CULTURA

Le pescatrici e altre storie di donne: lo sguardo fotografico di Chiara Negrello

Un viaggio silenzioso, tre generazioni di donne, una storia di acqua e lavoro, equità e giustizia sociale. Si intitola Like The Tide (Come la marea) e racconta un territorio, le sue dinamiche, gli equilibri, le sfide e, soprattutto, il cuore delle persone. Quello dedicato alle pescatrici di vongole del Delta del Po - territorio 'sospeso' tra Veneto ed Emilia Romagna, dalla sacca di Scardovari a Goro - è il progetto fotografico di Chiara Negrello, avviato nel 2020, in piena pandemia, che oggi continua con l'obiettivo di esplorarne ulteriori possibilità attraverso il linguaggio del video, partendo da una residenza (appena avviata) al Lago Film Fest di Revine. 

Nata a Rovigo nel 1995, Negrello vive tra l'Italia e il Sud-est asiatico e collabora con diverse testate nazionali e internazionali, da The New York Times a National Geographic, passando per La Repubblica, El País, Der Spiegel e The Washington Post. Fotografa documentarista, interessata a temi di giustizia sociale, identità e resilienza, negli anni ha scelto di raccontare sia storie locali legate alla propria terra d'origine - Invisible Traces, su un gruppo di mamme venete e la loro battaglia contro i PFAS, Caring For Our Past, che segue le vite di alcune badanti ucraine in Italia, A Mirror, a Stranger, dedicato alle generazioni femminili della sua famiglia -, sia storie lontane, dalle Recicladoras de Quito, le raccoglitrici di rifiuti in Ecuador, a Feeble Bloom, progetto dedicato alle festival queens delle Filippine, giovani reginette, vestite come fiori, protagoniste di sfilate vissute dalle comunità rurali come occasioni di riconoscimento sociale.

Qual è il 'motore' della tua ricerca?

“All’inizio di un progetto c'è sempre una prima fase istintiva alla quale deve, poi, affiancarsi una componente razionale. Il mio interesse personale deve necessariamente collegarsi a tematiche più ampie, per raggiungere un pubblico vasto, ma senza un coinvolgimento farei molta fatica a seguire un progetto per lungo tempo o a entrare nella sfera più intima delle persone. Sono interessata ai temi sociali, in particolare all'aspetto economico, e le donne sono un soggetto con cui mi relaziono in modo naturale, probabilmente grazie alla storia della mia famiglia: mia madre ha sempre lavorato in un ambiente considerato maschile, quindi ho assimilato presto l'idea che il genere non definisca ciò che puoi fare. Mi interessano le donne che dimostrano questa attitudine: fotografarle è il mio modo per valorizzarle. Più in generale, sono affascinata dalle figure che riescono a essere agenti del proprio cambiamento”. 

Come le pescatrici del Delta del Po. 

“Con loro, prima ancora dell'aspetto fotografico, sono state le conversazioni ad accendermi. Mi portavano a pensare: vorrei essere così. A questo interesse si aggiunge la mia attrazione per la classe media, quella che io chiamo ‘la sfumatura di grigio’: non il bianco e non il nero, ma la fascia intermedia, la popolazione meno raccontata, che non vive agli estremi - né troppo ricca né troppo povera -, ma nel cui profilo si intersecano tantissime dinamiche sociali. Le pescatrici nascono come racconto di genere nell’ambito della pesca, ma finiscono per mostrare in modo più ampio cosa significhi vivere in un contesto locale di classe medio-bassa. Il mio obiettivo è dare un volto e una concretezza a termini e concetti che altrimenti resterebbero astratti”.

“ Sono affascinata dalle figure che riescono a essere agenti del proprio cambiamento Chiara Negrello

Quando nasce il progetto Like The Tide? 

