CULTURA

Dalla Giornalista senza nome a Romano: manifesto per la liberazione delle ombre

"Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!". Una frase detta (disperatamente) a bordo piscina, una scena indimenticabile. Michele Apicella/Nanni Moretti si infuria e inveisce contro la Giornalista senza nome, interpretata da Mariella Valentini, colpevole di aver utilizzato troppe frasi fatte, espressioni scorrette e fastidiosi inglesismi nel corso della sua intervista. Il film è Palombella rossa (1989), un cult per gli appassionati di cinema. Qui non ci concentriamo sul protagonista del film, ma spostiamo lo sguardo lateralmente per osservare la sventurata cronista, personaggio a cui non viene neppure assegnato un nome. Un'ombra, appunto, una figura subordinata, secondaria, utile alla narrazione ma per sempre prigioniera del proprio ruolo. Con una certa dose di ironia e l'acume che lo contraddistingue, nel suo recente libro Un popolo di ombre (minimum fax), Gianni Canova, critico cinematografico e saggista, inserisce questo personaggio laterale in un gruppo di insoliti ribelli.

“Siamo incarcerati per sempre in un ruolo, e in quello soltanto. Siamo prigionieri di una maschera. Siamo condannati a ripetere all’infinito la stessa storia […] Acquattati in silenzio all’ombra delle vostre palpebre abbassate”. Così si legge nell’introduzione proposta in forma di Manifesto per la liberazione dei personaggi filmici, che ricorda Pirandello ma sembra condannare a un più triste destino i suoi firmatari, che proprio per questo scelgono di fare squadra e reagire alla sorte avversa. “I nostri cugini letterari perlomeno hanno un fondo di indeterminatezza che consente a ogni lettore di immaginare il suo personaggio. Noi personaggi filmici invece non abbiamo nemmeno questa opportunità. Noi siamo definiti in ogni particolare”. 

Ci sono i monologhi di Maddalena de La dolce vita di Federico Fellini, di Romano de La grande bellezza di Paolo Sorrentino e di Marina Mari di Roma città aperta di Roberto Rossellini, che attacca dicendo: “Chi mi ha creata mi odia”. E ancora, quello dello stagnaro di Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri, interpretato da Salvo Randone, che spiega: “Non è tanto il modo in cui mi ha chiamato a ferirmi. È il tono. Stagnaaaaro… Trasuda disprezzo”. C’è la rivincita della già citata Giornalista senza nome di Palombella rossa di Nanni Moretti e ci sono le riflessioni di Guidobaldo Maria Riccardelli de Il secondo tragico Fantozzi di Luciano Salce. C'è il monologo di Patrizia de L’avventura di Michelangelo Antonioni (“Sono pigra. Indolente. Indifferente. Ha ragione Raimondo”) e c’è il monologo di Tom di Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci. 

Personaggi, questi sono alcuni dei firmatari del manifesto, che non è facile rintracciare nella memoria, anche se quei film li abbiamo visti, amati, analizzati, discussi. Ma quello/a, esattamente, quando appare? Ricordami chi era, cosa faceva? Necessari a quella scena (magari talmente epica da diventare citazione), allo sviluppo della trama, alla trasformazione del protagonista, mai al centro della storia. Una sorte ingrata quella dei comprimari di molti film italiani: figure rimaste qualche passo indietro, a cui è stato spesso negato lo spessore e l’evoluzione.

Il libro di Canova è una raccolta di voci risvegliate e in rivolta, un saggio agile e ironico. Un gioco ben congegnato da uno studioso di lunga esperienza e profonda competenza cinematografica. È un invito a ritornare su quei film, spesso lontani nel tempo, e riscoprire titoli imprescindibili assumendo un inedito punto di vista. 

Si definiscono “l’avanguardia di un popolo di ombre che sta cominciando a rivendicare il diritto a uscire dal silenzio coatto, il diritto ad avere voce e sguardo e punto di vista”. Diversi tra loro, per età e sensibilità, impegnati in film spesso lontanissimi per generi e registri, i firmatari si muovono compatti per rompere le catene dei loro ruoli e condividere il loro desiderio di libertà proponendo riflessioni e interpretazioni alternative dei film che li tengono incatenati. 

Leggendo le riflessioni di Romano, aspirante scrittore, e parte del coro de La grande bellezza. Interpretato nel film da Carlo Verdone, per lui si prova una sorta di empatia. In fondo, tutte e tutti, siamo un po' più Romano e meno Jep Gambardella: goffi, imbranati, spesso a disagio. Romano, pensa lui stesso, neanche il nome, così virile e deciso, gli somiglia. “Sono un uomo ordinario, io. Jep è un predestinato […] io sono destinato al fallimento. Alla marginalità”. 

Potremmo iniziare a vedere con altri occhi persino Guidobaldo Maria Riccardelli (Mauro Vestri), giacca di velluto color cammello, occhiali tondi con montatura leggera, colpevole di aver costretto Fantozzi e compagni a estenuanti visioni di pellicole d'autore, si difende e rilancia il valore potenziale di un ruolo che, dal suo punto di vista, non è stato compreso. Intellettuale, definito dallo stesso Fantozzi un “fanatico del cinema d’arte”, Riccardelli rivendica il suo ruolo, ricordando di essere riuscito “in ciò che tanti altri intellettuali seri e blasonati non hanno mai saputo fare: indurre il piccolo borghese proletarizzato a ribellarsi, ad alzare la testa, a rifiutare le imposizioni del capo. Le immagini di Fantocci con basco in testa e sciarpa al collo che orchestra e comanda il mio sequestro punitivo e mi obbliga per due giorni e due notti di fila a vedere Giovannona Coscialunga, L’esorciccio e La polizia si incazza sono davvero da contrappasso dantesco: il popolo divora l’intellettuale che l’ha portato a prendere coscienza di sé”.

Tornando, infine, alla Giornalista senza nome di Palombella rossa, quante volte abbiamo sperato in una reazione agli schiaffi ricevuti? Perché, è vero, le parole sono importanti, Apicella/Moretti ha certamente ragione ma anche le azioni e quella scena che tanto ci ha fatto ridere nel 1989, rivista oggi, può suscitare un certo fastidio, se non addirittura sgomento. Il suo monologo è uno sfogo (“L’avete visto? Mi ha messo le mani addosso perché non gli è piaciuto il mio modo di parlare”) ma anche l’occasione per mettere le cose in chiaro: “Una cosa l’ho capita, vedendovi guardarmi, e orecchiando i vostri commenti alle scene che mi vedono protagonista. Chi pensa male, in fondo, non siamo né io né il povero Michele, confuso smemorato e incidentato com’è. A pensar male - ormai ne sono più che convinta - siete voi. Voi che da tanti anni non vi indignate per quegli schiaffi e continuate a dar fiducia e a credere a uno come LUI”.

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