CULTURA

Cent'anni di Tina Merlin

Il 19 agosto del 1926 nasceva a Trichiana, in provincia di Belluno, Tina Merlin. Fu giornalista dell’Unità, militante del PCI, staffetta partigiana; e la sua voce inascoltata (celeberrimo il caso del Vajont: in moltissimi articoli aveva preconizzato il disastro) le valse l’appellativo di Cassandra. È stata una donna che oggi ci affascina per quello che ha fatto e come l’ha fatto. Viviamo in un mondo che riconosce l’eroismo con difficoltà, come fossimo storditi da una inebetita confusione. Merlin, nel suo modo, è invece stata chiaramente un’eroina: qualcuno che ha avuto il coraggio di non cambiare idea sotto minaccia, di ascoltare la voce degli ultimi, di comprendere cosa stava accadendo e per quale ragione. E di dirlo.

La sua storia di giornalista è legata alla vicenda della tristemente celebre diga della SADE che non ha ceduto quando il monte Toc ha franato nel lago artificiale, producendo così l’onda che, il 9 ottobre del 1963, ha raso al suolo l’abitato di Longarone; ma la sua vita privata e professionale, e il suo lascito, vanno ben oltre questa terribile sciagura.

Sono sicuramente quel suo sguardo limpido e quella sua postura coraggiosa ad aver ispirato altri a scrivere di lei. Per esempio, Toni Sirena (il figlio avuto dal partigiano Aldo Sirena) che ne tiene viva la memoria e Giampaolo Pansa che si rammarica – nella prefazione all’edizione del 1993 di Sulla pelle viva in cui Merlin ricostruisce gli accadimenti del Vajont – di averle tenuto “la sua porta sbarrata”, come scrivevamo sul Il Bo Live in occasione dei 50 anni dalla tragedia di Longarone. 


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Elisabetta Tola ci ha dedicato la prima puntata della serie di podcast She, green, in cui si raccontano sei donne che hanno pensato all’ambiente come a un bene collettivo, spesso opponendosi a interessi economici e modelli di sviluppo considerati ingiusti.

Ecco che qui Merlin non è “solo” la Cassandra del Vajont, ma un esempio ante litteram di ciò che oggi ci piace riconoscere come autentico, integro, visionario. Sempre Tola, insieme all’ingegnera meccanica Annalisa Corrado, la racconta in un libro appena uscito per People, Le ragazze e il colibrì. Le due divulgatrici ce la fanno conoscere così:

“Tina Merlin, sentendo tutta l’impotenza e il peso di non essere riuscita, pur avendoci provato per anni, a evitare quell’ecatombe [NdR: del Vajont], scrive con rabbia. Lo fa anche per rivendicare il suo lavoro, quello con cui ha cercato con tutte le sue forze di allertare, di scrivere e di stare, sempre, dalla parte delle persone e delle popolazioni locali. Per questo, è stata spesso presa in giro, considerata un’allarmista, al punto da finire sotto processo per procurato allarme nel 1959, tre anni prima del disastro. ‘Magari fossi riuscita a turbare l’ordine pubblico!’ tuona Tina Merlin, sempre in uno dei suoi articoli per l’Unità. Perché i suoi articoli, le sue inchieste, le pagine e pagine in cui ha analizzato i documenti tecnici e intervistato gli abitanti di Erto e Casso – i due paesi ai lati della diga, sfollati in fretta e furia solo quando era ormai chiaro che la montagna stava franando – sono stati sempre considerati poca cosa, perfino dai suoi colleghi.”

La sua storia è quella di una donna della minoranza, di chi deve lottare per essere creduto – una parabola che purtroppo parla di molti (e molte):

“Non nasce ricca, Tina Merlin. La sua storia inizia a metà degli anni Venti a Trichiana, in provincia di Belluno. Vive la sua infanzia in una famiglia vivace, tra le montagne bellunesi. Lei è l’ultima di tanti fratelli: la madre Rosa, vedova, si era risposata con Cesare, un muratore che, come molti altri abitanti delle montagne, era stato costretto a emigrare per ragioni economiche. Lei racconta, in un libro autobiografico, La casa sulla Marteniga, di un’infanzia molto povera, ma tutto sommato serena. È anche, chiaramente, una vita di lavoro molto duro. Nonostante sia molto capace, Tina può studiare solo fino alla quarta elementare e poi deve contribuire al lavoro familiare. Il lavoro che serve è quello contadino, il che significa gestire la terra, il pascolo, i campi. In seguito, come per molte ragazze delle valli, è prevista la partenza per andare a servizio in città. Nel suo caso, a 12 anni, Tina Merlin viene mandata a Milano, dove vive una delle sue sorelle. È un’esperienza difficile, di emigrazione, come quella vissuta, a quel tempo, da tante altre ragazze che, dai paesi di montagna, vengono mandate in città per lavorare. È qui che Tina, giovanissima, comprende il concetto di differenza di classe. A Milano, però, rimane tutto sommato poco, perché, quando scoppia la seconda guerra mondiale, torna a casa tra le sue montagne. Poi, spinta dall’adorato fratello Toni, entra nella Resistenza come staffetta partigiana. Si muove tra le montagne, pedala tra le città del Veneto. È quella l’esperienza che definisce il resto della sua vita”.

In che modo?

