CULTURA

L’indagatore dell’incubo Dylan Dog compie 40 anni

Giacca nera su camicia rossa, jeans sgualciti e desert boot ai piedi: con questo look il 26 settembre 1986 un nuovo personaggio arriva nelle edicole italiane. Ha l’aspetto fisico dell’attore Rupert Everett, vive a Londra al numero 7 di Craven Road, suona il clarinetto e per hobby costruisce modellini di galeoni. Ma soprattutto, fa un mestiere piuttosto insolito: è un “indagatore dell’incubo” e il suo nome è Dylan Dog. 

La storia del primo albo si intitola L’alba dei morti viventi (che riecheggia il film di George A. Romero), in copertina porta la data di ottobre 1986 ed è scritta dal suo ideatore Tiziano Sclavi, con disegni di Angelo Stano e copertina di Claudio Villa. All’epoca la pubblica l’Editoriale Daim Press, casa editrice milanese che sarebbe poi diventata Sergio Bonelli Editore (la stessa di Tex Willer e Nathan Never). Quarant’anni dopo la serie è rimasta mensile e nell’agosto 2026 ha raggiunto il numero 480.

Nel corso della sua storia ha cambiato autori, disegnatori e curatori, ma ha conservato il nucleo che l’ha resa riconoscibile e amata: un detective che indaga su fantasmi, vampiri, zombi e altre creature inquietanti, ma senza perdere mai la sua profonda umanità. E per festeggiare questo compleanno importante, esce in edicola Prima che sia l’alba: volume celebrativo con una storia inedita scritta da Barbara Baraldi (curatrice del periodico) e disegnata da Davide Furnò.

L’horror e l’immaginario popolare

Dylan Dog nasce dentro una casa editrice che ha costruito una parte fondamentale della storia del fumetto italiano, ma fin dall’inizio la nuova serie si muove in una direzione diversa. Sclavi prende il genere horror e lo mescola con il giallo, il fantastico, il noir e soprattutto lo arricchisce di citazioni da cinema e letteratura. Dylan è infatti un personaggio costruito attraverso altri racconti e nei suoi albi entrano film, romanzi, canzoni e personaggi della cultura popolare. L’effetto è quello di un fumetto che parla contemporaneamente a chi cerca una storia avventurosa e a chi riconosce, dietro una scena o una battuta, un riferimento al proprio immaginario culturale.

Anche i vari comprimari che circondano Dylan Dog contribuiscono a questa miscela. A cominciare dal baffuto Groucho, il suo fidato assistente nonché sosia dell’attore comico Groucho Marx, che interviene nelle situazioni più drammatiche con battute, giochi di parole e un umorismo spesso sopra le righe. Anche questa convivenza tra paura e ironia diventa subito una delle caratteristiche più riconoscibili della serie. Del resto, Dylan non è l’eroe classico che affronta il pericolo senza esitazioni, è invece sentimentale, spesso fragile, attraversato da dubbi e ossessioni. L’orrore che incontra non è soltanto qualcosa da sconfiggere: è qualcosa da ascoltare e comprendere, e spesso diventa un modo per parlare di morte, amore, solitudine e paura. Con le sue storie scopriamo che i “mostri” non sono poi così diversi dagli esseri umani.

Pare che tra i suoi numerosissimi fan ci fosse persino il semiologo Umberto Eco, che diceva di poter leggere “la Bibbia, Omero e Dylan Dog per giorni e giorni senza annoiarmi”. E forse è proprio questo suo amore per l’indagatore dell’incubo che farà comparire nell’albo numero 136, intitolato Lassù qualcuno ci chiama, un curioso personaggio chiamato Humbert Coe.


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La nascita di un fenomeno editoriale

Il successo della serie non è immediato, ma negli anni il pubblico cresce rapidamente, fino a trasformare Dylan Dog in uno dei più importanti fenomeni editoriali del fumetto italiano. Negli anni ’90 arriva a vendere circa mezzo milione di copie al mese (senza contare gli albi speciali e vari progetti paralleli). Anche la composizione del pubblico è particolare perché riesce a intercettare le fasce di lettori e lettrici più giovani. Inoltre contribuisce a modificare l’immagine del fumetto popolare, portandolo fuori da una concezione esclusivamente legata all’avventura e all'intrattenimento.

In questo senso, il fenomeno Dylan Dog racconta anche qualcosa dell’Italia degli anni ’80 e ’90: una generazione che cresce con il cinema horror, la televisione commerciale, i canali che trasmettono video musicali, la letteratura fantasy e una cultura sempre più costruita attraverso contaminazioni. Il fumetto diventa uno dei luoghi in cui questi linguaggi possono incontrarsi, anche perchè è un’epoca senza internet e smartphone. Il risultato è una serie popolare ma, allo stesso tempo, capace di attirare l’attenzione della critica e di essere letta anche come un prodotto culturale complesso.

Per approfondire questi aspetti abbiamo interpellato Matteo Stefanelli, studioso di fumetto e cultura popolare, che descrive così il momento storico in cui Dylan Dog arriva per la prima volta in edicola: “c’era una profonda crisi del modello dei decenni precedenti, che aveva messo al centro la formula editoriale della rivista come veicolo principale di quella stagione di opere, autori e relazione con il pubblico. Le riviste di fumetto iniziano a morire proprio a metà decennio, e l’esempio più emblematico è Alter alter, che chiude tra la fine del 1985 e l’86”. 

