Giada Messetti e il “legame destinico” con il terremoto
Panorama di Gemona del Friuli (Pro Loco Pro Glemona)
“Anziani che si aggirano fra le macerie, disorientati come giraffe nella neve”: con quest’immagine il poeta friulano Pierluigi Cappello (1967-2017) descrive, nel suo romanzo Questa libertà, la situazione all’indomani del terremoto che colpì il Friuli mezzo secolo fa. E le parole di Cappello sono citate anche nell’ultimo libro di Giada Messetti Quando tornano le rondini (Mondadori, 2026), un’opera che intreccia memorie personali, testimonianze e ricostruzioni storiche sul sisma del 1976.
L’autrice, originaria di Gemona del Friuli, è una sinologa e divulgatrice che discute spesso di geopolitica su vari media, e sempre per Mondadori ha pubblicato una trilogia di saggi sulla Cina. Ma fin dalle primissime pagine di questo libro, Messetti si definisce anche “figlia del terremoto” poiché i suoi genitori si sono incontrati proprio durante la gestione dell’emergenza post-sisma e pochi anni dopo è nata lei.
È da questa prospettiva che parte la sua esplorazione, indagando l’impatto profondo di quell’evento devastante sulla comunità e sul paesaggio di Gemona e non solo. Attraverso una raccolta di testimonianze dirette, come quelle di sua madre Mila e suo padre Augusto, il racconto di Messetti ripercorre il trauma dei paesi crollati, la vita precaria nelle tendopoli ma anche la solidarietà dei tanti soccorritori accorsi per aiutare la popolazione colpita.
Il titolo del libro viene da un vecchio servizio televisivo (che si trova su YouTube) in cui un bambino friulano racconta che “le rondini ci abbandonano” perché, subito dopo il terremoto, non trovano più i loro nidi. Con innocente speranza, il bimbo dice di desiderare che l’anno seguente le rondini tornino e trovino le case ricostruite, e con esse anche le sporgenze e i tetti dove costruire i loro rifugi.
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Abbiamo raggiunto Giada Messetti al telefono, per farle qualche domanda sul suo ultimo libro, mentre si trovava proprio a Gemona.
Quando tornano le rondini si basa sulle testimonianze di persone che hanno vissuto il terremoto e che tu conosci bene, ma quelle che raccontano sono storie dolorose, anche se lontane nel tempo. Per esempio c’è Sandro che da ragazzino è rimasto sepolto sotto le macerie per 29 ore o Flavio che nel sisma ha perso quasi tutta la famiglia. Come hai gestito le emozioni che emergevano, anche dopo cinquant’anni?
“Non è stato sempre facile. Molti di loro non avevano mai raccontato a nessuno quello che hanno detto a me. Certo, io ero una persona che conoscevano e di cui si fidavano, ma non era affatto scontato che riuscissero, o volessero, aprirsi così tanto. Spesso ci siamo commossi insieme, è stato tutto molto delicato e per nulla semplice.
Una persona, per esempio, al telefono mi aveva detto che non se la sentiva, perché parlare del terremoto lo faceva piangere. Io gli ho risposto che, se per lui non era un problema piangere davanti a me, potevamo comunque provare. Alla fine è riuscito a raccontarmi la sua storia e poi mi ha anche ringraziato. Ma non è stato scontato, né per me né per loro. È stata un’esperienza emotivamente molto forte, davvero potente.
Anche chiedere a mia madre Mila di registrare otto ore di intervista è stato molto intenso. Lei e mio padre mi hanno parlato di un tempo in cui io non c’ero ancora, di due persone che conosco da sempre come genitori ma che allora erano giovani, con sogni e ambizioni di cui sapevo poco o niente.”
Oggi Gemona (come tanti altri paesi del cratere sismico) è stata ricostruita, ma nelle interviste emerge spesso un’amarezza diffusa per la perdita del tessuto sociale, soprattutto nei centri storici. In ogni ricostruzione c’è sempre una tensione tra il rifare le case e il preservare l’anima di una comunità: secondo te, in Friuli la sfida è stata vinta o si poteva fare meglio?
“Sicuramente si poteva fare meglio, ma in generale si può sempre fare meglio. In Friuli, però, la sfida è stata vinta nel senso che i friulani sono rimasti dove erano: i paesi dell’area terremotata sono stati ricostruiti lì dove si trovavano. Magari non come erano prima, ma l’attaccamento alla terra è stato fondamentale, ed è anche una delle chiavi del cosiddetto modello Friuli.
