CULTURA

"L'artista ecologista". Poetiche e pratiche per il pianeta

Se pensiamo che l'arte possa - anzi debba - leggere e interpretare il mondo nella sua complessità, non possiamo certamente scollegarla dalla questione ambientale: oggi più che mai, non è possibile ignorarne la relazione con l'ecologia, in questo tempo fragile segnato da una devastante crisi climatica. Dunque, oggi, lo sguardo di consapevolezza sul pianeta e la partecipazione attiva si confermano atto artistico e politico, e rilanciano, moltiplicando le possibilità di indagine, percorrendo molteplici strade e potenziando il proprio messaggio.

“È possibile che l'arte sia nata dall'idea che essere vivi significhi relazionarsi con se stessi, con gli altri e con il mondo, che esistere voglia dire far parte di un sistema complesso in cui ciascun organismo condiziona potenzialmente tutti gli altri”, scrive Filipa Ramos nel saggio L'artista ecologista (Johan & Levi Editore). Già in queste prime righe sono contenuti il senso e le intenzioni alla base di un’accurata esplorazione di pratiche concrete, con l'obiettivo di approfondire la relazione reale tra arte contemporanea ed ecologia, immergendosi nel racconto di esperienze “che cercano di correggere e trasformare gli atteggiamenti mentali che hanno contribuito alla distruzione del pianeta, evitando di concepire l'arte come un insieme di competenze o soluzioni, un approccio che rischia di perpetuare l'eredità di ideologie di occupazione, produzione e consumo”. 

Il saggio di Ramos sceglie di abbracciare la complessità dell'arte celebrandone le espressioni meno lineari. Infine, esplora “le connessioni tra politica, poetica ed estetica, tanto intricate quanto le forme di vita che condividono un ecosistema”.

È possibile che l'arte sia nata dall'idea che essere vivi significhi relazionarsi con se stessi, con gli altri e con il mondo, che esistere voglia dire far parte di un sistema complesso in cui ciascun organismo condiziona potenzialmente tutti gli altri Filipa Ramos

Parte di un processo

Si parla di arte contemporanea, ma quello a cui oggi assistiamo è il risultato di un processo. Se torniamo indietro nel tempo, ci possiamo rendere conto facilmente di come tutto fosse connesso: “Alcune fra le prime espressioni artistiche mai realizzate, i dipinti paleolitici, rivelano come gli esseri umani rappresentassero se stessi insieme alle creature che li circondavano: una comunione che emerge dai motivi, dai supporti e dalle tecniche impiegati. Tutti i corpi erano in connessione reciproca, e le loro immagini e la loro materialità venivano assemblate all’interno di un’unica superficie”, spiega Ramos.

Tornando alla storia recente, si possono individuare opere di artiste e artisti considerati pionieri, che hanno gettato le basi per l'arte ambientale contemporanea, unendo ecologia, politica e intervento sul territorio. Alcuni esempi significativi: Joseph Beuys (1921-1986) ha intrecciato arte e attivismo politico - cofondando nel 1980 i Verdi tedeschi Die Grünen - e nel 1982, a Kassel, con 7000 Eichen, faceva piantare 7.000 querce per realizzare una scultura concepita come azione viva, capace di incidere sul mondo oltre la durata di una mostra. 

Famosa per le sue System Sculptures, grandi installazioni all'aperto collocate in discariche e luoghi desolati, Nancy Holt (1938-2014) creava opere di grandi dimensioni, spesso collocandole in discariche, sfruttando la decomposizione della materia organica per generare flussi di aria, acqua, fuoco e gas. Guidata dall'interesse per l'astronomia e l'antica cosmologia, orientava molte opere in base alla posizione della Luna, della Stella Polare e al ciclo solare, facendo combaciare l'alba e il tramonto nei giorni di equinozio e solstizio. 

Focalizzata sui confini tra specie e sui territori stabiliti per uomini e animali, Bonnie Ora Sherk (1945-2021) realizzava performance in contesti desolati, in aree vuote a bordo strada. Nella serie Sitting Still degli anni Settanta, posizionandosi immobile e con abiti eleganti in scenari atipici come le discariche, alterava radicalmente la riflessione sul specifico contesto partendo proprio dalla sua presenza. E ancora, Ana Mendieta (1948-1985) ha impresso una svolta nel panorama artistico integrando le istanze dell'ecofemminismo. Il saggio rintraccia la sua produzione di film e performance, in particolare la serie Silueta, realizzata tra i primi anni Settanta e i primi anni Ottanta, in cui l'artista documentava il suo legame profondo con la terra, il mare e il fuoco. 

