Come sopravvivere alla crisi ambientale
La crisi ambientale esiste, è un fenomeno complesso e ha un’origine antropica. Partono da qui Paolo Vineis e Luca Savarino per introdurre il tema centrale del loro ultimo libro, Come sopravvivere alla crisi ambientale. Salute e disuguaglianze (Raffaello Cortina 2026): il primo è docente di epidemiologia ambientale all’Imperial College di Londra, il secondo professore di bioetica all’Università del Piemonte Orientale. La scienza, scrivono, ha fornito ormai da tempo prove e dati sulle attuali condizioni ambientali. Si tratta di una “tripla crisi planetaria” – per usare i termini delle Nazioni Unite di qualche anno fa – che comprende non solo il cambiamento climatico, ma anche la perdita di biodiversità e l’inquinamento chimico. A fronte di questa “policrisi planetaria” Vineis e Savarino ritengono sia necessario immaginare una nuova etica e una nuova politica, poiché le soluzioni meramente tecniche valutate dai governi non sono sufficienti per far fronte alla crisi.
È una lettura che richiede impegno, per i temi trattati e le prospettive suggerite, ma che si caratterizza per l’estrema chiarezza espositiva. È un libro che offre un’immagine a tutto tondo della crisi ecologica globale, indicando una possibile via da seguire. Gli autori definiscono innanzitutto i contorni della crisi ambientale, e parlano di limiti planetari, le soglie ecologiche entro cui l’umanità può operare in sicurezza, molte delle quali già superate. Illustrano il concetto di Antropocene, “l’epoca in cui l’essere umano guadagna potenza ma perde controllo”. L’Antropocene, osservano, mette in discussione la tradizionale distinzione tra storia naturale e storia umana, poiché ora le dinamiche sociali sono strettamente interconnesse ai processi naturali. Vineis e Savarino parlano di epoca “bio-storica”.
Questo spiega perché la crisi ambientale abbia notevoli ripercussioni sulla salute umana. Il concetto di planetary health si è imposto ormai da tempo. Molti studi dimostrano che cambiamento climatico, perdita di biodiversità e inquinamento atmosferico possono causare malattie di vario genere e problemi di salute mentale (a quest’ultimo argomento, in particolare, sarà dedicato il numero di maggio della newsletter Il Bo Live Salute).
Gli effetti della policrisi sul benessere psico-fisico sono molteplici dunque, ma distribuiti in modo disomogeneo tra popolazioni e territori. Se i Paesi ad alto reddito contribuiscono in misura preponderante alle emissioni e alla pressione sugli ecosistemi, i Paesi più poveri, le classi sociali più vulnerabili e le generazioni più giovani sono i più esposti a malattie, insicurezza alimentare, precarietà dei servizi sanitari e migrazioni forzate. “Se abbiamo insistito così a lungo sul fatto che non tutti gli attori sono uguali di fronte alla crisi ambientale e che le conseguenze sulla salute colpiscono in modo differente specifici gruppi e regioni, è perché siamo consapevoli che un problema che riguarda tutti gli esseri umani corre il rischio di diventare un problema di cui nessuno si fa carico”.
Riproponiamo un'intervista a Paolo Vineis in cui si parla di esposoma, One Health, prevenzione, determinanti sociali della salute. Servizio di Monica Panetto
Davanti alla complessità del quadro generale, Vineis e Savarino ritengono che le soluzioni di tipo tecnico non bastino: interventi come la cattura e lo stoccaggio di carbonio o la geoingegneria solare (solo per fare due esempi) possono rivelarsi utili, ma non risolutivi, se non come parte di una risposta più ampia al problema.
La crisi ecologica costringe piuttosto a ripensare l’etica e la politica. Far leva sulla responsabilità individuale non basta. Non basta, secondo gli autori, insistere sui doveri del singolo. Non basta che una persona scelga di ridurre il consumo di carne rossa, di fare la raccolta differenziata o di spostarsi in bicicletta. L’assunzione di responsabilità individuale non è sufficiente a risolvere una crisi di ampia portata come quella che stiamo vivendo. Serve un’assunzione di responsabilità collettiva, perché la crisi ambientale è il risultato di un processo collettivo di lungo periodo. “Siamo convinti che la responsabilità decisiva ricada sulle istituzioni chiamate a governare la crisi ecologica: senza una buona politica capace di definire regole, infrastrutture e investimenti, anche l’impegno più rigoroso dei singoli resta in larga misura vano”. Secondo gli autori, oggi invece la politica non si dimostra in grado di governare la crisi ambientale, perché agisce seguendo logiche e interessi particolari e contingenti ed è incapace di proiettarsi sul lungo periodo.
Come sopravvivere dunque all’Antropocene, alla “policrisi planetaria”? Si chiedono Vineis e Savarino nelle ultime pagine del libro. Serve innanzitutto che le conoscenze scientifiche vengano condivise e siano accessibili: le condizioni in cui versa il pianeta, i dati sulla salute, i margini di intervento devono essere alla portata di tutti non di una ristretta cerchia di esperti. Sono necessarie poi istituzioni sovranazionali forti e legittimate capaci di agire su scala globale, regolando gli interessi degli Stati nazionali che, individualmente, non sono in grado di rispondere a una crisi globale. Si devono ridurre, infine, le disuguaglianze che rendono la situazione che stiamo vivendo insostenibile in alcune parti del mondo. “Nessuna di queste condizioni è oggi neanche lontanamente realizzata – scrivono gli autori – , ma questo non significa che siano irrealizzabili”. Per raggiungere tali obiettivi servono due tipi di azioni, dall’alto e dal basso.
Da un lato occorrono politiche educative, decisioni vincolanti, tasse, investimenti pubblici; dall’altro sono cruciali i movimenti dal basso, le iniziative delle organizzazioni, delle comunità locali, delle reti di attivisti, in risposta all’inadeguatezza delle istituzioni e della politica.
“Sopravvivere alla crisi ambientale – concludono Paolo Vineis e Luca Savarino – non è un problema tecnico: è il più grande problema politico della nostra epoca”.
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