“Ho iniziato a lavorarci nel 2020. Avevo vinto una borsa di studio per gli Stati Uniti ma, con il blocco dovuto alla pandemia, sono rimasta in Italia. Ho scelto subito il Delta. All'inizio volevo analizzare l'impatto economico e sociale dell'allevamento delle vongole. Una volta lì, parlando con i locali, sono venuta a conoscenza della presenza delle pescatrici e il mio focus si è spostato naturalmente su di loro. Nel gennaio 2021 mi sono trasferita sul posto, per circa sette mesi (tra Veneto ed Emilia Romagna, ndr). Ero partita per documentare la dimensione lavorativa, ma in breve tempo mi sono ritrovata dentro le loro case, a festeggiare la Pasqua, a giocare a carte, a condividerne la quotidianità. In quel periodo stavo definendo il mio confine tra sfera professionale e personale e ho iniziato a riconoscere in certi gesti quotidiani la mia stessa infanzia, notando come la gente del Delta vivesse in una dimensione temporale sospesa. È stato un periodo intenso: seguivo le lezioni americane online, andavo a dormire all'una di notte e mi svegliavo alle quattro per uscire in barca al gelo. Sono riuscita a conquistare la fiducia di quelle donne, cosa tutt'altro che scontata, visto che eravamo nel pieno del secondo lockdown. Attraverso la fotografia ho raccontato la loro affermazione in un settore storicamente maschile, poi nel 2023 è esplosa l'emergenza del granchio blu e così, negli ultimi due anni, sono tornata regolarmente per documentarne le conseguenze a lungo termine. Dal punto di vista umano non è cambiato nulla, ma l'impatto economico è stato devastante: l'economia locale è collassata e c'è un forte tumulto. Il granchio blu è stato il sintomo che ha fatto emergere fragilità più profonde. Un esempio? Pur essendosi affermate sul campo, le donne continuano a essere ampiamente escluse dai ruoli decisionali”.

“ Attraverso la fotografia ho raccontato la loro affermazione in un settore storicamente maschile Chiara Negrello

Come si sta sviluppando questa storia sul Delta e quanto è cambiato il tuo sguardo nel tempo? 

“Frequento il Delta da sei anni e nel tempo la mia visione si è ampliata. Non si tratta più soltanto di un racconto al femminile o legato alla pesca, ma di un'indagine sulle dinamiche sociali dell'intero territorio. Più frequento quei luoghi, più le storie si ramificano. A Scardovari, per esempio, è arrivata un'azienda srilankese per gestire la lavorazione del granchio blu. È un aggancio fondamentale: mostra come un luogo storicamente isolato e autosufficiente si stia aprendo a dinamiche di globalizzazione prima impensabili. Il granchio blu ne è il simbolo: una specie invasiva arrivata dagli Stati Uniti, lavorata da un'azienda srilankese e poi rispedita in America sotto forma di polpa. Al centro per me resta l'aspetto umano: una delle mie nuove protagoniste lavora proprio in quello stabilimento”.

Tratteggiando il profilo delle pescatrici che hai conosciuto, pur nell’unicità di ogni donna, riesci a individuare caratteristiche comuni? 

“In tutte loro ho riscontrato un forte dualismo: da un lato sono estremamente determinate e ferme, dall'altro sanno essere incredibilmente tenere ed emotive. I due aspetti convivono in armonia. Questo sfata il mito che la sensibilità sia una debolezza o che per fare un lavoro maschile ci si debba mascolinizzare. Inoltre, abbiamo una visione troppo limitata della forza, spesso ridotta a qualcosa di fisico o esibito. La forza assume forme diverse, non esiste un unico parametro per definirla: penso alle badanti, al centro di un altro mio progetto, che possono sembrare fragili, ma dimostrano invece un enorme coraggio nel lasciare la propria famiglia per trasferirsi in un altro Paese”.

In un testo con cui accompagni il progetto A Mirror, A Stranger, dedicato alle generazioni femminili della tua famiglia, scrivi che la macchina fotografica ti ha permesso di fare le domande più intime, quelle che altrimenti non saresti riuscita a porre. Dunque, per te, la fotografia è anche questo? È un modo per fare domande?