Per oltre cinquant’anni, Joan Jonas, artista statunitense oggi novantenne, “ha dimostrato una versatilità disciplinare piuttosto rara nel panorama dell’arte contemporanea, che si manifesta attraverso performance (che spesso implicano la sua presenza, sola o in compagnia di collaboratori), disegni (in particolare di animali), sculture (spesso caratterizzate da motivi astratti e geometrici), ambienti e videoinstallazioni (che combinano tutti i media appena citati, insieme a oggetti, arredi di scena e complessi sistemi espositivi). Più di recente, le preoccupazioni per la crisi ambientale e l’interesse per il benessere degli animali hanno acquisito maggiore visibilità nel suo lavoro”. Nel 2013, con l'installazione They came to us without a word, attraverso un centinaio di grandi disegni di pesci, "rifletteva sulla diminuzione della popolazione ittica globale" e, nel 2019 per Ocean Space, alla chiesa di San Lorenzo a Venezia, ha realizzato la performance e installazione audiovisiva Moving Off the Land II, commissionata da Tba21-Academy, in cui si è confrontata con la mitologia e l’ecologia degli oceani.

Esperimenti artistici di cura per il pianeta

Impegnata in una ricerca storica che si concentra sulla relazione tra arte, ecologia e tecnologia, costante nell'incoraggiare musei, curatori e artisti a immaginare l’arte come catalizzatore di cambiamento sociale e ambientale, senza cadere nella retorica o banalizzazioni, Ramos indaga il ricco e pulsante panorama contemporaneo, mettendosi sulle tracce di progetti pionieri, per rintracciare azioni artistiche vive e concrete. Rivendicare, Ritornare, Performare, Riverberare, Esporre sono le cinque sezioni che rintracciano propositi, sviluppo ed esiti di “esperimenti artistici di cura per il pianeta che si sottraggono a una mera rappresentazione e oggettificazione della natura”. La prima sezione - rivendicare - si concentra sulle modalità con cui le pratiche artistiche si fanno carico delle istanze di giustizia ambientale e sociale, la seconda - ritornare - riscopre saperi ancestrali e forme di coesistenza non estrattive per tornare a vivere e intendere la terra come elemento vivo, la terza - performare - valuta la performance ecologica attraverso il processo corporeo, come esperienza partecipativa e viva. E ancora, l'attenzione passa all'ascolto - con riverberare -, alla risonanza e alla propagazione, oltre il confine dello spazio fisico in cui l'opera è collocata. L'ultima sezione - esporre - condivide una riflessione critica su modalità e luoghi dell'arte per il pubblico, affrontando il paradosso e la responsabilità del "mostrare" l'ecologia: la curatela e la pratica espositiva possono trasformare gallerie, musei e spazi naturali in dispositivi d'azione, riducendo l'impronta ambientale delle mostre stesse e favorendo la trasformazione sociale per una nuova ecologia.

Il saggio tratteggia ideali collegamenti tra geografie artistiche, rintracciandole in tutto il mondo, e reti di relazioni e possibilità: in questo modo le pratiche locali e comunitarie affiancano l'innovazione tecnologica e l'attivismo, e le ricerche più corporee, legate a contesti fisici, si legano al senso dell'ecologia per rifondare le prassi istituzionali. Le artiste, gli artisti, i collettivi raccontati da Ramos mettono in atto strategie che recuperano l'eredità artistica precedente e la traducono in una causa ecologica radicale, aperta all'inesplorato: qui, estetica, poetica e politica sono aspetti integrati e connessi.

Ragni e foche

Il Karrabing Film Collective riunisce una trentina di registi aborigeni del Nord dell’Australia. Attraverso film e installazioni, il gruppo analizza le conseguenze della governance coloniale sulla vita quotidiana della comunità: la condivisione della creazione artistica diventa potente strumento di riscatto sociale e politico. L'artista francese Pierre Huyghe esplora ecosistemi complessi in cui convivono elementi biologici e artificiali. Britta Marakatt-Labba è un'artista Sámi che, attraverso l'arte tessile, racconta la resistenza indigena e la difesa del territorio, Tabita Rezaire, nata a Parigi e oggi a Cayenne, nella Guyana francese, intreccia ecologia, spiritualità, saperi decoloniali e tecnologia, passando "da un lavoro decoloniale di critica alla matrice del patriarcato eterosessuale capitalista bianco coloniale a una pratica di cura del mondo", come scrive di lei Alessia Paolina Gumbs per la Biennale Arte di Venezia che, in questa edizione, accoglie la sua opera Omo Elu e Mother Trinity negli spazi dell'Arsenale.

