CULTURA

Comeradovera, il rogo della Fenice in teatro

Ci sono espressioni che finiscono per appartenere a una città più dei suoi monumenti. A Venezia, “com’era, dov’era” non è soltanto la formula con cui è stato ricostruito il campanile di San Marco dopo il crollo del 1902, né soltanto il principio seguito per riportare in vita il Teatro La Fenice dopo il rogo del 29 gennaio 1996. È un modo di abitare il tempo, forse una forma di resilienza di chi vive in un luogo troppo attraversato. Una promessa che però è quasi un’illusione: quella che ciò che è stato perduto possa davvero tornare identico a se stesso.

È proprio da qui che parte Comeradovera. Venezia è un rogo, una produzione del Teatro Stabile del Veneto con la drammaturgia di Stefano Fortin per la regia di Giorgio Sangati, presentata alla Biennale Teatro e interpretata dai neodiplomati dell’Accademia Carlo Goldoni. Ma sarebbe sviante considerarlo uno spettacolo solo sul rogo della Fenice. L’incendio è il punto di partenza per una riflessione ampia sul rapporto tra perdita, memoria e identità. Sull’irreversibilità. Sulla filosofica ciclicità del tempo.

Com’era dov’era è un principio architettonico che diventa anche un principio esistenziale”, racconta Fortin. Quando quella cosa non c'è più, cosa facciamo? Accettiamo la perdita? Facciamo finta che non sia mai avvenuta? Ricominciamo da zero?”. 

Una scelta interessante è quella formale. In scena non ci sono personaggi nel senso tradizionale del termine, ma nove giovani attrici e attori, vestiti di nero, che costruiscono un coro contemporaneo. Le battute passano continuamente da una voce all’altra, intrecciando testimonianze, atti processuali, ricordi, citazioni letterarie e materiali documentari. Più che una narrazione lineare, prende forma una sorta di reportage teatrale, dove il fatto storico viene continuamente interrogato e riscritto. Ciascuno di loro impersona se stesso, cognome e nome, e al contempo un diverso personaggio della vicenda e quindi, in definitiva, nessuno o forse tutti: ciascuno di loro è il tramite di una memoria collettiva nella misura in cui ciò che è collettivo viene prodotto dall’azione individuale. 

Alle loro spalle, all’inizio dello spettacolo, scorrono decine di nomi di veneziani, noti e meno noti. Il punto è chiaro: Comeradovera non racconta soltanto la distruzione di un teatro, ma il trauma di una città. “Quando succede qualcosa a Venezia inevitabilmente assume un significato simbolico altro. È come se succedesse in una chiesa”, osserva Fortin. 

Dentro questa partitura corale si inserisce la voce registrata della violinista Daniela Santi, cresciuta praticamente dentro la Fenice, figlia dei cantanti lirici Giorgio Santi e Tosca Da Lio. La sua non è una testimonianza esterna: è la memoria di chi quel teatro lo chiamava semplicemente casa. Nel suo racconto l’incendio è un lutto personale. Non bruciava una struttura, ma un organismo vivo. La sua voce, profondamente veneziana, introduce a un’intimità con l’accaduto che nessuna ricostruzione documentaria e nessuno spettacolo potrebbe restituire.

La scrittura di Fortin tiene insieme registri molto diversi: Shakespeare, la cronaca giudiziaria, la testimonianza, la memoria, la riflessione filosofica. E inevitabilmente dialoga con Flashover di Giorgio Falco (di cui Fortin cita una frase), un libro che ha trasformato il rogo della Fenice in materia narrativa. Un’occasione, anche per lo scrittore, di ragionare sul tempo, sull’azione, sulle sue conseguenze: un tempo scandito in minuti. Quelli dell’incendio doloso che scappa di mano e modifica irreversibilmente il destino della Storia.


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All’acme dello spettacolo il coro grida: “Il mondo finisce. Ma noi no”. La Fenice risorge dalle ceneri. Venezia tutta però potrebbe finire coperta d’acqua. Annegata. Una lenta sommersione chiude la drammaturgia di Fortin, che non è un’apocalisse distruttiva come quella del fuoco. Infatti Fortin chiosa: “Questa marea finale è anche pacificante”. 

È forse qui che Comeradovera trova la sua immagine più inaspettata. Gli edifici possono essere ricostruiti, persino identici, ma il tempo che li ha attraversati, le persone che li hanno abitati, la vita che custodivano, non ritornano. Il vero contrario della distruzione non è la ricostruzione: è la memoria. E il teatro, ancora una volta, diventa il luogo in cui quella memoria continua a interrogare il presente. Anche quando la marea ricopre ogni gesto ch’è stato.

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