E ancora: “Ascoltavo con invidia qualcuno dei miei colleghi raccontare di essere visitato dal daimon. Persone che dicevano di sedere alla scrivania in preda a una chiamata così violenta da non lasciare il modo o il tempo di dedicarsi ad altro; uno stato che si accompagna alla scomparsa di ogni memoria di sé. Lo scrittore accetta di sbiadire a favore dell’occupazione interiore da parte di un’Altra Cosa che non intendo provare a definire perché, immagino ormai sarà chiaro, il mio unico scopo qui è circoscrivere Amalia per poterla raccontare, e non fare della teoria. Per questo lavorare su un personaggio scabro come lei per me era difficilissimo. Perché non avevo accesso ad alcuna forma di mediazione al di sotto della linea della coscienza. Nessuna divinità era disposta a prendere il controllo per fare il lavoro al posto mio, e in assenza di questo, io non sapevo a cosa attingere per mettermi a scrivere. Qualcosa di molto feroce comandava dentro di me, e si atteneva alla logica. Amalia poteva chiamare fino a sgolarsi, il dittatore che mi abitava non le concedeva alcun lasciapassare. Tuttavia una cosa era evidente: malgrado questo, lei non indietreggiava di un passo”.

Il risultato – assolutamente degno di nota – è quello di consegnare ai lettori una storia che si tiene, sì, dal punto di vista della coerenza storica e stilistica, ma soprattutto che interroga il lettore esattamente come ogni buon romanzo sa fare.

Amalia c’est moi, potrebbe dire Canepa (che peraltro, invece, racconta di una certa qual distanza) come lo potrebbe dire il lettore stesso, che scende dentro di lei – e in ciascun altro personaggio – sentendosi incompleto o imperfetto. Si può pensare, per esempio, all’incompiutezza dell’amore che ha caratterizzato la vita della protagonista, di fatto morta senza un compagno, così contemporanea ma evidentemente universale (eppure, non tuonano forse gli influencer di una certa “fine dell’amore” accaduta proprio oggi, o ieri, così come periodicamente in letteratura si è urlato alla “fine del romanzo”?).

A proposito dell’unica notte d’amore tra Guglielminetti e Gozzano Canepa infatti scrive: “Così tante parole per arrivare fino a qui, pensa Amalia. Che mortificazione l’amore dei poeti. Ma a sbagliare è stata lei, se ne assume ogni responsabilità. Lei è quella che ha avuto fede, lui si è nascosto all’ombra della morte che lo aspetta, o almeno è così che non ha fatto che ripetere. È un uomo esile ma determinato, Amalia ora è certa che rifiuterà sempre di confondere piani che non considera adiacenti”. Sembra di sentir descrivere una certa difficoltà del tempo presente a incontrare l’altro; e invece è due volte letteratura: quella di Canepa innestata su quella di due colleghi più vecchi di un secolo.

La scrittrice in questa sua Amalia obliqua ci offre in sacrificio l’esistenza senza filtri e senza eccessi, un po’ come accade in Stoner di John Williams, dal successo postumo – quella imperfetta, incompiuta, lacerata, noiosa persino – eppure sanguinosamente vera. E lo fa per il tramite della parola e delle sue possibilità anche nella moderazione, ricostruendo una storia umana che è anche una storia di tentativi d’espressione (personale e letteraria) più o meno riusciti. E per quanta disperazione si tocchi (“la disperazione è un costrutto relativo, mai assoluto, e sempre passibile di sviluppo verso il basso”), la letteratura si libra alta. Con Amalia, si vola.


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“ Che mortificazione l’amore dei poeti Emanuela Canepa

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