Il fatto che le persone non volessero essere spostate dai propri paesi è stato decisivo. Anzi, quando furono sfollate a Lignano e in altre località della costa, si ricostituirono le comunità dei singoli paesi persino lì: una cosa straordinaria.
Poi, però, tutto cambia con il tempo. Cambia il mondo, cambiano le persone. Penso a mia madre: è stata lontana dal centro storico per dieci anni, e quando è tornata ha trovato vicini diversi, molte persone erano morte, altre erano arrivate. In questo senso è inevitabile che qualcosa si perda.
Gemona, che conosco meglio, è un esempio chiaro: negli anni Novanta la ricordo come un centro molto vivo, mentre oggi mi sembra più vuoto. Non tanto per le abitazioni, perché è molto popolato, quanto per i servizi: nel centro di Gemona non c’è quasi nulla, non si può dormire, non si può nemmeno mangiare una pizza. C’è poca vitalità urbana.”
Giada Messetti (foto di Margherita Messetti) e la copertina del suo ultimo libro
Nel libro citi il concetto cinese di yuánfèn (che si potrebbe tradurre come “legame destinico”) per descrivere l’incontro dei tuoi genitori: è una parola che ha un significato particolare per te o ti è sembrata adatta a questa storia?
“È la mia parola cinese preferita. Sono sinologa, ho studiato cinese e mi occupo di Cina da 25 anni, e ho già scritto saggi sull’argomento prima di questo libro. Yuànfèn mi piace tantissimo perché esprime un concetto che in italiano non abbiamo davvero: una relazione casuale ma predestinata. Per noi può sembrare una contraddizione, ma nella cultura cinese non lo è. Mi piace anche l’idea grafica del termine, con quel primo carattere (缘 yuán) che richiama un filo di seta: trovo bellissima l’idea che gli esseri umani siano legati da fili che a volte, in qualche modo, riemergono e diventano visibili.
Mi sembrava quindi giusto collegare questa parola all’incontro tra i miei genitori, che poi porta anche alla mia nascita. Tutto avviene in un contesto di tragedia e catastrofe, ma a volte dalle tragedie nascono anche cose positive. Mia madre mi ha sempre raccontato che, dopo il terremoto, molti giovani si sposarono quasi subito e fecero presto figli: fu una risposta di vita molto forte, dopo qualcosa che aveva portato morte.”
Foto: Archivio della Memoria del Circolo Numismatico Filatelico Gemonese
Uno dei testimoni che intervisti nel tuo libro dice che “il Friuli Venezia Giulia, come l’Italia, è una terra sismica. Il terremoto torna.” In un Paese dove non si fa mai abbastanza prevenzione al rischio sismico, forse anche la memoria è uno strumento utile a difenderci. Con questo libro che messaggio vorresti lasciare a chi non ha vissuto il terremoto ma abita comunque in un territorio a rischio?
“Ho scritto questo libro proprio perché mi sono resa conto che si sta perdendo la memoria di un evento storico che per me è nazionale, non solo friulano. È stato un fatto che ha coinvolto tutto il Paese, e in un certo senso anche da lì è nata la Protezione civile. Da quell’esperienza sono partite anche molte classificazioni sismiche del territorio e diversi progetti di ingegneria antisismica.
Per questo mi sembra assurdo dimenticarlo. È stato anche un esempio positivo, in mezzo a tanti esempi negativi. Il cosiddetto modello Friuli, come anche l’esempio dell’Emilia, mostra che alcune ricostruzioni possono essere rapide ed efficaci. Ma ci sono anche molti terremoti che non sono stati gestiti bene, e dimenticare un caso riuscito mi sembra davvero un errore.
Ho l’impressione che l’Italia faccia finta di non essere un Paese sismico. Scrivendo questo libro ho dovuto ricostruire la sequenza degli ultimi terremoti, e alla fine uno ogni dieci anni arriva. Abbiamo paesi vecchi, architetture storiche, edifici non messi in sicurezza: per me è una sottovalutazione enorme. In Italia si lavora sempre in emergenza e quasi mai in prevenzione, e questo vale non solo per i terremoti, ma in generale per il modo in cui la politica affronta i problemi.
La cosa più bella che ho scoperto studiando quegli anni, però, è la capacità delle persone di occuparsi della cosa pubblica. È un’abitudine che si è un po’ persa. Allora c’era una forte mobilitazione dal basso: ci si vedeva, si facevano assemblee, si parlava dei problemi e li si affrontava insieme. Erano gli anni Settanta, un altro mondo, con un clima diverso e con le ideologie ancora forti. Spero che un ventenne che legge il libro si incuriosisca proprio per questo aspetto, che oggi è quasi scomparso.”