CULTURA

Dove sono le autrici italiane nelle antologie scolastiche?

Se sfogliamo un manuale di letteratura italiana per la scuola ci troveremo praticamente solo nomi maschili: Dante, Petrarca, Ariosto, Manzoni, Leopardi, Verga, Pirandello... È così che generazioni di studenti e studentesse hanno scoperto la nostra tradizione letteraria, come se le donne non avessero mai preso in mano la penna. Johnny L. Bertolio, nel suo L’ha scritto lei, ma... Perché a scuola non si studiano le autrici (Tlon, 2026), spiega con passione e rigore filologico che non si tratta di un'assenza naturale, ma di una scelta precisa, nata dopo l’unificazione del Regno d’Italia nel 1861 con le riforme della pubblica istruzione di De Sanctis, Croce e Gentile.

Infatti, la quasi totale assenza delle autrici dai manuali di letteratura italiana non è un vuoto casuale o una semplice dimenticanza storica, ma il risultato di una scelta politica deliberata secondo Bertolio – docente di letteratura italiana all’Università di Torino e già autore di Controcanone. La letteratura delle donne dalle origini ad oggi (Loescher, 2022). E il suo ultimo saggio smonta proprio il mito di una tradizione “naturale”, ricostruendo come il canone letterario sia stato creato per servire un racconto identitario strettamente maschile, salvo pochissime eccezioni. Perché, come scrive nella prefazione la filosofa Maura Gancitano: “ogni canone si presenta come ovvio, questa è sia la sua forza sia la sua violenza”.

L’inerzia del nostro sistema scolastico

Abbiamo fatto qualche domanda a Johnny L. Bertolio per capire meglio come mai nel nostro Paese gli indici dei manuali scolastici sembrano ignorare le scrittrici, che pure nella storia della letteratura italiana ci sono state. Ci racconta che nonostante formalmente i programmi non esistano più “nessun(a) docente di letteratura italiana rischia il licenziamento o l’arresto per non aver coperto per intero il Novecento” perché l’inerzia dell’intero sistema scolastico è ancora molto forte. 

Oggi sono le indicazioni nazionali e le linee guida (attualmente in revisione) che continuano a influenzare pesantemente sia i contenuti delle lezioni sia i libri di testo e “mentre si citano le intellettuali per la filosofia – prosegue Bertolio – le autrici di letteratura italiana, eccettuate pochissime, continuano a essere rimosse, come se non contassero nulla nella successione dei grandi nomi nei secoli”. L’autore è netto: “non basta infilare tra gli omissis Natalia Ginzburg, Elsa Morante o Grazia Deledda” (prima e finora unica italiana a vincere il premo Nobel per la letteratura nel 1927) perché “serve un ripensamento complessivo”.

Nel libro L’ha scritto lei, ma… un dato che colpisce è che l’81,5% dei docenti in Italia sono donne, le quali però continuano a trasmettere una visione della letteratura (e quindi del mondo) quasi esclusivamente maschile. Per Bertolio, il problema viene da lontano ed è prima di tutto di formazione: “se chi si laurea in Lettere per diventare insegnante, non incontra mai nel cammino universitario l’opera di un’autrice, difficilmente la porterà poi in classe”.

Esiste poi un problema di percezione culturale, come se ci fosse una gerarchia invisibile ma ferrea nella valutazione del valore degli autori: “Dante, Machiavelli, Manzoni non sono avvertiti come «autori maschi» ma semplicemente come «autori»; Vittoria Colonna, Gaspara Stampa, Cristina Trivulzio, invece, a prescindere dalle loro effettive posizioni teoriche, sono la «quota rosa» della letteratura”. Questa distinzione relega le donne a figure opzionali, una specie di “bonus dell’8 marzo o del 25 novembre”, chiosa Bertolio, mentre i loro colleghi maschi resterebbero così gli unici depositari dell’universalità, cioè della “vera” letteratura.

La retorica della svalutazione

Il titolo dell’ultimo libro di Johnny L. Bertolio richiama la formula della scrittrice statunitense Joanna Russ che condensa gli strumenti retorici usati per negare autorità intellettuale alle donne: se l’opera è valida, si insinua che sia un’eccezione oppure che l’abbia scritta un uomo. Ci sono moltissimi esempi di scritti attribuiti per anni a un uomo, pur di negare che li abbia scritti una donna, come le opere delle tre sorelle Brontë che sarebbero state tutte scritte dal loro unico fratello Branwell. 

