CULTURA

Il capro espiatorio: rito, condanna, vittima, vocazione, professione

In un antico rito ebraico durante il Giorno dell'Espiazione il sommo sacerdote appoggiava le mani su un capro per “espiare” i peccati della comunità (yom kippūr), trasferendoli all’animale non umano, prima di lasciarlo “libero” nel deserto: i propri peccati, collettivi come popolo, venivano simbolicamente caricati sul maschio della capra domesticata. E la vita ricominciava depurata, il male era stato “trasmesso”. L’esigenza “espiativa” probabilmente esisteva da prima all’interno di differenti comunità umane, di culture e di religioni. E corrisponde a una dinamica sociale: individuare la persona “giusta”, o il relativo gruppo, per accusarlo, in modo perlopiù “ingiusto”, di colpe ed errori, mali o problemi, per scaricare così tensioni o rabbie e per distogliere l'attenzione dagli eventuali veri responsabili, una condanna con o senza processo. Il capro espiatorio è la vittima designata a subire le conseguenze di una colpa collettiva o di un fallimento non puramente individuale, nella storia umana sono stati usati anche esseri della nostra specie. Siamo nel campo delle relazioni umane e, quindi, avere un bersaglio ha sempre più assunto una dimensione pure psicologica e metaforica, c’è chi se ne approfitta e chi ha una vocazione, c’è chi subisce e chi ne fa una professione. 

Sono innumerevoli romanzi e film, drammi e sceneggiature, testi di opere e canzoni in cui viene “rappresentata” la dinamica del capro espiatorio accanto ad alcune altre della vita relazionale e sociale. Qualche opera gli è stata proprio intitolata, del resto è spesso funzionale alle trame “gialle”. Facciamo un paio di esempi. Lo scrittore e poeta svedese August Strindberg (1849 - 1916) chiamò proprio Syndabocken (nella sua lingua) l’ultimo romanzo (1906, in italiano presso l’editore Carbonio), capitolo finale della cosiddetta "trilogia della solitudine”: il giovane avvocato Edvard Libotz si trasferisce in una remota cittadina di montagna svedese; timido e ligio al dovere, finirà per accollarsi le colpe e le frustrazioni degli abitanti; via via appunto si trasforma nel perfetto “capro espiatorio” (vittima sacrificale) della comunità. Il raffinato montatore, sceneggiatore e regista britannico Robert Hamer (1911 - 1963) realizzò l’ultima opera per Metro-Goldwin-Mayer collaborando con Gore Vidal e Daphne Du Maurier (autrice del romanzo originario con lo stesso titolo del 1957, in italiano per Il Saggiatore) e dirigendo Alec Guinness e Bette Davis in The Scapegoat (1959): un docente inglese in vacanza in Francia incontra il suo perfetto sosia, un pericoloso aristocratico, con il quale si ubriaca e che poi lo deruba e raggira, costringendolo a scambiare le loro identità, capro espiatorio personalizzato.  

Tra antropologia e finzione

Nel 1982 il grande intellettuale, antropologo letterario e filosofo francese (trasferitosi negli Stati Uniti per insegnare, divenuto cattolico durante gli studi per il primo libro) René Girard (1923 - 2015) dedicò un saggio famoso e citatissimo al Bouc émissaire (tradotto da Adelphi nel 1987 e spesso riproposto). L’analoga espressione con la stessa origine etimologica esiste ovviamente in molte lingue europee: αποδιοπομπαίος τράγος in greco; in inglese, svedese e francese come abbiamo visto; Sündenbock in tedesco; Chivo expiatorio in spagnolo; Bode expiatório in portoghese. Girard spiega e teorizza, esaminando parabole ed episodi dei Vangeli, il meccanismo dell’immedesimazione e del sacrificio nelle dinamiche relazionali, il carattere spesso mimetico del desiderio e della responsabilità, della confessione e dell’espiazione, della persecuzione e della violenza. L’innocente (vittima sacrificale) può trasformarsi nell’agnello di Dio. Lesse il suo testo scientifico l’insegnante ed eccelso scrittore francese Daniele Pennac, che fece di quella implicita dinamica relazionale un’esplicita professione dipendente retribuita, uno dei personaggi più significativi della letteratura dell’ultimo cinquantennio (apparso per la prima volta nel 1985), Benjamin Malaussène.

