La città dei vivi: oltre il delitto per raccontare una vita
Credits: Paolo Ciriello
Alla Mostra del cinema di Venezia non tutti i film si affrontano allo stesso modo. Ad alcune proiezioni si arriva preparati, conoscendo vita morte e miracoli di regista e sceneggiatori, con tanto di taccuino pronto ad essere riempito lottando contro il buio della sala e poi anche fuori, quando la memoria è ancora fresca. Altri film invece vengono infilati nel programma con più libertà: si legge la sinossi sul sito della Biennale (le note di regia arrivano dopo, quando hai già stilato il tuo programma), e se sembra interessante e si incastra bene nel programma si entra in sala un po’ alla cieca, pronti a farsi stupire.
Con La città dei vivi è successo esattamente questo. La sinossi della Biennale parlava di Luca, 23 anni, adottato da una famiglia che lo ama, di una fidanzata, degli amici, della ricerca del proprio posto nel mondo e di una doppia vita sullo sfondo. Poi accennava a un incontro casuale e a un atto di violenza cieca e insensata. Non diceva molto altro, e soprattutto non faceva capire immediatamente che dietro quel Luca c’era Luca Varani, ucciso a Roma nel 2016 da Manuel Foffo e Marco Prato. Il film, infatti, è liberamente tratto dall’omonimo libro di Nicola Lagioia.
Se è vero che il titolo poteva dare un (grosso) indizio sul contenuto, devo aggiungere che ho reso il sistematico evitamento della cronaca nera una missione di vita: se comincia un servizio su un omicidio, cambio canale; se compare un articolo sui social, scrollo immediatamente; se qualcuno ne parla a una festa, mi allontano con la scusa di prendere da bere. La mia scelta di vita, in questo caso, ha avuto un effetto inaspettato: ho potuto guardare La città dei vivi senza sapere dove sarebbe andato a parare e questo ha reso più immediato cogliere gli intenti di Gabriellini.
Nel primo quarto del film non ti aspetti nulla di ciò che sta per succedere.
Trailer del film
Luca, prima della cronaca
Luca (Emanuele Maria Di Stefano) è un ragazzo che ha sempre bisogno di soldi e che cerca di guadagnarli come può. Vive tra il centro e la periferia di Roma, ha una famiglia presente, una ragazza che lo ama, amici, lavori saltuari, idee poco chiare su quello che vuole fare della sua vita. È evidente che qualcosa non sta funzionando, ma niente fa pensare che il film stia correndo verso uno dei casi di cronaca nera più noti degli ultimi anni.
E qui scatta la domanda: come si racconta un delitto di cui si è parlato in lungo e in largo, anche con analisi pruriginose e una spasmodica attenzione ai dettagli più cruenti? In parte aveva già risposto Lagioia nel libro e nel podcast, ma sullo schermo è più difficile: se mostri tutto possono accusati, giustamente, di pornografia del dolore, ma non puoi nemmeno glissare, perché lo spettatore può sentirsi preso in giro.
Una scena che è un pugno nello stomaco
Che qualcosa di terribile stesse per succedere era chiaro anche a chi non conosceva la storia. Ma la scena, pur implicita, è angosciante. L’omicidio arriva quasi senza essere annunciato. Un martello, del sangue, e poi un cadavere. Il tutto per pochi secondi, che comunque bastano a farti sentire una spiacevole aritmia, per fortuna momentanea. Solo a quel punto colleghi il film all’episodio che hai sempre fatto di tutto per evitare.
Negli ultimi anni ci siamo abituati a racconti in cui il dettaglio è parte dell’attrazione: podcast che ricostruiscono un delitto, serie che tornano sulla scena del crimine, documentari che fanno parlare investigatori e testimoni. Non significa che il true crime sia necessariamente voyeuristico, né che una storia di cronaca non debba essere raccontata. Ma c'è modo e modo, il confine tra approfondire e indugiare esiste, e La città dei vivi decide di tenerlo ben presente.
