CULTURA

Grazia Deledda, “una vita per la letteratura”

"Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale, e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano". Con questa motivazione, nel 1926, viene annunciato il Nobel per la Letteratura a Grazia Deledda, prima donna italiana a ricevere il prestigioso riconoscimento (con la cerimonia, a Stoccolma, l'anno successivo). A 90 anni dalla scomparsa, avvenuta il 15 agosto 1936, e nel centenario del premio, rintracciamo la figura della scrittrice.

Abbiamo chiesto a Monica Cristina Storini, professoressa ordinaria di Letteratura italiana alla Sapienza Università di Roma e autrice del saggio Leggere Deledda (Carocci), di guidarci nell'approfondimento, accompagnandoci in un viaggio di scoperta della biografia artistica di una autrice moderna, con una produzione al di fuori dei canoni e una poetica di grande profondità dedicata ai temi della colpa, del rimorso e dell’ineluttabilità del destino. 

Nel suo saggio Storini mette in evidenza una questione fondamentale: secondo la studiosa, infatti, la figura di Deledda meriterebbe di trovare finalmente la giusta considerazione critica, “perché ella ben rappresenta le caratteristiche principali che le culture e i saperi delle donne hanno ormai indicato come precipue delle letterate italiane attive tra la fine dell’Ottocento e il Novecento”.

Professoressa Storini, quali sono le principali caratteristiche di Deledda dal punto di vista umano e da quello letterario. Possiamo trovare una sintesi per introdurne la figura? 

“Potremmo sintetizzare la figura e l’intera esistenza di Grazia Deledda nella formula ‘una vita per la letteratura’. Nata a Nuoro nel 1871, a differenza dei maschi della famiglia, Grazia poté frequentare le scuole soltanto fino alla quarta elementare. La sua formazione venne poi integrata da alcune lezioni private, ma sostanzialmente possiamo dire che fu un’autodidatta, ben presto in relazione con alcune influenti personalità, come Enrico Costa, Angelo De Gubernatis, Giovanni De Nava, Salvatore Farina, Stanislao Manca, Mario Rapisarda, anche grazie a una fitta rete di scambi epistolari. All’età di soli sedici anni pubblica la prima novella, Sangue sardo, sulle pagine della rivista femminile L’Ultima Moda, di cui era redattore Epaminonda Provaglio. Comincia così un’intensa attività di cooperazione con periodici sardi e, più complessivamente, nazionali, culminante nell’avvio della collaborazione con l’autorevole rivista romana Nuova Antologia del 1899, che ospiterà sulle sue pagine, in prima pubblicazione, la maggior parte delle opere prodotte negli anni immediatamente successivi. Nel 1900, in seguito al matrimonio con l’impiegato statale Pietro Madesani, si trasferisce a Roma. Oltre all’amplissima produzione letteraria a cui dà luogo nella capitale, che rappresenta il raggiungimento pieno della maturità letteraria e della poetica specifica dell’autrice, Deledda entra in relazione con l’avanguardia letteraria e artistica che vi opera. Il 10 dicembre 1927, seconda italiana dopo Carducci e seconda donna in assoluto, ricevette il premio Nobel per la Letteratura 1926. Nei dieci anni che la separano dalla morte, avvenuta a Roma, il 15 o 16 agosto del 1936, la sua fama continua a crescere, i suoi libri vengono più volte ristampati e vedono la luce romanzi importanti, come Annalena Bilsini, Il paese del vento, La chiesa della solitudine. Per capire quanto la letteratura abbia impregnato la sua esistenza basta pensare al corpus che ci ha lasciato: più di duecento testi, in volume e sparsi”.

Potremmo sintetizzare la figura e l’intera esistenza di Grazia Deledda nella formula ‘una vita per la letteratura’

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Quanto pesa/conta la formazione da autodidatta nel suo intero percorso? 

La formazione da autodidatta ha condizionato sia positivamente che negativamente l’intera esistenza di Grazia Deledda. Negativamente soprattutto perché ha rappresentato - e l’autrice stessa l’ha vissuta così - un vero e proprio svantaggio. Deledda si è lamentata per tutta la vita delle sue letture disordinate e ha invidiato il fratello Santus, al quale è stato permesso di frequentare l’università. Tale posizione è poi stata fatta propria da una parte della critica, che ha considerato perciò l’autrice inferiore a molti suoi colleghi. Tuttavia, ha studiato per tutta la vita e, in seguito al trasferimento a Roma, ha seguito anche alcune lezioni universitarie. Ma noi possiamo parimenti dire che tale formazione ha avuto anche un risvolto positivo, consentendo alla scrittrice di evitare molti condizionamenti provenienti dalla tradizione, di costruirsi delle proprie specifiche genealogie, innestando novità nel tessuto letterario, e di evitare la banale e facile inclusione in scuole o movimenti contemporanei di successo”.

