CULTURA

I confini raccontati dall’arte: a Treviso la mostra Lines, Loops, Leaks prova a leggere il presente

Che cosa significa oggi tracciare un confine? È ancora una linea che separa Stati e territori oppure è diventato qualcosa di più mobile, poroso e ambiguo? Parte da queste domande Lines, Loops, Leaks. Riflessioni contemporanee sul confine, la nuova mostra della Fondazione Imago Mundi, visitabile dal 16 maggio al 2 agosto 2026 alle Gallerie delle Prigioni di Treviso.

Curata da Mattia Solari, l’esposizione riunisce sedici artisti internazionali che affrontano il tema delle frontiere attraverso installazioni, video, fotografia, pittura e scultura. Un percorso che nasce in continuità con Out of Place, la mostra precedente dedicata agli artisti che hanno vissuto nei campi profughi.

“È una naturale evoluzione dell’indagine su ciò che accade nel mondo - spiega Solari a Il Bo Live -. Questa mostra va a indagare un fenomeno molto presente nell’attualità, cioè come ci relazioniamo con i limiti, con i confini, con ciò che ci separa dagli altri”.


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Il confine, però, qui non viene trattato semplicemente come tema geografico o politico. Nel testo curatoriale Solari chiarisce subito la prospettiva della mostra, che è quella che “tracciare un confine non è mai un gesto neutro”. Delimitare uno spazio, scrive, è “un’azione carica di implicazioni simboliche e politiche, di mistero e di violenza”.

Per questo Lines, Loops, Leaks non assume il confine “come soggetto tematico quanto come dispositivo metodologico per interrogare la nostra contemporaneità”.

La mostra si sviluppa infatti a partire dai border studies e dalla nozione di borderscape (crasi di borderlandscape), cioè il confine inteso come paesaggio dinamico e relazionale, attraversato da flussi, tensioni e trasformazioni continue. Un approccio costruito anche grazie alla collaborazione scientifica dell’antropologa Chiara Brambilla dell’Università di Bergamo.

“I confini non possono più essere ridotti a una geometria lineare - scrive Brambilla -. Sono entità complesse, mobili e relazionali".

Anche Chiara Longhi, project manager della Fondazione, insiste su questa idea: “Il confine non è più una linea tracciata in maniera coloniale - dice a Il Bo Live -, o meglio lo è ancora, però dobbiamo provare a osservare cosa questo tipo di confine crea: crea un ambiente, crea un paesaggio”.

Il titolo stesso della mostra racconta questa trasformazione. “Lines” sono le linee di separazione, “Loops” i movimenti circolari e le connessioni che sfuggono ai limiti rigidi, mentre “Leaks” indica ciò che cola, trapassa e attraversa. “Lo traduciamo con sconfinamento - racconta Longhi -, qualcosa che si insinua nelle crepe, che va oltre, che non si fa fermare”.

L’esposizione si articola attorno a tre direttrici principali. La prima prova a rendere visibili i confini contemporanei e il loro impatto concreto sui territori e sulle vite delle persone. Come dice Solari: “le linee geopolitiche si traducono in muri e fili spinati che incidono sul territorio e sulle biografie”

Tra le opere più forti in questo senso c’è One by One di Filippo Berta. L’artista ha attraversato le frontiere tra Slovenia, Croazia, Serbia, Grecia, Turchia, Stati Uniti, Messico e Corea, invitando gli abitanti delle zone di confine a contare, uno a uno, gli spuntoni dei fili spinati. Un gesto impossibile e quasi rituale che trasforma la recinzione in una ferita visibile.

Nicolas Brunetti, invece, con il progetto fotografico Inshallah racconta le giovani generazioni di Ceuta, enclave spagnola in territorio marocchino. Le sue immagini mostrano una condizione sospesa, fatta di precarietà, attesa e desiderio di movimento.


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Shilpa Gupta lavora sulla rappresentazione stessa del territorio: in Map Tracing #9 la sagoma dell’Italia viene trasformata in una linea di rame sinuosa e quasi astratta, mettendo in discussione l’idea che i confini siano qualcosa di stabile e naturale.

Altri artisti, invece, ragionano sulle possibilità di superamento e trasformazione dei limiti. Matteo Attruia, con Stato di confine, ribalta linguisticamente il concetto di “confine di Stato”, trasformandolo in una condizione psicologica ed emotiva. “Il confine perde la sua connotazione di margine remoto - si legge nel testo dedicato all’opera - per assumere quella di punto privilegiato di osservazione dell’alterità”.

Peter Fend immagina nuove geografie costruite seguendo bacini idrici e rotte migratorie degli uccelli, anziché le divisioni nazionali. Mario Ceroli utilizza invece la foglia d’oro per evocare un’Europa tanto luminosa quanto fragile.

Le opere provengono in parte dalla Imago Mundi Collection, nata da un’idea di Luciano Benetton e composta oggi da oltre 26 mila opere realizzate da artisti provenienti da 160 Paesi e comunità native.

Il contesto internazionale, naturalmente, pesa molto sulla lettura della mostra. Guerre, migrazioni, muri e nuove tensioni geopolitiche hanno riportato il confine al centro del dibattito pubblico globale. Ma il progetto evita letture semplicistiche e prova piuttosto a interrogare i meccanismi attraverso cui le frontiere producono identità, appartenenze ed esclusioni.

“La mostra vuole offrire immaginari alternativi - afferma Solari - e invita a ripensare le relazioni tra le persone, configurandosi al contempo come una pratica di resistenza e come un inno alle eccezioni”.

E se l’arte non può cambiare direttamente la realtà, può almeno aiutare a guardarla in modo diverso. “L’arte può avere un ruolo importante nel sensibilizzare - conclude Solari -. Aiuta a comprendere quello che sta succedendo e quindi a prendere posizioni più pensate”.


Lines, Loops, Leaks
Riflessioni contemporanee sul confine                                   

La mostra di Fondazione Imago Mundi
Aperta da sabato 16 maggio a domenica 2 agosto 2026 Gallerie delle Prigioni, Piazza del Duomo 20, Treviso

ARTISTI SELEZIONATI
Matteo Attruia, Filippo Berta, Nicolas Brunetti, Mario Ceroli, Peter Fend, Shilpa Gupta, Reena Saini Kallat, Armin Linke, Eva Marisaldi, Małgorzata Mirga‐Tas, Adrien Missika, Ryts Monet, Antoni Muntadas, Paulo Nazareth, Liv Schulman, Riccardo Vicentini

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