“Per me la fotografia non è tanto un mezzo per fare domande in senso stretto, quanto un tramite per accedere a persone, realtà e dinamiche con cui altrimenti non entrerei mai in contatto. Quando lavoro da sola la parte di intervista ricade su di me, quando lavoro con un/una giornalista è un arricchimento reciproco. La fotografia mi arricchisce enormemente sul piano umano: nelle mie esperienze mi sono sentita accolta in modo straordinario e mi chiedo sempre come poter restituire tutto l'affetto ricevuto. Ciò che vivo sul campo deve riflettersi nel modo in cui mi comporto con gli altri, per innescare una catena di empatia. Al di là dell'accesso alle informazioni, la cosa più bella resta l'umanità: quando faccio questo lavoro sono la persona più felice del mondo”.

“ La fotografia mi arricchisce enormemente sul piano umano. Nelle mie esperienze mi sono sentita accolta in modo straordinario e mi chiedo sempre come poter restituire tutto l'affetto ricevuto Chiara Negrello

Tra i tuoi lavori c'è anche Invisible Traces, un'indagine fotografica sui PFAS: una delicata vicenda sociale e ambientale legata al territorio veneto. Quando hai incontrato questa storia e come hai deciso di strutturare il racconto fotografico? 

“Quel lavoro è arrivato molto presto rispetto alla maturità che sento di avere oggi. Avevo letto di quello che stava accadendo con i PFAS in Veneto ed ero rimasta colpita dall'ingiustizia sociale legata all'acqua e dalla vulnerabilità di un territorio che si è sempre sentito al sicuro. Soprattutto mi avevano colpito le madri che si battevano per questa causa. Tra il 2017 e il 2018 mi sono avvicinata a quella storia in modo molto istintivo, senza uno stile visivo ben definito. È bello però riguardare quelle foto oggi e notare come dialoghino con la mia produzione attuale. Solo più tardi ho compreso che a muovermi era stato proprio il fatto che a prendere in mano la situazione fossero state delle donne, delle mamme. È stato un tassello fondamentale, chiuso poi nel 2021 con il processo. Quel lavoro mi ha insegnato che sotto casa esistono un miliardo di storie straordinarie: non conta quanto siano visivamente spettacolari, tutto dipende da come guardi ciò che hai attorno e come ti relazioni con le persone”.

“ Raccontare il processo - la presenza fisica sul campo, la genesi di un progetto - è l'unico modo per rendere visibile il valore di un racconto del reale, riavvicinando il pubblico alla verità delle storie Chiara Negrello

In un'epoca attraversata dalle trasformazioni tecnologiche e dall'AI, quale deve essere il ruolo e quale la responsabilità della fotografia documentaristica? 

“Il punto non è soltanto cosa possa fare la fotografia, ma cosa debbano fare autori e fruitori. Non siamo più nell'epoca in cui un singolo scatto iconico può fermare una guerra: oggi siamo sovraesposti e desensibilizzati. Come autori e autrici abbiamo la responsabilità di tutelare l'integrità dell'immagine dalle derive tecnologiche e dall'intelligenza artificiale, spiegando con trasparenza il contesto e le motivazioni delle nostre scelte visive. Allo stesso tempo il pubblico deve continuare a porsi domande: un'immagine estrapolata dal suo contesto, con un titolo fuorviante, può cambiare tutto, completamente. È necessario prendersi un impegno concreto introducendo l'educazione visiva nelle scuole: come si impara a leggere un testo, così, oggi, è indispensabile imparare a decodificare le immagini". 

Un reportage realizzato sul campo ha una ricchezza e un valore insostituibili, ma per le nuove generazioni è sempre più difficile fare esperienza autentica del reale. 

“Proprio per questo dobbiamo sforzarci di contestualizzare di più. Raccontare il processo - la presenza fisica sul campo, la genesi di un progetto - è l'unico modo per rendere visibile il valore di un racconto del reale, riavvicinando il pubblico alla verità delle storie”.

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