Venezia 83: Bunker di Florian Zeller ci chiede cosa vogliamo lasciare dietro di noi
Javier Bardem in Bunker - Credits Blue Morning Pictures Mod Producciones Pathé Films
Stiamo rischiando di rovinarci il presente per paura del futuro. E, sia chiaro, abbiamo fin troppi buoni motivi per averne: la crisi climatica, le guerre, le disuguaglianze crescenti, una pandemia che ci ha già dimostrato quanto velocemente si sgretolino le certezze. Possiamo aggiungerci l’intelligenza artificiale, se siamo particolarmente in vena di angoscia, e a quel punto viene quasi voglia di mettersi a cercare un bunker su un sito immobiliare: potrebbe essere un buon investimento.
Il problema è che a forza di prepararci a un futuro spaventoso rischiamo di cominciare a vivere come se fosse già arrivato. Da qui prende le mosse Bunker, il nuovo film di Florian Zeller presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. Ma mettendo da parte l’idea che un po’ di paranoia non sia poi così irragionevole, la sceneggiatura ci porta oltre e ci fa un’altra domanda: siamo sicuri che l’unica risposta possibile sia difenderci?
Scavare buchi contro la paura
Miguel (Javier Bardem) e Sofía (Penélope Cruz) stanno insieme da diciassette anni e vivono con le due figlie in una bellissima casa londinese. Lui è un architetto di successo; lei lavorava nell’editoria in Spagna e ha visto ridimensionarsi la propria carriera quando la famiglia si è trasferita in Inghilterra per inseguire quella di lui. Un giorno un miliardario tecnologico interpretato da Paul Dano, con una proposta per Miguel: vuole che gli progetti un bunker, e vuole che lo faccia lui, perché non si fida della sicurezza con le ditte specializzate.
Zeller racconta di aver avuto l’idea leggendo di un miliardario tech che stava costruendo un rifugio alle Hawaii. A interessarlo era soprattutto il paradosso: un uomo diventato immensamente ricco grazie all’idea di connettere le persone che si prepara a sopravvivere isolandosi completamente da loro. L’ombra di Mark Zuckerberg sul personaggio di Dano è difficile da ignorare, e il paradosso è perfetto per la costruzione del film.
Sopravvivere, ma poi?
Quando Miguel cerca di capire da che cosa dovrebbe proteggere il suo cliente, è lui a passare in rassegna le apocalissi possibili. Andrew, invece, ha in mente soprattutto una cosa: gli altri esseri umani. Teme una crisi sociale, una rivolta, il momento in cui una popolazione sempre più impoverita potrebbe decidere di presentare il conto a chi possiede una quantità spropositata di ricchezza. Ma lui non pensa soltanto a come sopravvivere portando una decina di persone con lui, si preoccupa di quello che potrebbe succedere dentro il bunker: come si fa a garantire il permanere della catena di comando? A un certo punto ragiona persino sulla possibilità di affidare al riconoscimento vocale il sistema dell’ossigeno: ok portare con sé le persone di cui ti fidi, ma come puoi essere sicuro di poterti davvero fidare? Non sono solo i poveri a fare i colpi di Stato.
Andrew è un personaggio a tratti ridicolo, ma in modo inquietante: produce quella sgradevole sensazione di trovarsi davanti a persone alle quali abbiamo consegnato una fetta enorme del nostro presente e che, mentre ci vendono il futuro quotato in borsa, stanno già pensando a come salvarsi se quel futuro dovesse andare malissimo.
Sei sempre il povero di qualcun altro
Dall’altra parte c’è Toby (Stephen Graham), il vicino meno abbiente che sta trasformando un garage confinante con il giardino dei protagonisti in un monolocale e che decide di aprire abusivamente una finestra affacciata sulla loro proprietà. Miguel prova a risolvere quel problema con il denaro, come aveva fatto con lui Andrew quando non lo vedeva convinto di accettare il lavoro.
