CULTURA

“Il banditore”: perdere una vita intera, un giovedì alla volta

“Le cose importanti sono quelle che non possono toglierti” dicevano i nostri nonni. I ricordi, gli ideali, la nostra identità. Quello che non ci avevano detto, però, è che quando ti hanno tolto tutte le altre cose tu potresti lasciar andare anche quelle importanti, magari senza accorgertene, finché non le trovi più.

È questa la parabola su cui Joan Samson costruisce Il banditore, pubblicato per la prima volta nel 1975 e tornato in Italia nell’edizione Neri Pozza con la traduzione di Christian Pastore. È l’unico romanzo che Samson abbia avuto il tempo di pubblicare prima di morire di cancro nel 1976, ed è un peccato, perché Il banditore è uno di quei libri che ti rimane addosso anche quando lo hai posato nello scaffale di elezione.


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Si possono possedere molte cose, ma sono (solo?) oggetti. Un pianoforte, un tappeto, un servizio di piatti, una sedia a dondolo, qualche attrezzo, un animale. Oggetti accumulati nel corso di una vita o di molte vite, cose alle quali ci si affeziona ma delle quali, se proprio è necessario, si può fare a meno. Cose che possono portarti via senza ledere la tua identità, perché rimani la stessa persona anche senza quella sedia a dondolo o quel mobile da toeletta. Solo che a un certo punto ti guardi attorno e la tua casa è vuota, e allora diventa difficile capire quanto è rimasto di te. 

Più volte, scorrendo le pagine, si vorrebbe entrare nel romanzo, scrollare con vigore i protagonisti e dirgli di fermarsi finché sono in tempo. Il problema è che, procedendo nella lettura, viene il dubbio che non sarebbe cambiato nulla.

Un posto dove non succede mai niente

Harlowe è un piccolo paese rurale del New England nel quale la storia sembra essersi dimenticata di passare. La famiglia Moore, come molte altre, vive nella stessa casa da generazioni. John alleva vacche e lavora la terra; Mim prepara conserve, cucina, si occupa della casa e della figlia Hildie, mentre la suocera, Ma’, sorveglia tutto dal divano. I Moore non sono ricchi e non aspirano a diventarlo. Hanno la loro terra, le loro radici, per loro è abbastanza.

La casa è lo specchio della loro vita: annerita dal fumo delle stufe, scricchiola, contiene oggetti appartenuti a epoche diverse. Gli orologi segnano ore leggermente differenti e i loro rintocchi si sovrappongono. Sul televisore convivono una lampada a petrolio, fiori di cera e una Statua della Libertà di plastica. Questi sedimenti non troveranno forse il loro posto su un catalogo di arredamento, ma raccontano la storia dei Moore, e in qualche modo sono importanti.

Il tempo scorre sempre uguale, ma agli abitanti del paese la noia non pesa. Harlowe rappresenta la tradizione, ma non è presentato come un paradiso terrestre: ci sono povertà, pettegolezzi, vecchi rancori, famiglie malmesse, persone che bevono troppo. Il punto è che esiste una continuità fra gli abitanti e il luogo in cui vivono, un radicamento in qualche modo consolatorio: le cose possono andare male, ma la tua terra è sempre lì. Mim, che a differenza di John non è nata ad Harlowe, a un certo punto si sorprende a pensare di sentirsi “legata a questo posto da generazioni”.

“È strano” disse. “È come se fossi legata a questo posto da generazioni. Mi ci sono affezionata”. Sospirò. “Davvero non esiste un posto più bello” Joan Samson – Il banditore

Sono radici vecchie, profonde, a volte anche aggrovigliate. Ed è proprio sulle radici che Perly Dunsmore sa fare leva.

Un uomo carismatico, pieno di buone idee

Perly Dunsmore arriva da fuori, è affabile, energico, eloquente, trabocca di progetti per migliorare Harlowe in nome della modernità, e per finanziare il progresso propone delle aste settimanali.