Si tratta della crisi di un modello perché “il fumetto degli anni ’70 aveva fatto dell’impegno politico un ingrediente essenziale, in cui anche il pubblico giovanile si era riconosciuto decretando – secondo Stefanelli – successi da Ken Parker ad Andrea Pazienza alla rivista Il Mago, mentre con gli anni ’80 una nuova generazione di lettori giovani-adulti cerca più disimpegno, un ritorno a una dimensione più intima e meno collettiva o quantomeno cerca nuove forme estetiche in cui non sono la satira o l’impegno politico a essere il baricentro”. 


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Gli ingredienti del fenomeno Dylan Dog

Per Matteo Stefanelli negli anni ’80 diventano centrali due ingredienti che Dylan Dog incarna in modo aggiornato e brillante: “da un lato, una sensibilità moderna fatta di ricombinazioni, metanarrazioni, riutilizzo del passato e di una certa trasversalità culturale capace di unire avanguardie artistiche e intrattenimento puro; dall’altro, uno specifico campo dell’immaginario collettivo, il filone dell’horror che stava vivendo da qualche anno una vera e propria new wave rappresentata dal cinema di John Carpenter, Wes Craven, David Cronenberg, la musica metal o post punk, la letteratura di Clive Barker…”

La serie ideata da Tiziano Sclavi arriva dunque in un momento di passaggio in cui i due ingredienti citati da Stefanelli si ritrovano fusi insieme e accesi da una scintilla originale, cioè “trovarsi veicolati nel linguaggio del fumetto italiano avventuroso dell’editore Bonelli, dentro al quale suonano assolutamente nuovi. Diventano così una porta aperta per una generazione di figli o nipoti dei lettori che fino ad allora la casa editrice aveva portato con sé. Un primo segnale parziale si era già visto con Martin Mystère pochi anni prima, ma è Dylan Dog a far entrare davvero centinaia di migliaia di lettori nuovi che mai prima avevano letto, quanto meno con regolarità, i prodotti di Bonelli, o talvolta persino fumetti”. 

Ma c’è anche un altro aspetto da considerare, che in un fumetto non è affatto secondario: la specifica estetica visiva di Dylan Dog. Per questa serie infatti “fu necessario reclutare disegnatori aggiuntivi rispetto a quelli già attivi per le testate Bonelli – spiega Stefanelli – e che avessero sensibilità per atmosfere inquietanti, notturne e urbane, più che per gli stilemi del naturalismo tipico delle avventure western, esotiche o storiche a cui era ancorato il catalogo. Serviva un’estetica sì popolare, sempre di elevata leggibilità, ma più contemporanea”.

Dylan Dog introduce quindi nuove firme che iniziano a distinguersi per stile figurativo e grafico che faranno della testata “una piattaforma di rinnovamento del disegno nel fumetto italiano per un buon decennio (come Angelo Stano, Corrado Roi, Carlo Ambrosini e altri)”. Per Stefanelli questo consente lo sviluppo di estetiche “più sintetiche, espressioniste o calligrafiche, e Dylan Dog diventa il faro di quello che viene chiamato fumetto ‘popolare d’autore’: ossimoro nato proprio nel gergo della fumettofilia. Si colloca così su un nuovo crinale, punto di incontro tra il modello popolare della tradizione e un’attitudine più autoriale, di maggior diversità e personalità creativa rispetto alle esperienze precedenti”.

Un successo di pubblico e critica

Il mix di horror, giallo, cinema, letteratura, surrealtà e ironia decreta dunque il successo di Dylan Dog che riesce a non chiudersi in una nicchia ma anzi a parlare a un pubblico molto ampio. Abbiamo chiesto a Matteo Stefanelli quali sono stati i fattori che hanno trasformato la serie in un vero e proprio fenomeno culturale, e ci dice che a suo parere sono due: il primo è che “l’adesione al genere horror di Dylan Dog non è avvenuta ‘in purezza’, ma ibridata da una sensibilità postmoderna che si è dimostrata perfettamente in sintonia con il clima di tanti prodotti culturali tra gli anni ’80 e i primi anni ’90, sia dentro che fuori dal perimetro horror”. 

C’è poi anche un altro fattore determinante, ovvero “l’approccio emotivo al carattere e all’identità del personaggio, che metteva al centro la propria indolenza, solitudine e, per certi versi, una certa misantropia, creando così un’attitudine alternativa, talvolta addirittura antisistema”. In pratica, per Stefanelli Dylan Dog è stato “nelle mani di Sclavi un anticonformista, che si è affermato grazie al suo fare da eco a chi non si riconosceva nel lato edonista degli anni ’80 e, viceversa, cercava di ritrovare uno stile di vita più empatico in un contesto segnato dalle dinamiche di un individualismo egotico e narcisista”.

E il successo di pubblico riesce a convincere anche la critica, incidendo sulla legittimazione del fumetto come forma di racconto d’autore. Come conferma anche Stefanelli, dicendo che Dylan Dog è diventato per la critica specializzata “l’emblema di un nuovo equilibrio tra fumetto popolare e d’autore, cioè i due poli su cui si era attestato il panorama fumettistico degli anni ’70 e ’80. Dylan Dog è stato apprezzato in maniera piuttosto trasversale, seppure all’epoca gli osservatori più esperti (e anche autori di primo piano) sollevarono qualche iniziale perplessità su alcuni eccessi negli stilemi dello splatter o nel gioco postmodernista del citazionismo. Ma riconobbero la qualità della scrittura di Sclavi nella gestione della suspense e dell’ironia, nella sua matura sensibilità sociale e negli slanci filosofici e umanisti di alcune riflessioni su temi come identità, dolore, morte, legami e derive politiche del tempo”. 

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