CULTURA

Una cosa vicina: il caos della memoria nel primo lungometraggio di Loris G. Nese

Una casa può diventare il set di un film horror oppure il più quieto dei luoghi in cui vivere. In Una cosa vicina, Loris G. Nese costruisce proprio su questa tensione il cuore del racconto: un’alternanza di immagini inquietanti e luce soffusa, di incubi e gesti quotidiani. Presentato alle Giornate degli Autori della 82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il film è diviso in cinque capitoli e un epilogo finale. Utilizza tecniche diverse che vanno dallo stop motion al bianco e nero e che, anche grazie anche ad un montaggio e una colonna sonora che donano il ritmo alla narrazione, lo rendono disturbante, caotico ma anche calmo e dolce. Ci sono scene in cui i primi piani della madre che rammenda un pezzo di stoffa sembrano stonare con quelli di una bambola indemoniata ma, in realtà, fanno esattamente parte della stessa storia, della stessa vita.

La storia infatti è quella del regista, un bambino che negli anni Novanta cresce circondato da profondi segreti. Gli uomini della sua famiglia, compreso il padre, muoiono troppo giovani, ma lui non è ancora in grado di capire il perché. Il perché sta scritto nel cognome, nel suo cognome, come se tutti sapessero e avessero sempre saputo e il protagonista no.

“Fin dai tempi del liceo sentivo la necessità di raccontare qualcosa di vicino, partendo dai miei materiali personali e familiari” ha raccontato Loris G. Nese a proposito della genesi di Una cosa vicina. Il regista, al termine della proiezione al Cinema Multiastra di Padova, ha sottolineato come il film abbia preso forma nel tempo, attraverso un lavoro di stratificazione e di ricerca sull’equilibrio tra coinvolgimento autobiografico e sguardo distaccato: “La difficoltà principale è stata offrire un punto di vista interno senza sovraesporre le dinamiche personali”. L’opera ha preso forma in circa dieci anni di scrittura e raccolta di immagini, e alterna materiale d’archivio, animazione e riprese originali, seguendo il filo emotivo dell’infanzia, dell’adolescenza, fino all’età adulta, trasformando la città di Salerno in un personaggio vero e proprio, in cui la dimensione pubblica si fonde con quella privata.

Per Nese, la scelta di affidarsi al cinema nasce dal desiderio di esplorare la realtà familiare e sociale senza ricorrere al filtro della terapia, ma mantenendo viva la “dimensione ludica” e il piacere del racconto. “Mi interessava mischiare la memoria con il presente, evocare incubi infantili e farli dialogare con le paure adulte, anche sfruttando le potenzialità del genere cinematografico”.  

L’esperienza maturata nei cortometraggi, in particolare in Z.O., uscito nel 2023 e presentato al Festival di Locarno, si ritrova pienamente anche in Una cosa vicina, e non solo per la partecipazione dell’attore Francesco Di Leva che qui diventa la voce narrante .

Attraverso il documentario di creazione, il regista Loris G. Nese cerca quindi di ricostruire la propria identità utilizzando immagini d’archivio, suoi film familiari e un’animazione sperimentale e lo fa portando lo spettatore all’interno del suo percorso, fatto anche e soprattutto di incubi, violenza e paure.

L’autore affronta temi come la criminalità organizzata, le morti violente del padre e dello zio per mano di clan rivali e le dinamiche sociali che fanno da contorno a vicende del genere, ma lo fa con una narrazione non comune, anzi una vera e propria anti-narrazione, da chi si sente “testimone diretto, ma solo a posteriori”, offrendo uno sguardo che interroga non solo la biografia personale, ma questioni più ampie, capaci di coinvolgere tutto il panorama nazionale. “Mi sono trovato ad assorbire una storia precedente alla mia coscienza – spiega Nese – e ho voluto che il film restituisse tutti i paradossi e le relazioni problematiche di certi ambienti, senza moralismi, lasciando che sia lo spettatore a mettere insieme i pezzi.”

Il montaggio è firmato da Chiara Marotta, con la quale Nese nel 2018 ha fondato la casa di produzione Lapazio Film. “Ho seguito il percorso artistico di Loris Nese sin dai suoi primi cortometraggi - ha dichiarato Chiara Marotta -. Per questo film ho studiato tutti i materiali che avevo a disposizione: dagli archivi dei genitori di Loris, risalenti agli anni Ottanta e Novanta, ai video girati da lui stesso da bambino fino a oggi, senza dimenticare i test di animazione e le numerose interviste raccolte”.

Un processo di selezione, catalogazione e approfondimento meticoloso che le ha permesso, una volta giunta al montaggio, di lavorare a partire da una sceneggiatura dettagliata scritta da Loris. “Sapere già quali materiali avevo a disposizione mi ha dato molta libertà creativa - continua -. Potevo, ad esempio, ricollocare una scena in un altro contesto emotivo rispetto a quello originale, come nel caso di alcuni filmati girati a Disneyland che ho voluto trasformare per generare tensione, cambiandone il significato”.

La montatrice aggiunge che la struttura finale del film è il frutto di questa intensa interazione tra archivi, scrittura e sperimentazione narrativa: “La forma definitiva è nata seguendo l’emotività del personaggio, partendo dall’adolescenza per poi tornare all’infanzia, cercando ogni volta di avvicinarsi sempre più all’intimità della storia raccontata”.

Il caos, le scelte stilistiche, il montaggio e la colonna sonora fanno sì che il primo lungometraggio di Nese sia un prodotto interessante, che ha al suo interno idee per nulla banali con lo sfondo di una storia di violenza frutto della criminalità organizzata. Nel suo genere il regista ha utilizzato un modo unico per raccontare la sua storia, che però purtroppo è una storia fin troppo presente in Italia, un Paese dove solo le vittime innocenti di criminalità organizzata sono più di mille e le guerre di mafia hanno segnato interi decenni di storia. 

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