L'artista argentino Tomás Saraceno è conosciuto per lo studio sui ragni e il loro ruolo nell'architettura del pianeta attraverso la costruzione di ragnatele. Dal 2006 l'artista esplora l'arte come strumento di connessione interpersonale e interspecie: un'intuizione nata dall'analogia tra le ragnatele e la “teoria della rete cosmica” dell'astrofisico Richard Bond del 1996, “un modello che descrive l’evoluzione della struttura dell’universo, inteso come un insieme di ammassi di galassie connessi da reti di filamenti che ricordano le trame di una ragnatela”, spiega Ramos. Negli anni, la sua indagine ha coinvolto biologi e scienziati dei materiali, culminando nel 2013 nella creazione dello Spider/Web Research Group, cantiere di ricerca tra arte, bioacustica e biotremologia. Con l'opera Cosmic Dust and the Breathing Ensemble porta alla Haus der Kulturen der Welt di Berlino, “un esemplare di Eratigena atrica, un ragno domestico di grandi dimensioni, collocato all’interno di una struttura aperta in carbonio che ospitava anche una tela sonorizzata; quest’ultima attivava processi di ascolto e sintonizzazione reciproca tra una serie di musicisti e le vibrazioni generate dal ragno”. Nel 2018 l'evoluzione, con la mostra antologica On Air alllestita al Palais de Tokyo di Parigi, in cui una parte significativa era dedicata proprio ai ragni, alle loro costruzioni e sfere percettive, trasformando lo spazio espositivo in un museo di storia naturale. “Esperti di diverse discipline - aracnologi, biologi, storici della scienza, filosofi e compositori- vennero invitati dall’artista a riflettere sui ragni e sulle loro tele, in presenza degli animali stessi. On Air esplorava le dimensioni materiali, cognitive e percettive di questi animali con soluzioni che sfidavano i codici espositivi dell’arte contemporanea e mantenevano il progetto sempre vivo e al limite della provocazione”.

Infine, Eduardo Navarro, argentino come Saraceno, è simbolo di una pratica artistica che non si limita a rappresentare la natura, ma tenta di 'sentirla' fino in fondo, attivando una metamorfosi per F.O.C.A. - Fundación Oceánica de Contemplación Amorosa - il suo progetto artistico concettuale e performativo. Nel 2020 Navarro lascia Buenos Aires, dove è nato, per spostarsi sulla costa dell’Uruguay, dove entra a far parte dell’associazione di volontari Sos Rescate Fauna Marina, centro di soccorso e riabilitazione per la fauna marina. Scrive Ramos nel suo libro: “Qui ha iniziato a offrire la sua collaborazione, contribuendo alla riabilitazione di cuccioli di foca orfani in vista del loro ritorno in natura. Applicando al lavoro svolto presso il centro le domande e le metodologie che informano la sua pratica artistica, Navarro ha iniziato a considerare la possibilità di trasformare lui stesso in una foca, allo scopo di avvicinarsi agli animali. Il primo passo verso questa metamorfosi è stato assumere un aspetto più simile a quello dell’animale, indossando un costume appositamente realizzato. Si tratta di una tuta pesante, fatta di spessi rivestimenti di schiuma e lattice marrone che avvolgono interamente il corpo; la testa è coperta da un cappuccio, mentre i piedi sono compressi in due grandi pinne che sporgono dal costume. Anche le braccia e le mani terminano in pinne spesse, e un muso con lunghi baffi gli copre gran parte del volto. Più di un semplice costume, la tuta, per l’artista, facilita una vera e propria forma di transustanziazione”.

Oltre a imitare l’aspetto di una foca, il travestimento trasforma l'artista stesso, condizionandone i movimenti (impedendogli, per esempio, di assumere una posizione eretta o utilizzare i pollici delle mani), alterandone abilità e capacità. Queste performance non hanno solo un impatto visivo, ma incidono direttamente sul corpo e la psicologia dell'artista, che rallenta il respiro e si rilassa profondamente riuscendo a superare il disagio della tuta e trasmettere calma agli animali la guadagnandone la fiducia. “Perché avvenga una vera comunione, devo uscire dal mio travestimento umano. Respira, rilassati, immergiti in una nuova lingua […]. È un po’ come quando le persone si relazionano all’arte: sai che quel che vedi non è reale ma scegli di arrenderti a un sistema di credenze; presumi che quel che l’artista sta evocando sia tutto vero […] i leoni marini e le foche hanno bisogno di giocare molto. Ciò che accade è una sorta di comunione tra due entità provenienti da due universi molto distanti. Ovviamente il mio odore non è quello di una foca, né posso imitare esattamente i loro richiami o il loro modo di comunicare. Ma questi animali si dimostrano comunque empatici e amichevoli nei confronti di qualcuno che, in qualche modo, si sta arrendendo al loro universo”.

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