Non è un gran sacrificio: ogni giovedì gli abitanti donano oggetti che non usano più e Perly li vende ai forestieri e agli altri cittadini. Una vecchia ruota, qualche mobile, cose rimaste per anni in soffitta: se li accaparra chi offre di più, e il ricavato va alla comunità, in particolare alle forze di polizia. 

A questo punto la storia acquista tinte horror, perché ogni settimana Perly e i suoi uomini ritornano, e ogni giovedì chiedono qualcosa di nuovo, senza che i cittadini riescano a dirgli di no. Si potrebbe evocare la storia della rana bollita che, immersa nell’acqua riscaldata lentamente, non si accorgerebbe del pericolo finché non fosse troppo tardi. Per quanto falsa, questa storiella è irresistibile come metafora della progressione di Samson.

Qualcuno prova a rifiutare, cerca di saltare fuori dalla pentola. Caleb Tuttle accoglie gli uomini con il fucile e poco dopo muore in circostanze abbastanza ambigue. Tad Oakes dice semplicemente di non avere più niente da dare. Gli uomini se ne vanno, ma dopo poco un albero distrugge le sue serre, così lui decide di andarsene e vende la casa. A chi, se non a Perly Dunsmore, pronto con i suoi contanti?

Una vita, un oggetto alla volta

Gli oggetti si possono interpretare in due modi diversi: come cose inutili che nessuno usa più, o come il risultato di un fiero lavoro di generazioni, che si stratifica negli anni e li trasforma in ricordi di cui andare fieri, perché frutto del sacrificio: i Moore e gli altri cittadini non si stanno privando di semplici oggetti, ma delle loro stesse radici, e la loro esistenza si restringe fisicamente insieme alle stanze che si svuotano un po’ alla volta.

L’inverno rende tutto ancora più soffocante: la casa, un tempo piena di oggetti, rumori e attività, diventa un luogo in cui ci sono sempre meno cose da fare e sempre più tempo per pensare a ciò che è stato portato via. Stephen King ha individuato l’elemento horror nella natura mostruosa di Perly, ma forse è più angosciante la sensazione di perdere tutto ciò che tiene insieme la tua normalità, mentre il terrore è l’unica cosa che rimane.

Samson continua a spostare il limite: ogni volta il lettore pensa: “Questo no, non possono permettersi di prenderlo”. Ma Perly ha la polizia e il potere dalla sua, e non ha più nessun limite: tutto ha un valore economico, anche la famiglia, e quindi tutto può essere venduto all’asta.

Le vecchie radici e il nuovo mondo

La corda si spezza quando Perly Dunsmore comincia a vendere la terra agli estranei: c’è una crudele ironia, perché più che le case sta vendendo la tradizione che ha appena distrutto. Radici di seconda mano, per così dire. Ai frequentatori delle aste parla di persone che, abbandonando la campagna, hanno perduto “qualcosa che non ha prezzo” e garantisce, insieme alla terra e alle strutture ricreative, anche “un’autentica comunità rurale come quelle di una volta”. 

Solo che quella comunità esisteva già. Erano i Moore, i Cogswell, i Tuttle, gli Oakes e tutti gli altri, con le loro case malandate, i campi, gli animali, gli oggetti tramandati e una rete di rapporti costruita nel corso di generazioni. Il progresso promesso da Perly ha bisogno di cancellarli per poter vendere a qualcun altro una versione confezionata della loro stessa vita. Il paradosso diventa grottesco: prima sradica chi ha davvero le radici, poi vende agli estranei l’esperienza di metterne di nuove.


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Chi non ha radici non si teme

Non tutti rimangono vittime delle richieste del banditore, c’è un’eccezione: il dottor Hastings e la moglie sono arrivati a Harlowe solo pochi anni prima, sono istruiti, mantengono rapporti con la città e guardano alle aste con un distacco precluso agli abitanti storici. Loro non hanno generazioni di vita accumulate in quella terra e in quegli oggetti, e forse proprio per questo vengono risparmiati. La moglie del medico pone con irritante semplicità la domanda che tormenta anche il lettore: se vi dispiace dare via le vostre cose, perché lo fate?