È difficile non vedere la geometria che si è formata: Andrew può comprare Miguel e Miguel può provare a comprare Toby. La gerarchia ti frega, quando al vertice non ci sei tu.
Dalle piramidi agli accordi di riservatezza
C’è poi una battuta, apparentemente laterale, che forse racconta ancora meglio che cosa sia diventato il potere nel mondo di Bunker. Nello studio di architettura Miguel ricorda al socio che gli uomini che costruivano le piramidi finivano sepolti dentro insieme ai loro segreti. Oggi invece basta firmare un accordo di riservatezza. Il trionfo dei burocrati che danno un colpo di spugna alla grandiosità.
Per millenni il potere ha usato l’architettura per sfidare il tempo con piramidi, templi, palazzi, cattedrali. Possiamo discutere per giorni di sfruttamento, megalomania e propaganda, ma almeno dietro c’era un’idea di grandezza, che andava oltre il presente, e che pensava a chi sarebbe venuto dopo. Le cattedrali potevano richiedere generazioni per essere completate, e chi cominciava a costruirle sapeva che non avrebbe visto la fine dei lavori. Eppure costruiva lo stesso. L’edificio aveva senso proprio perché sarebbe rimasto, superando la durata della singola vita.
Miguel, all’inizio della sua carriera, sognava ancora qualcosa del genere in versione contemporanea: edifici importanti, ospedali, opere che sarebbero rimaste e che guardavano alle persone. Che cosa resta di quell’idea dell’architettura quando il progetto più prestigioso che ti viene offerto è una fortezza sotterranea per un uomo ricchissimo terrorizzato dalla possibilità che il resto dell’umanità venga a cercarlo? E che senso ha superare un'apocalisse quando non ti fidi neppure dei tuoi migliori amici? Cosa rimane quando decidiamo di gestire la fine del mondo come una riunione aziendale?
Anche la casa diventa un bunker
Miguel non ha bisogno di aspettare che il progetto venga realizzato per cominciare a vivere sottoterra: se un miliardario vuole un bunker, vuol dire che la paura ha senso, e la paranoia diventa un’arma di sopravvivenza. Il gatto di famiglia scompare e lui comincia a sospettare di Toby; la finestra, che il vicino aveva vanamente promesso di chiudere, diventa una minaccia intollerabile. E visto che anche i corrieri “non fanno consegne ma sopralluoghi” Miguel fa installare un sofisticato sistema di sicurezza che, in caso di intrusione, può riempire la casa di fumo. Sistema che naturalmente finirà per azionare lui stesso, sotto lo sguardo non esattamente ammirato della tata.
Sono momenti quasi comici dentro un film che rimane serio e che grazie a questi riesce a non diventare pesante. I 126 minuti scorrono sorprendentemente bene, nonostante Bunker sia un film soprattutto di dialoghi e idee.
La trasformazione della casa non è soltanto metaforica. Zeller l’ha concepita come espressione del bunker che Miguel sta progressivamente costruendo nella propria vita. È un rifugio accogliente, con luci calde e decorazioni eleganti, eppure è quasi interamente aperta sul giardino attraverso grandi superfici di vetro. La scenografia, costruita integralmente in studio a Madrid, è stata pensata come una sorta di casa delle bambole: Toby può guardarci dentro, ma possiamo farlo anche noi spettatori.
La finestra di Toby è un abuso edilizio, ma è anche un’apertura sul mondo: quando si apre un varco, può entrare sia il bene che il male, e se decidiamo di impedire a qualsiasi cosa di entrare dobbiamo prima o poi impedire anche a noi stessi di uscire.
Che cosa resterà di noi?
Mentre Miguel si domanda come proteggere ciò che possiede, Sofía comincia invece a chiedersi che cosa abbia costruito lei.
