CULTURA

L’arte di riordinare i libri: esiste un modo giusto?

L’estate, più della primavera – checché si dica delle pulizie pasquali – è un buon momento per… riordinare la propria libreria di casa. In che senso? 

In senso letterale: prendere i libri ammonticchiati sul comodino o sul tavolo del salotto, lasciati in bagno, appoggiati senza criterio su uno scaffale qualsiasi dopo averli comprati (e magari letti, ma come diceva Umberto Eco non è necessario: i volumi da leggere ci servono a ricordare quanto ancora non sappiamo e sono una valida e rassicurante scorta per il futuro), e metterli l’uno accanto all’altro scegliendo opportunamente un ordine con cui posizionarli. 

Questo per molte ragioni – non ultima una questione estetica – ma tra queste troneggia evidentemente la necessità di poter trovare il libro che cerchi quando lo cerchi.


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Quest’operazione io la ripeto ogni estate: mi faccio forza e metto ogni libro al suo posto, il che richiede in definitiva di spostarli tutti, perché lo spazio segue le leggi della fisica, in particolare quella che dice che la materia non si crea né si distrugge, ma si trasforma. Lo spazio che prima occupava Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen potrebbe diventare, dovendo inserire libri nuovi in libreria, quello occupato da Piccole donne di Louisa May Alcott, per esempio; quello de La figlia unica della messicana Guadalupe Nettel potrebbe trasformarsi in quello de Il buon male dell’argentina Samanta Schweblin

Qual è quindi l’assurdo criterio che utilizzo, se può accadere qualcosa di simile?

Non è un metodo così peregrino il mio, in realtà, e l’ho scelto fin dalla mia prima Billy (il noto scaffale IKEA), ricordandomi probabilmente come erano disposti i libri nella biblioteca dove mia madre mi portava da bambina, e mi ci attengo meticolosamente. Divido i libri secondo la lingua originaria in cui sono stati scritti: libri in inglese (ovviamente in traduzione italiana) con altri libri inglesi, i francesi con i francesi, spagnoli con gli spagnoli eccetera, ma c’è di più: per ciascuna lingua tengo vicini i libri scritti da autori dello stesso Paese, e poi, al loro interno, li dispongo rigorosamente in ordine alfabetico. Nei libri in lingua inglese, per esempio, troveranno posto vicini tra loro i libri degli autori del Regno Unito (Barnes, Coe, McEwan ecc.), da un’altra parte, ma adiacenti ai precedenti, staranno gli Statunitensi (Franzen, Wallace, Oates...), per passare poi agli Irlandesi (Rooney, Dunne…) e da un’altra parte ancora ci saranno gli Africani che scrivono in inglese (Adichie, il Premio Nobel Coetzee), gli Israeliani che scrivono in inglese (uno su tutti Grossman) e poi, per “buon vicinato” – regola cui da sempre si attengono nel sistemare la biblioteca i grandi pensatori, come Eco o Cesare De Michelis, per citarne di vicini a noi nel tempo le cui biblioteche sono visitabili –, si passa agli Israeliani che scrivono in ebraico (Nevo, Oz, Yehoshua ecc.), e così via. 

Ecco perché quindi Schweblin può finire vicino a Nettel: pur essendo le due autrici di nazionalità diversa e le loro iniziali del cognome piuttosto “distanti”, scrivono entrambe in spagnolo, e, non trovandosi a essere la mia sezione dello spagnolo così nutrita (e peraltro è dominata da Marías), come invece quella degli autori italiani, ecco che hanno posto l'una vicina all'altra! Non sempre però è semplicissimo individuare il posizionamento corretto: prendiamo Nino Haratischwili: è georgiana e scrive in tedesco; Kundera: è praghese ma alcuni libri li ha scritti in francese e altri in ceco; Anita Desai: è indiana ma produce in inglese. Se c’è bisogno di tirar fuori un libro di qualcuno di loro è necessario riuscire a ricordare queste caratteristiche.