Il potere di Perly attecchisce meglio su chi ha le radici più profonde: chi può andarsene, chi non dipende interamente da Harlowe è più difficile da intrappolare. Per i Moore abbandonare la fattoria significherebbe recidere una continuità che è diventata ragione di vita, mentre gli Hastings sono potenzialmente di passaggio.

I soldi non sono come la terra. Te li rubano. Perdono valore. Le banche falliscono. Questo pezzo di terra, invece, sarà sempre di mia figlia Joan Samson – Il banditore

Paura e isolamento

Il banditore non potrebbe fare tutto da solo. Perly Dunsmore non arriva a Harlowe accompagnato da un esercito, ma se lo costruisce sul posto facendo promesse a tutti, in particolare ai vice sceriffi assunti grazie ai proventi delle aste. Le persone che eseguono i suoi ordini sono uomini che la famiglia Moore conosce e quindi Perly trasforma una comunità in uno strumento con cui controllare la comunità stessa.

Inutile è anche cercare aiuto fuori da Harlowe: le istituzioni che sulla carta dovrebbero rappresentare una via d’uscita sono macchine burocratiche distanti che non comprendono il problema, non credono alle richieste di aiuto dei residenti e forse non sono nemmeno interessate al loro destino.


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All’improvviso, una scintilla

A un certo punto John si rende conto di una cosa: il suo margine di manovra è scarsissimo, ma almeno può evitare di rinunciare alla sua terra e alla sua famiglia senza lottare. La sua prima ribellione è solitaria: in un momento di scarsa lucidità appicca un incendio. È un tentativo vano, eppure poco dopo ne divampa un altro, e lui non c’entra.

Io ho appiccato un solo incendio, e ha fatto cilecca. Ma forse ho acceso un’altra scintilla

La scintilla è la speranza, è rendersi conto che ciò che succede ad Harlowe è affare di Harlowe e affare di tutti coloro che ci vivono, persino dei vice sceriffi, perché è un attimo cadere in disgrazia. La scintilla è la possibilità che ciascuno scopra che anche gli altri hanno paura, odiano ciò che sta succedendo e vorrebbero fermarlo. Perly ha costruito il proprio potere isolando le persone. La resistenza comincia nel momento in cui i paesani tornano a riconoscersi come gruppo.

È difficile non provare sollievo. Ma non c’è spazio per un finale consolatorio in questo libro, e la forza di una folla non è necessariamente una forza buona. Il confine tra chi ha subito il sopruso e chi lo commette si fa sfocato. È un passaggio che ricorda Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson: la comunità che si compatta non produce necessariamente giustizia o salvezza, può produrre una creatura collettiva irrazionale, eccitata dalla propria forza e capace di devastare ciò che ha davanti.

Perly ha insegnato a Harlowe che la forza permette di prendere ciò che si vuole. Ed è così che alla fine si perdono quelle cose importanti di cui si parlava all’inizio, lo sancisce una frase di Ma’.

L’unica cosa che avevamo per fermarlo era la nostra integrità. Ora abbiamo dato via anche quella

Per decine di pagine i Moore hanno cercato di tracciare una linea del tollerabile, mentre Perly continuava a spostarla, eppure l’ultima cosa non gliela porta via lui. Sono loro a consegnarla. All’inizio si poteva ancora pensare che esistessero cose che nessuna asta avrebbe potuto vendere. La famiglia. L’amore. La dignità. L’integrità. Il banditore porta fino in fondo l’idea che non occorre che qualcuno riesca a strapparcele direttamente. È possibile impoverire una persona abbastanza, spaventarla abbastanza, isolarla abbastanza da portarla a sacrificare da sola ciò che aveva deciso di non cedere mai.

I Moore tornano a casa insieme. La famiglia è ancora lì. La terra è ancora lì. Ma dopotutto anche le cose importanti se ne sono andate.

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