Quella scena, infatti, è anche il momento in cui si capisce meglio il progetto di Edoardo Gabbriellini. La cronaca nera, al cinema e in televisione, funziona quasi sempre al contrario: prima arriva il delitto, poi si ricostruisce la storia della vittima, e ogni dettaglio della sua vita viene interpretato in quella chiave, come se non fosse nient’altro che questo: una vittima, appunto.
Persona, prima che vittima
La città dei vivi, invece, racconta una storia che va al di là della cronaca. Luca per buona parte del film, prima di diventare “Luca Varani”, è una persona che vive la sua vita e si arrangia come può. Non è ancora il ragazzo ucciso al Collatino, è uno di quei ventenni che sembrano avere davanti tutte le possibilità e contemporaneamente nessuna idea precisa di come usarle.
Ed è sul personaggio e sulla sua famiglia che Gabbriellini ha costruito il film. In varie interviste ha spiegato di aver voluto spostare il centro della storia lontano dall’orrore e dai due assassini, concentrandosi sulla vita di Luca e su quello che stava intorno al delitto. Nicola Lagioia, racconta il regista, ha definito il film “il capitolo che non ho scritto del libro”. Romanzo, podcast e cinema non seguono quindi lo stesso percorso con linguaggi diversi: il film cerca deliberatamente un’altra strada, cambiando drasticamente il punto di vista.
Non è una dichiarazione d’intenti appiccicata al film in un secondo tempo: è esattamente la sensazione che la sceneggiatura produce anche senza sapere nulla delle intenzioni del regista. L’omicidio ti sorprende, magari te lo aspettavi, ma fino a un certo punto, e non così. È un momento che nella trama non ha senso, esattamente come non ha avuto alcun senso nella realtà: quel gesto irreparabile non aveva spiegazioni, ha scosso l’Italia proprio per questo, e il film fa scaturire perfettamente lo stesso senso di spaesamento.
Non c’è bisogno che qualcuno spieghi che Luca deve essere ricordato come una persona e non come una vittima, perché il film lo fa prima che il pubblico possa formulare il pensiero. Gli restituisce tutto quello che c'era prima: una storia d’amore, qualche errore, qualche bugia, il rapporto con i genitori, le giornate inconcludenti, la ricerca di soldi. Insomma, racconta tutto quello che normalmente la cronaca comprime nel trafiletto che precede la descrizione del delitto.
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Un solo punto debole
Dopo la morte di Luca il film cambia inevitabilmente direzione. Rimangono i genitori, la fidanzata, gli amici, e il racconto si concentra su chi deve fare i conti con la sua assenza. Tutto questo è coerente con l’impianto, ma è anche la parte meno riuscita: dopo una prima metà in cui la tensione cresce quasi senza farsi notare, il film tende a rallentare e in alcuni momenti si trascina senza soluzione di continuità.
Resta però un difetto secondario rispetto a ciò che La città dei vivi fa molto bene: raccontare la storia senza trasformarla in un prodotto di cronaca nera, perché una vita è molto di più rispetto a quel solo singolo momento in cui si interrompe.
Oltre la cronaca nera
Chi conosce già il caso Varani vedrà inevitabilmente un film diverso, riconoscerà i segnali e saprà cosa sta per succedere. Chi ci arriva senza quelle informazioni, invece, avrà un’occasione in più, cioè conoscere Luca prima del suo omicidio e vederlo com’era: una persona imperfetta, magari neanche troppo interessante, un potenziale vicino di casa che “salutava sempre”, qualcuno in cui ci si può identificare.
È forse anche per questo che il film funziona tanto bene fuori dal circuito di chi ha seguito il caso, letto il libro o ascoltato il podcast. Non chiede di essere interessati alla cronaca nera e, anzi, sembra quasi costruito per sottrarsi alle sue regole. Non cerca una spiegazione definitiva, non ricostruisce ossessivamente la violenza, non chiede allo spettatore di guardare dove tutti hanno già guardato per dieci anni.
E qui nasce una domanda che riguarda anche il modo in cui si consumano queste storie. Quando un delitto diventa un caso nazionale, quanto spazio rimane alla persona che c’era prima? Quanto riusciamo ancora a guardarla senza sapere già che è destinata a essere una vittima?
Il film La città dei vivi una risposta ce l’ha: basta spostare lo sguardo.