La difesa del ruolo centrale, nella costruzione dell’Italia democratica, della lotta partigiana è portata avanti da Tina Merlin per tutta la vita. Ne scrive più volte e, ancora negli anni Ottanta, è alle prese con la raccolta di materiali per ricostruire la storia della Resistenza nelle sue zone, sulle montagne bellunesi, per sottolineare, ancora una volta, che secondo lei la ragione stava da una parte sola. Chi ha rischiato la vita, infatti, non può essere considerato allo stesso modo di chi se l’è salvata, magari pure tradendo quella altrui. Contraria al compromesso, contraria all’amnistia, promossa, per facilitare la pacificazione in una popolazione che esce di fatto da una guerra civile, dal ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti, capo di quel Partito Comunista Italiano nel quale anche lei entra subito dopo l’esperienza partigiana. Convinta che la giustizia sia necessaria, prima di tutto sul piano morale”.

Il suo rapporto con la montagna è schietto, pochi come lei possono capire e avere titolo per denunciare. Tola e Corrado scrivono: 

La ‘malattia cronica’ della montagna torna in tanti articoli di Tina Merlin nel corso di tutti gli anni Cinquanta, ben prima della tragedia del Vajont. L’Italia ha intrapreso la strada di una forte industrializzazione. Serve energia e la strada principale è quella dello sviluppo dell’idroelettrico. Nascono le compagnie elettriche, proprio come la SADE, che sarà poi la costruttrice della diga del Vajont. Una compagnia che, denuncia Merlin, ha nei fatti una sorta di monopolio sul territorio bellunese. Un potere enorme, che viene esercitato con atteggiamento dispotico e del tutto noncurante degli effetti sulle popolazioni locali che, peraltro, non trovano nemmeno nei propri amministratori degli interlocutori credibili e fidati. Tina Merlin si sposta di paese in paese, di frazione in frazione. Raccoglie storie, testimonianze e anche descrizioni molto puntuali dei problemi. […]  Ingiustizia sociale ed economica e disastro ambientale vanno alla pari. I lavori di costruzione di dighe e centrali mangiano i terreni migliori. Le opere di cementificazione e i laghi artificiali danneggiano gli equilibri della montagna e ci sono danni strutturali a molti paesi, crepe nelle case, sbriciolamento delle pendici. Il territorio, insomma, si infragilisce. Tina Merlin parla di sbriciolamento della montagna, sempre facendo riferimento a relazioni tecniche precise, anticipando il tema odierno del rischio idrogeologico. Tutto a favore delle industrie, soprattutto quelle del Nord Italia, e senza che ci sia alcun piano di valorizzazione e recupero ragionato per le popolazioni della montagna, che dunque, in un certo senso, finiscono con l’essere colonizzate e sfruttate in favore di quelle della pianura. Prima e dopo il Vajont, dunque, il tema centrale che Tina Merlin affronta con una scrittura netta, mai traballante, mai accomodante, è la profonda iniquità della situazione. La montagna è già un ambiente dove la vita è difficile; lo è anche di più perché abitata per la maggior parte da una classe sociale considerata subalterna, composta da contadini, spesso da donne, bambini e anziani, perché gli uomini sono emigrati. Anche quando tornano, dopo decenni di lavoro all’estero, finiscono con il sentirsi doppiamente traditi.”

Ed è proprio quella montagna a ricordarsi di lei continuamente. Adesso ha per esempio appena chiuso i battenti una mostra fotografica voluta, per il centenario dalla nascita, dall’Associazione Culturale Tina Merlin a Lentiai, in provincia di Belluno, nella casa della Società Operaia di Mutuo Soccorso, dal titolo “Le radici del cielo. Tina Merlin: una donna, una voce libera” e seguiranno lo spettacolo teatrale “A perdifiato, ritratto in piedi di Tina Merlin” (il 31 ottobre a Mel) e la mostra artistica “Tina Merlin. Nel paesaggio tra fragilità e forza della natura” (il 14 novembre a Trichiana).


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Vale sempre la pena ricordare. Ricordare Tina Merlin, “leggendola” anche in chiavi contemporanee come fanno Tola e Corrado con lucida attenzione: “In molti […] testi, Tina Merlin parla di ambiente. Non potremmo definirla, nel senso che oggi intendiamo con questo termine, un’ambientalista. La sua visione critica della distruzione dell’ambiente è più una preoccupazione legata alla violazione dei diritti delle comunità, delle persone che abitano i diversi luoghi. Non fa un ragionamento di natura ecologica, non riflette sulla crisi secondo i parametri e i riferimenti, anche teorici, che leggiamo in altre autrici. Si concentra sugli aspetti economici, sociali e politici. Eppure, forse proprio perché anche lei è nata tra le montagne, nei suoi scritti troviamo costanti riferimenti alla necessità di gestire l’ambiente considerando le sue caratteristiche principali, strutturali, l’importanza di non distruggere le risorse e di utilizzarle sempre con attenzione”.

È necessario ricordare, perché, come scriveva Merlin stessa, “la storia cambia, cambiano le condizioni della gente, del modo di produrre, del mercato. I giovani non capiscono più. Essi hanno bisogno di costruirsi un avvenire loro, perciò i più accumulatori pensano che la fase che si vive oggi in Europa sia rivoluzionaria. E in parte lo è. L’essenziale è che acquistino anche una memoria storica per poter fare bene. Che sappiano cosa è stato il passato, nel bene e nel male, e cosa è costato a milioni di persone”.

L’essenziale è che [i giovani] acquistino anche una memoria storica per poter fare bene. Che sappiano cosa è stato il passato, nel bene e nel male, e cosa è costato a milioni di persone Tina Merlin

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