Fora pal mont. Un documentario racconta la storia dimenticata delle sedonere
Due sedonere, ambulanti degli anni Venti/Trenta - foto dall'Ecomuseo Vajont: Continuità di vita per "Fora pal mont"
Lasciare casa e famiglia per mettersi in viaggio, allontanarsi dalle montagne per mesi, affrontare pericoli, fatiche, intemperie, incertezze. Luciana, Vittoria, Luigia, Teresa, Carolina, Fiorina sono le sei donne dell’alta Valcellina intervistate da Lorena Trevisan e Michele Pastrello nel documentario Fora pal mont (I passi rimasti): oggi hanno superato i novant'anni - Luigia ne ha 101 - e ancora custodiscono, nello sguardo e nelle parole, il ricordo indelebile delle giovani sedonere che sono state.
Friuli-Venezia Giulia, prima metà del Novecento. Nei contesti montani duri e isolati nell'alta Valcellina, ai confini col Vajont, le donne gestiscono casa e figli, lavorano la terra e negli allevamenti e sono costrette a sottostare a una cultura patriarcale radicata. Per dare un sostegno ancora più concreto alla famiglia, superando spesso il contributo garantito dagli uomini, alcune di loro fanno scelte difficili, estreme, scelgono di partire. Il progetto di Trevisan e Pastrello parte da qui, dalla volontà di condividere un pezzo di storia dimenticata.
Venditrici ambulanti, instancabili e coraggiose viaggiatrici, le sedonere (dal dialetto sedon, cucchiaio o mestolo) si mettevano in cammino “fora pal mont” - letteralmente “fuori, attraverso i monti” - portando sulle spalle, all’interno della loro gerla o di un carretto, un carico di utensili in legno e oggetti d'uso quotidiano realizzati da artigiani locali. I loro lunghi viaggi potevano durare mesi e raggiungere mete molto lontane.
Il progetto
“Le abbiamo cercate, trovate, incontrate, ascoltate. Inizialmente abbiamo preparato domande simili per tutte - sulla montagna, su come si viveva all'epoca e sul ruolo della donna in famiglia -, per poi continuare con interviste mirate, entrando con rispetto nei loro vissuti”. Abbiamo chiesto ai registi Lorena Trevisan e Michele Pastrello di raccontare l’incontro con queste sedonere, partendo dall’origine del progetto.
“Per realizzare il mediometraggio di fiction Inmusclâ, girato proprio in Valcellina, avevamo fatto molta ricerca scoprendo, proprio in quell'occasione, la figura e la produzione di Bianca Borsatti, diventata poi la voce narrante di Fora pal mont”. Maestra e poetessa, nata a Claut nel 1941, Borsatti ha pubblicato varie raccolte - Stèle e thenisa, Thàpige sul nèf e Soréie de denèr - e il primo vocabolario italiano-clautano. “Durante una conversazione Bianca ci racconta di queste donne che, lasciate le famiglie in montagna, partivano a piedi con la gerla sulle spalle per raggiungere le città, Milano, Torino, Vicenza o Rovigo. Ci è sembrata subito una storia bellissima, così abbiamo cercato le ultime testimoni e, studiando, ci siamo resi conto che non c'era quasi nulla che le raccontasse davvero, tranne due tesi di laurea, tra gli anni Novanta e il Duemila, qualche articolo di storia locale e un video su YouTube dedicato a una di loro, Luigia”.
La loro presenza negli archivi resta nascosta, filtrata, laterale. La sociologa Casimira Grandi parla di “presenza assente”, non un ossimoro - precisano gli autori - ma la condizione delle donne nella storia: presenti nei fatti, assenti nei racconti.
Piccole storie rivoluzionarie
“Tralasciando la post-produzione, ci abbiamo messo circa un anno a realizzare questo lavoro. Un paio di mesi per prendere coscienza, poi da luglio a novembre dell'anno scorso ci siamo dedicati al confronto con i figli, per riuscire a ritrovarle. Abbiamo fatto un lavoro da detective tra Claut, Cimolais ed Erto. Abbiamo consultato tesi e libri, come Donne fuori posto di Casimira Grandi e gli studi di Alessandra Pescarolo sulla donna rurale. All'epoca la donna contadina non era registrata come lavoratrice nelle statistiche ufficiali: era considerata il braccio destro dell'uomo, ma non veniva riconosciuta nel suo ruolo: la verità è, come dice Luciana, che era la prima ad alzarsi e l'ultima ad andare a dormire. "La montagna era massacrante per tutti, si lavorava duramente nei boschi. La vita in montagna richiedeva un grande sforzo fisico. Per mangiare dovevi allevare il bestiame, fare il formaggio, falciare il fieno. La fatica era accumulata sia dagli uomini che dalle donne”, commenta Pastrello.