Bertolio evidenzia come questo tipo di critica sia ancora oggi pervasiva e sessualizzata: “per lo sguardo maschilista non conta quello che un’autrice scrive, ma se è graziosa”. Il mercato continua a pretendere da una scrittrice “carinerie, romanticismo, fascino, così da classificarla meglio sugli scaffali delle librerie”. Arrivando a giudicare il suo corpo prima ancora del testo: “sarà sempre apprezzata una bella scollatura, un vestito vedo-non-vedo – nota Bertolio – d’altra parte, nemmeno una donna lontana dai canoni estetici correnti è accettabile. Le «virago», le «donne virili» sono concepite come dei mostri della natura, prova del fatto che il genio è esclusivamente maschile”.

La “letteratura femminile” non esiste

La marginalizzazione delle donne, in ambito letterario così come in tanti altri, ha radici profonde nelle teorie pseudoscientifiche dell’Ottocento (come quelle di Cesare Lombroso o di Otto Weininger citate nel libro) che cercavano prove biologiche a cui ancorare la presunta inferiorità creativa femminile. Bertolio invita però a superare l’etichetta “letteratura femminile” perché, seppure in buona fede, “viene tuttora usata per definire e anche promuovere le scritture delle autrici, dimenticando che invece è stata utilizzata da psichiatri, antropologi, filosofi per ghettizzarle, per esiliarle dal pantheon degli autori geniali.”

Quello che invece bisognerebbe fare, secondo Bertolio, è “avere cura dei romanzi, delle poesie, dei saggi delle autrici, non considerarli come un uniforme magazzino senza distinzioni, né relegarli a ruoli ancillari rispetto ai «classici». Autori e autrici hanno sempre viaggiato insieme, in dialogo o in conflitto, ed è proprio questa rete di relazioni da mettere in luce in classe, secondo una visione plurale della letteratura molto più storicamente verosimile rispetto alla lunga sequenza monologante del canone.”

Bertolio rivendica inoltre la validità scientifica del suo approccio contro chi grida alla cancel culture: “per un desolante luogo comune, studiare e far studiare un’autrice significa automaticamente fare gender o essere mossi/e da ideologia woke. La tradizione sembra un macigno inscalfibile e chi propone di rivisitarla, rischia l’accusa di antipatriottismo”. In realtà, anche nel suo libro sottolinea che la presunta neutralità del canone tradizionale non esiste; mentre gli studi di genere sono percepiti come ideologicamente connotati, “gli altri vivono nell’empireo dell’estetica pura, dei princìpi rigorosi, che invece sono stati condizionati da pregiudizi. Tutti viviamo nella storia, in un contesto, anche gli alfieri della tradizione”.

Una nuova didattica per moltiplicare gli sguardi

Per cambiare rotta, Johnny L. Bertolio propone nel suo libro di passare da una semplice “addizione (autori + autrici = canone doppio)” a una vera e propria “moltiplicazione (autori × autrici = indefinite possibilità della letteratura)” trasformando così lo studio della letteratura italiana. Perché portare in classe anche le opere delle scrittrici non significa “forzare le coordinate spazio-temporali, la storia, il contesto; è mettere da parte il grigio e marmoreo parallelepipedo del canone per illuminare tutte le facce di quel prisma multicolore che è la letteratura”.

Un altro rischio che si corre ma che bisogna evitare, secondo Bertolio, è di appiattire le opere scritte da donne soltanto “sul livello biografico, dando l’impressione che una certa opera è solo il prodotto malconfezionato di tormentate vicende sentimentali (come se invece l’amore vissuto da Petrarca fosse, quello sì, universale e puro). Quello che emerge dalla vita e dall’opera delle autrici è piuttosto una ricerca di modelli che svelano come il paradigma dell’eccezionalità sia un altro luogo comune da sfatare”.

Per Bertolio, l’obiettivo finale sarebbe quello di riscoprire una genealogia di “sorelle” (sia moderne che antiche, da Sibilla Aleramo a Christine de Pizan) che permetta a chi studia di sentirsi legittimati come soggetti pensanti. Studiare oggi a scuola anche le tante autrici italiane serve ad “allargare gli immaginari, così da costruire generazioni di studenti e studentesse allenati/e a visioni plurali di cui fare tesoro nel mondo del lavoro e delle relazioni”. Insomma L’ha scritto lei, ma… è un libro che offre molti spunti per docenti che vogliono sperimentare, un ottimo strumento per smantellare il mito del “si è sempre fatto così”.

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