Il protagonista scelto da Pennac svolge meticolosamente il mestiere di capro espiatorio prima in un grande magazzino con 855 dipendenti in rue du Temple (nel mitico IV Arrondissement parigino del Marais), poi in una casa editrice (si potrebbe provare nelle redazioni). È un lavoro raro e complicato, causa misteriosa ma evidente di qualsiasi evento inspiegabile, all’origine di niente ma responsabile di tutto: quando un cliente si lamenta, viene chiamato al telefono interno l’impiegato Ben, che attende solo in un misero ufficio. Deve farsi strapazzare e umiliare pubblicamente, assumendosi ogni colpa con un’aria così contrita, miserabile e disperata che, di solito, il cliente finisce per ritirare il reclamo. Che professionista! Insieme terziario avanzato e artigianato artistico, fatica fisica e raffinato intellettualismo, creatività e alienazione, realtà e finzione. Il personaggio ebbe successo, la storia apparve nella Série Noire visto che il personaggio dovette pure investigare su vari omicidi, per amore e necessità. L’autore dichiarò fin dalle prime interviste che si era ispirato al saggio di Girard (la cui fertile teoria è stata ancora di recente discussa all’Università di Padova, poco più di un anno fa.

L'ammortizzatore psicologico e l'uso politico della colpa

È una dinamica che ciascuno di noi affronta quotidianamente, in modo spesso non estremo, fortunatamente. Si tratta di un “ruolo” di cui si ha bisogno psicologico in mezzo agli altri, talvolta nella versione di autoidentificarsi come vittima (ce l’hanno tutti con me), più specificamente nella versione di attribuire a una persona che frequentiamo o a un gruppo o a una comunità la responsabilità di quello che non ci piace o non ci convince nella dura realtà materiale. Peraltro, qualche volta è parzialmente vero. Cerchiamo la motivazione per scaricare il peso di una colpa, per allontanare l’angoscia, per scansare un ostacolo, per motivare errori e difetti, per andare avanti. A scapito di altri, che lo meritano però poco o niente.

Nel contesto degli indirizzi programmatici politici o di dichiarazioni e comportamenti sociali chi si esprime o si attiva per altri indica in uno o più avversari l’origine di tutti i mali, basta ascoltare e guardarsi intorno per verificarlo, talora gli organi di informazione richiamano proprio il capro espiatorio (un solo “nostro” esempio qui, riferito al noto terribile episodio di Macerata della primavera 2018 in cui il capro espiatorio erano i neri). Vale anche a livello individuale e di coppia, si ha la tentazione di prendersela con qualcuno o qualcuna per motivare la nostra insoddisfazione. Ovvio che tali pensieri di psicologia sociale o relazionale si siano “tradotti” frequentemente in azioni presenti in innumerevoli romanzi di scrittori e scrittrici, un po’ in tutte le lingue (per esempio qui). 

