CULTURA

El Ghorfeh: la prima “stanza” della fotografia analogica in Palestina

In arabo, El Ghorfeh significa la stanza. Ma per Dina Salem, artista, illustratrice, fotografa, questo nome indica molto più di uno spazio fisico: è la prima camera oscura nata in Palestina, a Ramallah, un progetto che ha contribuito a fondare, nel 2023, e a trasformare in un luogo di incontro, sperimentazione e condivisione.

L’idea di El Ghorfeh nasce da un’esigenza concreta: poter praticare fotografia analogica senza dipendere da strutture esterne, spesso difficili da raggiungere e lontane dal contesto palestinese.

Tornata a Ramallah dopo anni trascorsi altrove, Dina trova un laboratorio quasi inattivo e decide di aprirlo alla comunità, nonostante la scarsità di materiali, le difficoltà di accesso a pellicole e prodotti chimici e le resistenze incontrate in un ambiente ancora fortemente maschile.

Insieme al fotografo Sari Tarazi, El Ghorfeh si trasforma progressivamente in uno spazio dedicato a workshop, ricerca e sperimentazione, capace di generare connessioni anche oltre i confini palestinesi.

Dina sperimenta diverse forme artistiche ma è proprio nella fotografia che riconosce il linguaggio più vicino alla propria esperienza. Un legame nato in famiglia e diventato negli anni una pratica sempre più focalizzata sul processo: scattare, sviluppare, stampare, seguire ogni fase della realizzazione dell’immagine: “Mi interessa il processo più del risultato”, racconta. 

Negli anni il suo sguardo si è progressivamente allontanato dalla ricerca estetica per avvicinarsi a ciò che accade intorno a lei. Se in passato prevalevano ritratti e composizioni, oggi il bianco e nero domina il suo lavoro: “Il bianco e nero distrae meno: si tratta più di quello che succede nella foto, e meno di quanto sia bella.”

In seguito all'attacco del 7 ottobre 2023, il progetto ha cambiato inevitabilmente ritmo: "Non organizziamo più tre workshop al mese, ma continuiamo a lavorare - racconta Dina -. Abbiamo ancora uno spazio in cui incontrarci, sviluppare, stampare, fotografare insieme, parlare di immagini e sperimentare nuovi processi. Oggi il nostro lavoro assomiglia più a quello di una piccola comunità che a un progetto in espansione, anche perché costruire qualcosa di collettivo in un luogo dove molte persone sono concentrate semplicemente sul sopravvivere è estremamente difficile. Credo che la nostra presenza qui serva a qualcosa. Mi piace che la gente venga da noi e non vada in un laboratorio israeliano qualunque. Ma siamo tutti più realisti su quello che facciamo qui adesso".

“La sensazione oggi è che la Cisgiordania venga lentamente divorata viva, ed è un pensiero che rimane sempre sullo sfondo, mentre fai qualsiasi cosa. Inevitabilmente questo cambia anche il modo in cui immagini il futuro del tuo lavoro qui - spiega Dina -. È proprio qui che la comunità diventa fondamentale. È una comunità piccola, ma avere gli uni gli altri è l’unica cosa che ci permette davvero di continuare".

 

Penso che sia questa la vera differenza tra analogico e digitale: l'analogico incoraggia la comunità Dina Salem

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