L’incontro con Jeremy, un giovane scrittore americano interpretato da Patrick Schwarzenegger, scatena la gelosia del marito, ma il film prende fortunatamente una strada diversa dal semplice triangolo amoroso. Jeremy serve soprattutto a dare forma a domande che Sofía aveva smesso di farsi e a farle ritrovare le aspirazioni di un tempo: Sofía aveva una carriera in Spagna, poi si è trasferita per quella di Miguel. Diciassette anni dopo si trova a fare i conti con il tempo passato e con una domanda che attraversa tutto Bunker: che cosa resterà di noi fra cent’anni?
Miguel ha cercato la risposta nell’architettura. Andrew vuole trovarla nella sopravvivenza a ogni costo. Sofía sembra diffidare proprio dall’idea che qualcosa debba durare per sempre: parlando con Jeremy dei tatuaggi, manifesta il suo disagio verso ciò che pretende di essere permanente.
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E a quel punto tornano in mente anche tre quadri completamente neri mostrati durante una mostra all’inizio del film. Ci viene spiegato che sotto quella superficie esistono opere preziose, perfettamente conservate ma impossibili da vedere. Zeller non ne esplicita il significato, ma è difficile non accostarli a tutto ciò che viene dopo. A che serve preservare qualcosa se, per proteggerlo, dobbiamo renderlo inaccessibile?
Forse un po’ didascalico?
Bunker è un bel film ma ha un limite: le idee sono molte, dialogano bene fra loro e spesso non avrebbero bisogno di ulteriori spiegazioni. Zeller invece tende a sottolinearle.
La casa diventa un bunker e la moglie ci tiene a precisarlo. La finestra assume un significato simbolico e il film si assicura che lo comprendiamo. Alcuni sviluppi narrativi diventano prevedibili proprio perché devono portare a compimento una metafora già molto chiara.
È un didascalismo che impedisce a Bunker di essere un film perfetto, ma non gli impedisce di essere coinvolgente. Anche perché Zeller lo ha scritto pensando fin dall’inizio a Bardem e Cruz, sfruttando consapevolmente il fatto che una coppia reale interpreti una coppia in crisi. E si vede: quando sono insieme funzionano magnificamente, con una naturalezza che rende credibili i conflitti. Separati, invece, è Cruz ad avere nettamente qualcosa in più: si guarda dentro senza avere bisogno di qualcuno che le tiri fuori le emozioni.
Aprire finestre invece di scavare buchi
Nel finale Zeller affida a una lettera il compito di tirare le fila del discorso, contrapponendo l’idea di aprire finestre a quella di continuare a costruire buchi nei quali nascondersi. Dire di più significherebbe rovinare una conclusione che merita di essere goduta senza spoiler, ma la conclusione ci fa pensare che possa esistere un modo diverso per affrontare la paura, qualcosa che vada oltre l’imperativo categorico di proteggere la nostra incolumità.
Bunker non ci rassicura: non promette che la crisi climatica verrà risolta, che le disuguaglianze diminuiranno o che il mondo tra cent’anni sarà ancora un posto nel quale qualcuno potrà ammirare gli edifici che abbiamo costruito. La sua non è una dichiarazione di ottimismo: è una difesa dell’azione in assenza di garanzie.
Forse è per questo che, alla fine, viene da ripensare alle cattedrali. A chi posava una pietra sapendo che non avrebbe mai visto l’edificio terminato, e lo faceva comunque, perché stava costruendo qualcosa che non aveva bisogno della sua presenza futura per avere senso.
Possiamo costruire un bunker per provare a conservare noi stessi oppure un ospedale che forse servirà a persone che non conosceremo mai. Possiamo chiudere una finestra oppure accettare che vivere significhi anche rimanere esposti a ciò che c’è dall’altra parte, e che esiste anche la possibilità che questo qualcosa sia buono.
Non sappiamo se quello che costruiamo sopravviverà. Non sappiamo nemmeno quanto futuro abbiamo davanti. Bunker, con qualche sottolineatura di troppo ma una domanda difficile da scrollarsi di dosso, suggerisce che l’incertezza non dovrebbe essere una ragione per smettere di vivere e di costruire: dovrebbe essere semmai una ragione per scegliere con molta attenzione su cosa concentrare le nostre energie.