CULTURA

Nella biblioteca di Umberto Eco

Quando l’ha vista il figlio Stefano, l’impressione che ne ha tratto è di essere tornato nella casa milanese affacciata sul Castello Sforzesco. Gli sembrava che perfino l’odore fosse quello. Anche a Elena Kostioukovitch, la traduttrice dall’italiano al russo di tutti i suoi romanzi e di molti saggi, pareva di trovarsi nuovamente lì, dove tante volte lo aveva incontrato. Lo ha detto anche il regista Davide Ferrario, autore di un documentario di qualche anno fa sulla sua biblioteca: guardando solo le riprese video degli scaffali, non saprebbe dire se si trova a Milano o a Bologna.

Siamo dentro alla Biblioteca Eco, la collezione libraria del celebre scrittore e semiologo che alla sua scomparsa la famiglia ha voluto donare allo Stato, con l’accordo che venisse valorizzata e studiata. Qui a Bologna, nell’ala novecentesca di Palazzo Poggi, l’edificio che ospita anche la Biblioteca Universitaria centrale dell’Università di Bologna, della biblioteca di Umberto Eco è finita la parte dei libri moderni: oltre 30 mila volumi che sono il racconto della sua curiosità insaziabile sulle più strampalate materie e della sua passione per l’oggetto libro.

Il principio del buon vicino

Nelle sale bolognesi, inaugurate ufficialmente a inizio luglio, poco più di dieci anni dopo la scomparsa di Eco, il team dell’Università ha cercato di mantenere il più possibile l’ordine della biblioteca originale. Non si tratta di un’esigenza di conservazione che poteva essere presa alla leggera, perché sugli scaffali i libri non sono organizzati in ordine alfabetico per autore oppure seguendo uno dei classici criteri biblioteconomici che si usano normalmente. Umberto Eco aveva organizzato la sua collezione per temi: semiotica e semiologia (ovviamente!), letteratura, filosofia, storia ma anche demonologia, scienze oscure, fumetti, fantascienza, gialli e così via. 

Ma i libri sono accostati secondo un personale criterio: volumi che stanno bene insieme, che si parlano, che hanno un qualche collegamento. Nel documentario di Ferrario, a questo proposito, il figlio Stefano confessa che “lo sapeva quasi solo lui dove erano”. Si tratta di un modo di accostare i libri che è noto anche con il “principio del buon vicino” coniato dallo storico dell’arte tedesco Aby Warburg: due libri accostati l’uno a fianco dell’altro assumono un valore unico. Ovviamente anche Warburg era un grande collezionista (oltre 65 mila volumi al momento della morte, avvenuta nel 1929) e la sua biblioteca è oggi conservata al Warburg Institute a Londra.

Ilaria Bortolotti, referente della Biblioteca Eco, e Francesca Tancini, project manager per il riallestimento della biblioteca, ci confermano che lo sforzo è stato quindi quello di preservare il più possibile quella disposizione. Una disposizione che, a studiarla, vale probabilmente da sola una tesi di laurea. O per lo meno una via di accesso privilegiata all’Umberto-Eco-pensiero.

I 30 mila volumi qui raccolti, in scaffali che - sottolineano Bortolotti e Tancini - hanno cercato anche nelle dimensioni di rispecchiare l’originale milanese, sono a disposizione di chiunque voglia studiarli e consultarli. Ma la biblioteca è aperta - su appuntamento - anche a chi voglia solo fare una visita e curiosare tra i dorsi dei volumi. Non è però tutta la collezione di Eco. I libri antichi, infatti, sono stati affidati alla Biblioteca Nazionale Braidense di Milano: si tratta di 1300 libri rari, tra cui 36 incunaboli. Qui a Bologna, però, arriveranno anche i libri della casa di Monte Cerignone, nelle Marche. Una collezione più piccola, ma che potrebbe essere molto interessante studiare perché, nella casa di villeggiatura, Eco ha finito di scrivere la maggior parte dei suoi romanzi. I libri di Monte Cerignone dovevano quindi essere una selezione di testi di consultazione e riferimento per quelle occasioni.

Una biblioteca viva

Ilaria Bortolotti, da professionista delle biblioteche, sottolinea che quella di Eco a Bologna è tecnicamente una biblioteca “morta”, ossia una biblioteca che rimarrà - salvo rare eccezioni - così com’è. Si tratta di una biblioteca d’autore, come ce ne sono molte altre nel mondo, ma che ha cercato di evitare il più possibile il processo di musealizzazione. L’idea, già presente nelle richieste della famiglia, è che la biblioteca organizzi ogni anno almeno un evento pubblico e che la collezione sia effettivamente consultabile da chiunque.

Chi passeggia tra gli scaffali si può così sbizzarrire a cercare di capire perché i libri siano disposti in un certo ordine. I volumi posizionati ad altezza occhi, ci racconta Tancini, sono sicuramente quelli che Eco consultava di più e voleva tenere a portata di mano. Qua e là sugli scaffali vediamo qualche libro appoggiato in orizzontale, come se Eco l’avesse appena posato dopo averlo sfogliato. Ma ci sono anche diversi libri con la copertina rivolta verso la stanza: erano delle sorta di segnalibri che servivano a Eco per avere subito un’idea di cosa si sarebbe potuto trovare su quello scaffale.

Serendipità vs. bolle

Il condizionale è d’obbligo, perché questo accostamento originale di libri doveva servire anche a un altro scopo, meno evidente, ma che Eco riteneva importante. Per lui guardare gli scaffali della biblioteca, racconta Tancini, doveva essere un po’ come curiosare tra le bancarelle di libri dei bouquinistes, dei rivenditori di usato lungo la Senna a Parigi: non sai mai cosa trovi, e così scopriva, nella sua stessa collezione, un tomo che non ricordava di aver collocato proprio lì, o che non ricordava nemmeno di possedere. È un’altra caratteristica della biblioteca che è basata su quel valore dei libri accostati di cui parlava Warburg.

Per dirla in un altro modo, come ha fatto in un post su Facebook Giovanna Cosenza, nota semiologa allieva proprio di Eco, questa sistemazione dei libri garantisce la serendipità, la possibilità di fare scoperte inaspettate e sorprendenti. Una scelta che cozza profondamente, suggerisce Cosenza, con la logica degli algoritmi di oggi che creano le cosiddette “filter bubbles”, le bolle dove troviamo contenuti che siano in linea con gli altri contenuti che abbiamo già consumato. “La lezione che la Biblioteca Eco dà a chi oggi vuole davvero fare innovazione, per esempio sviluppando interfacce digitali e piattaforme di knowledge management, è potente: abbiamo bisogno di progettare la serendipità”. Eco lo aveva fatto per la sua biblioteca e il sistema oggi è lì, a disposizione di chiunque lo voglia consultare e studiare.

Il trailer del documentario di Davide Ferrario, dal canale YouTube di Fandango, che l'ha prodotto e distribuito.

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