“Dai loro racconti abbiamo ottenuto conferma rispetto a quanto letto sui libri di sociologia - aggiunge Trevisan -. Poi abbiamo incontrato la scrittrice Gabriella Del Duca, che ci ha detto una cosa bellissima: ‘Il mondo dei media ci ha abituati al sensazionalismo, dove tutto deve essere urlato, voi invece cercate i piccoli segni d'inchiostro che hanno permesso a queste donne di definire i loro confini’. Le sedonere compiono piccoli gesti e dicono piccoli ma decisivi 'no', quelli che hanno dato il via al cambiamento. Qualche esempio? Sono gli anni Cinquanta e Fiorina dice al marito: ‘Qui non sto bene, me ne vado. Se vuoi vieni con me, altrimenti resta’. All'epoca non era normale, dimostrava un grande carattere. Serve sempre qualcuna che inizi per prima, perché spesso si ha paura di fare il primo passo”.
“ Partivamo da Cimolais a piedi e arrivavamo fino in Piemonte. E poi a casa. Ho fatto una vita avanti e indietro, un po’ tutta così Teresa, Cimolais, classe 1933. Partiva a piedi da Cimolais e arrivava in Piemonte. Distanza circa 500 km
Sei sedonere
Luigia è nata nel 1925, ha superato i cento anni. Fiorina è del 1930, Vittoria è del 1932, Teresa è nata nel 1933 e Luciana nel 1934. La più giovane è Carolina, classe 1935. Vivono a Claut e Cimolais, Vittoria è di Erto. “Sono donne di carattere - sottolinea Michele Pastrello -. Andavano in giro a vendere e non sapevano esattamente dove avrebbero dormito e la strada era piena di pericoli”. Rischi, paure, violenze. Ogni storia è unica, fa emergere la personalità di ognuna ma “c'è un filo rosso che le accomuna tutte, oltre a questa forza innata e alla determinazione, si nota una certa inconsapevolezza”, riflette Lorena Trevisan. A sentirle parlare si ha l'impressione che non si rendano conto dell’eccezionalità delle loro imprese. “In quei luoghi la vendita ambulante era una cosa normale, che si tramandava di madre in figlia. Era un lavoro tipico per le donne di quel territorio, ma le nostre sedonere facevano percorsi molto più lunghi rispetto ad altre venditrici della zona, allontanandosi per mesi. Una di loro è partita incinta e ha partorito durante il viaggio, a Brescia”.
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Iniziano a lavorare quando sono giovanissime, oggi le ritroviamo ultranovantenni protagoniste di un film. Luciana affronta il suo primo viaggio a dodici anni. "La naturalezza con cui raccontano quello che hanno vissuto è disarmante. Non si rendono conto di ciò che hanno fatto, dell'impatto che ha avuto e ancora può avere la loro esperienza. Nel documentario Carolina dice: 'Ci voleva fortuna per fare 17.000 lire, io le facevo ogni giovedì'. Ma non era fortuna, si trattava di bravura! Carolina era una eccellente venditrice, sapeva comunicare con le persone. Ecco, riflettere su questi aspetti ci aiuta a comprenderne il valore, perché queste donne hanno posato i primi tasselli di un'emancipazione femminile necessaria".
“ Ma eravamo libere, ah! Luigia, Cimolais, classe 1925. Partiva a piedi da Cimolais e arrivava fino a Pula. Distanza circa 270 Km
Premio Vittorio De Seta 2026, menzione d'onore della giuria
Fora pal mont ha ricevuto la menzione d’onore della giuria del Premio Vittorio De Seta 2026, con questa motivazione: “Come Vittorio De Seta seppe raccontare, negli anni Cinquanta, la fatica e la dignità dei ceti popolari con uno sguardo capace di cogliere l’epica nel quotidiano, in Fora Pal Mont - I passi rimasti, Lorena Trevisan e Michele Pastrello, riportano alla luce una storia rimasta troppo a lungo nell’ombra: quella delle sedonere della Valcellina, donne che sfidarono l’isolamento e la povertà spingendo i loro carretti 'fora pal mont', verso una pianura e città mai viste prima. Il film restituisce voce e memoria a un viaggio silenzioso ma radicale, in cui il bisogno si trasforma in atto di emancipazione: le sedonere, con i loro carretti, non portavano a valle soltanto merci, ma anche uno sguardo nuovo sul mondo, aprendo, passo dopo passo, la strada a una maggiore considerazione e dignità sociale delle donne. Con rigore documentario e sensibilità antropologica, Trevisan e Pastrello raccontano la forza e la caparbietà di chi ha attraversato le montagne per cambiare, insieme al proprio destino, anche quello di chi sarebbe venuto dopo”.
Sul sito dedicato al documentario è possibile approfondire e trovare informazioni aggiornate sulle date di presentazione del film: il calendario è attualmente in fase di definizione. Associazioni, enti e sale cinematografiche, interessate a organizzare una proiezione di Fora pal mont, possono scrivere a forapalmont.doc@gmail.com
“ Il film restituisce voce e memoria a un viaggio silenzioso ma radicale, in cui il bisogno si trasforma in atto di emancipazione Premio Vittorio De Seta 2026, menzione d'onore della giuria
Molte delle fotografie storiche presenti nel documentario provengono dall'Ecomuseo Vajont e Museo Casa Clautana, che hanno collaborato attraverso la condivisione del materiale d'archivio alla realizzazione del film