“Il capro espiatorio” di Elisabeth Sanxay Holding: un noir sulla paranoia

È appena stato pubblicato in italiano un giallo che già nel titolo usa ancora l’espressione: Elisabeth Sanxay Holding, Il capro espiatorio, traduzione di Paola De Camillis Thomas, Edizioni Le Assassine Milano, pag. 215 euro 18, 2026 (orig. 1946 The Innocent Mrs. Duff). Siamo nell’immensa New York e nella piccola Vandenbrinck (dintorni non adiacenti); alla fine della seconda guerra mondiale, aprile 1946, ancora con razionamento alimentare (tessere e buoni). Mr. Jacob Jake Duff è molto ricco e turbato. Ormai ha superato i quaranta (tra 42 e 44); dopo essere rimasto vedovo, da un anno si è risposato con la timida leggiadra 21enne ex modella Regina Reggie Riordan, occhi azzurri, capelli neri, colorito luminoso, e non la sopporta più, si è convinto e si ripete che lei non fa né dice una cosa giusta. Era stato sposato con la rimpianta Helen; insieme alla nuova coppia di fatto vivono il figlio di lui Jacob Jay Duff Junior, di sette anni, la relativa piacente governante inglese 35enne signorina Castle e servitù varia (cuoca, cameriera, autista). Jake è decisamente ingrassato (sei chili), beve sempre di più a ogni ora del giorno (ormai spesso a digiuno, per dimagrire!); tutti i giorni feriali si fa portare a Manhattan (in auto alla stazione e col treno) dove dirige la potente famosa Martin & Duff: contratti di guerra, strumenti chirurgici e dentistici. 

L’unica persona di cui Jake si fida è l’attempata volitiva zia vedova Louisa Albany, della quale sarà erede designato, che però prende le parti della moglie e lo rimprovera. Obnubilato, architetta piani. Assolda investigatori privati. La moglie potrebbe farsela con l’autista Nolan? Prova a tendere loro un’imboscata, poi lo licenzia comunque, infine cambia idea (per non subire ricatti). Aggredisce violentemente un anziano che lo stava minacciando con un frustino e questa volta finisce male, lo colpisce e uccide (legittima difesa?) e Reggie lo copre. Non si cheta, pur intuendo vieppiù di commettere sempre più errori e sciocchezze. Lei è innocente ma risulta pure il suo necessario capro espiatorio (da cui i titoli, inglese e italiano).

L'ottima scrittrice statunitense Elisabeth Sanxay Holding (Brooklyn, 1889 - Bronx, 1955), dopo benestanti studi e una vita di viaggi con il marito diplomatico e successivamente due figlie, esordisce nel romanzo rosa e successivamente si dedica meglio a crime & detection (romanzi e racconti, più redditizio), firmando alcune opere di successo, sia per la critica che per il pubblico. Solo una piccola parte della ventina di “gialli” sono stati tradotti in italiano, questo era inedito (psicologico e noir, come in quegli anni al cinema). 

Come detto, il capro espiatorio è un antico rito ebraico (citato nella Bibbia), una forma di relazione fra gruppi umani (antropologica e da secoli spesso nella geopolitica internazionale), una dinamica di persecuzione sociale (Girard), una professione (Pennac), un’ammortizzatore psicologico individuale (l’origine quasi di ogni male, per le persone che si sentono buone, più o meno con indulgenza verso sé stessi). 

Nel romanzo di Sanxay la narrazione è in terza persona, fissa sull’insopportabile Mr. Duff, che è cresciuto perbene, e sulle sue azioni giorno dopo giorno, sui pensieri che le accompagnano e le seguono, sulla fobia per l’irreprensibile Mrs. Duff, sulle relazioni umane che inevitabilmente ha e non lo soddisfano, sui retropensieri nei dialoghi. Ovviamente, ha letto e un poco conosce Edgar Allan Poe, “uno che beveva”. I poliziotti arrivano solo alla fine, saranno sorpresi dallo strano presuntuoso scivoloso personaggio, che finirà per irritare molto ogni lettrice (e alcuni di noi lettori maschi, pur magari riconoscendoci in qualche cattivo pensiero). Ogni tipo di liquore aleggia quasi in ogni pagina, lui è ormai di fatto un ubriacone snob. Il finale noir giustifica che l’individuazione del capro espiatorio implica spesso per il personaggio guardarsi dentro, almeno un poco. Capro espiatorio dell’autrice, forse.

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