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Troppo complicato? Conan Doyle credo invece avrebbe fatto dire a Sherlock: “Elementare, Watson!”, ma in realtà l’ordine con cui custodire i libri nella propria libreria è estremamente personale: nulla è da darsi per scontato, e di certo dice qualcosa di noi, tanto quanto la selezione dei libri che abbiamo nella nostra libreria.

Roberto Calasso in un delizioso libricino della Piccola Biblioteca Adelphi (la sua casa editrice), Come ordinare una biblioteca, del 2020, scriveva infatti: “Come ordinare la propria biblioteca è un tema altamente metafisico. Mi ha sempre meravigliato che Kant non gli abbia dedicato un trattatello. Di fatto potrebbe offrire una buona occasione per indagare una questione capitale: che cos’è l’ordine. Un ordine perfetto è impossibile, semplicemente perché c’è l’entropia. Ma senza ordine non si vive. Con i libri, come per tutto il resto, occorre trovare una via tra queste due frasi”. Poche pagine dopo confessa di ricoprire i suoi libri non con delle copertine in plastica ma con il pergamino: “La vera ragione è quella di rendere meno leggibile – o addirittura non leggibile – ciò che è scritto sui dorsi. Il pergamino fa sì che siano molto meno riconoscibili. E questo allevia chi vive in mezzo a loro – e non vuole essere obbligato a percepire in qualsiasi momento la presenza incombente di un certo libro. […] E c’è un motivo ulteriore, ancora meno confessabile. Il pergamino rende molto più difficile, per un occasionale visitatore, individuare i titoli dei libri. E questo frena ogni eccesso di intimità. Impedisce quella imbarazzante situazione in cui, entrando in una stanza, si riconosce rapidamente, anche solo dal colore e dalla grafica dei dorsi, di che cosa è fatto il paesaggio mentale del padrone di casa”.

[...] entrando in una stanza, si riconosce rapidamente, anche solo dal colore e dalla grafica dei dorsi, di che cosa è fatto il paesaggio mentale del padrone di casa Roberto Calasso

Idiosincrasie da lettore? Senz’altro. Ma i libri, per chi li ama (e a maggior ragione per chi ci lavora), sono un affare assai serio.

Torniamo alla mia disposizione della biblioteca, quindi. Li posiziono davvero tutti così, i libri? Per lingua e solo per lingua? Certo che no. Questo metodo funziona bene per le letterature (cioè la narrativa), ma la poesia la tengo tutta insieme e divisa per collane (la “bianca” Einaudi; accanto una raccolta di uscite allegate al Corriere della Sera nel 2019; i libri della Molesini Editore ecc.), lo stesso vale per il teatro, e ragiono in ogni caso per blocchi tematici anche per i saggi: antropologia, psicologia, mitologia greca – posizionata vicino, per buon vicinato, alla storia greca e alla letteratura greca classica –, quindi matematica, accanto a fisica e a esoterismo (qui si potrebbe aprire una discettazione sul rapporto tra scienza ed esoterismo, ma non è l’oggetto del nostro discutere), religione, grafica, montagna. Calasso dice: “Inevitabile in alcune zone, l’ordine alfabetico diventerebbe letale se applicato a tutte. Di certi libri – sui funghi, sulle piante in Cornovaglia, su celebri partite di scacchi e innumerevoli altri casi – si ricorda l’argomento ma spesso si dimentica l’autore. […] Meglio formare piccoli atolli di argomenti affini, a cui questi libri aderiranno, come conchiglie alla roccia”.


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Vale quindi la pena spendere due parole sul concetto di collana editoriale, ossia un insieme di libri pubblicati da una casa editrice che condividono un progetto comune, ossia la linea editoriale, e che quindi hanno una forte identità grafica.

Non è del tutto peregrino, per questa ragione, tenere in libreria i libri divisi per collane (oltre che per editori): esteticamente risulta anche molto piacevole perché i libri hanno lo stesso formato, i dorsi sono dello stesso colore, il nome dell’autore e il titolo sono scritti con le stesse font ecc.

Estremizzando questa passione estetica, c’è chi ordina la libreria per dimensione dei libri, o addirittura per colore (una volta ho visto una libreria con i libri a costituire le gradazioni dell’arcobaleno!). Ma come si fa, in casi come questi, a ritrovare un libro quando lo si cerca? Bisognerebbe ricordare perfettamente l’aspetto del libro in quella particolare edizione in nostro possesso (le edizioni infatti possono mutare nel tempo: un titolo può passare in tascabile, la copertina può essere rivista o può succedere che venga fatto un restyling della collana) ed è cosa abbastanza impervia.

Un bibliotecario non si scoraggerebbe e proporrebbe al malcapitato di… redigere un catalogo! Le biblioteche infatti è così che lavorano: i libri sono schedati e catalogati, in questo modo il bibliotecario sa dove andarli a cercare. Si pensi per esempio ai magazzini (e non alle sezioni “a scaffale aperto” dove i lettori possono cercare i libri da soli): lì, per ragioni di spazio, i libri vengono disposti per dimensioni (ci sono cinque o sei grandi classi) e per ritrovarli si cerca la posizione trascritta nel catalogo.

A essere precisi ogni libro, in biblioteca, possiede due ordini di schedatura: la descrizione bibliografica, che è uno standard universale e restituisce l’aspetto di produzione del volume (titolo, anno e luogo di edizione, editore, collana, curatore, traduttore ecc.), e poi una classificazione del contenuto che suggerisce anche una possibile collocazione all’interno della biblioteca. Lo standard di classificazione più diffuso è la cosiddetta Classificazione Decimale Dewey, inventata dal bibliotecario statunitense Melvil Dewey nel 1876 che suddivide l’intero sapere umano in dieci classi principali, identificate da numeri da 000 a 900, ciascuna delle quali è ulteriormente articolata in sottoclassi sempre più specifiche. Ecco quindi che la letteratura si colloca nella classe 800: 813 identifica la narrativa americana in lingua inglese, 823 quella inglese, 833 quella tedesca, 843 quella francese, 853 quella italiana e così via. Al numero Dewey vengono poi generalmente aggiunte una chiave autore, ricavata dal cognome dell’autore, e, quando necessario, una chiave titolo, che consentono di distinguere e collocare con precisione i singoli volumi. Ecco da dove ho “ereditato” (da fruitrice delle biblioteche fin da bambina) il mio criterio di ordinamento della libreria!

Dove poi fisicamente vengano posizionati in biblioteca è a discrezione della biblioteca stessa: lo spazio a disposizione viene usato al meglio perché gli utenti delle biblioteche di pubblica lettura possano fruire bene dei volumi nelle zone a scaffale aperto.


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Un problema che i singoli non hanno (almeno in linea teorica, ma per i lettori forti e forti “conservatori” non è invero così scontato), e che invece affligge le biblioteche, ha a che fare con l’eliminazione dei volumi “esausti”: si pensi che le biblioteche devono chiedere l’autorizzazione della Sovrintendenza e, qualora siano le uniche detentrici di un certo libro, non possono disfarsene nemmeno se è ridotto in pessime condizioni. 

Per noi comuni mortali almeno non c’è bisogno di permessi esterni e ci viene in aiuto l’immarcescibile Marie Kondo con il suo metodo che farà rabbrividire ogni vero bibliofilo: vanno dimenticati il valore letterario, il prestigio dell’autore o i buoni propositi di lettura. Bisogna prendere ogni libro in mano e chiedersi semplicemente se ci fa battere il cuore oppure no. Se la risposta è la seconda, al volume va “trovata una nuova casa”. Quelli che superano l’esame restano invece in libreria, rigorosamente in verticale; gli altri si donano, perché possano continuare a essere letti da qualcun altro.

Una regola è certa, indipendentemente dal fatto che si possa pensare di dar credito a Marie Kondo su come tenere in ordine la libreria (e non solo i calzini): ogni libro non letto è un libro morto. Ma, per fortuna, i libri non hanno data di scadenza e c’è sempre tempo per leggerli (e rileggerli). Sempre che li si riesca a trovare nella propria libreria.

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