Le fasi della scrittura: come e quanto, nei suoi romanzi, forma e contenuto si trasformano?

“Pur mantenendosi sostanzialmente continua l’attenzione al dramma della condizione umana, tesa fra l’ineluttabilità del destino, da una parte, e la tragicità del senso di colpa, dall’altra, possiamo individuare uno sviluppo e delle fasi all’interno della sua produzione, direi almeno quattro: l’apprendistato, dal 1888 al 1899, all’interno del quale le tematiche e la scrittura dell’autrice lavorano per individuare argomenti e stilemi specifici che le siano propri; la maturità artistica, dal 1900 al 1912, coincidente con il trasferimento a Roma e caratterizzata da un eros che perde i suoi connotati convenzionali, da una maggiore capacità di penetrazione nell’interiorità dei personaggi e da un paesaggio che non presenta più nulla dell’esaltazione romantica. Anche la lingua e lo stile trovano il definitivo assestamento in una forma di maggiore italianizzazione e in un lirismo lessicale e simbolico sempre più accentuati. Tali caratteri si conservano nella fase successiva, che potremmo definire la stagione dei grandi romanzi, dal 1913 al 1921, durante la quale vedono la luce, fra gli altri, Canne al vento, Marianna Sirca e La madre. Infine, abbiamo l’ultima fase dal 1921 al 1936, in cui la visione si fa meno pessimista, il punto di vista penetra ancora di più nell’intimo dell’animo umano, mentre la scrittura si volge al frammentismo e a un maggiore simbolismo”.

Nella scrittura di Deledda l’attenzione all’universo femminile è costante

Quale lo sguardo della scrittrice sulla condizione femminile del proprio tempo? 

Nella scrittura di Deledda l’attenzione all’universo femminile è costante. Le donne rappresentano contemporaneamente le vittime di un rigido controllo maschile - di padri, fratelli, mariti - e le depositarie degli usi e delle tradizioni. Sono spesso volitive e anche simbolo delle condizioni sociali che volgono al mutamento. Se, da una parte, emerge la figura della madre - spesso impegnata a preservare il figlio dal pericolo della corruzione morale e materiale, come nel romanzo omonimo - dall’altra, come in Annalena Bilsini, diviene un’immagine di donna moderna, imprenditrice, capace di gestire economicamente la casa e di controllare figli, cognati e dipendenti. Forme di indipendenza ed emancipazione, infine, possono cogliersi già in fase precedente, in figure come Marianna Sirca che, violando ogni convenzione morale e sociale, il divieto paterno e, più in generale, quello familiare, si innamora di un fuorilegge e vive fino in fondo il dramma di tale passione”.

I luoghi e le tradizioni. Da Nuoro a Roma, Deledda si sposta, cambia, rispondendo a un desiderio di apertura e alla necessità di contatto stretto con un più vasto universo culturale. Lascia l'isola, ma continua a osservarla e raccontarla assumendo un diverso punto di vista: è così? 

“L’immersione nella società letteraria romana, da sempre agognata, segna profondamente la sua scrittura, che fa dell’ambiente continentale il punto prospettico dal quale guardare alla cultura e alla realtà sarde. Si tratta di un incontro/scontro che, se rende l’autrice sempre più consapevole della necessità di ampliare i propri saperi, spingendola verso un senso di civiltà più meditato, nel contempo accentua nella sua scrittura, mettendola maggiormente in risalto, la descrizione di un sostrato selvaggio e primitivo che si intravede sul fondo del presupposto degrado socioeconomico dell’Isola. La Sardegna rimane costantemente al centro degli interessi di Deledda, ma ora la scrittrice acquisisce uno sguardo più ampio e profondo, anche grazie alla frequentazione dell’avanguardia culturale e artistica che operava nella capitale. Non dobbiamo poi dimenticare che, nell’ultima fase, Deledda cerca ambientazioni simili a quelle che le sono familiari in ‘luoghi continentali’, come la Toscana rurale o le coste del Po”.

La critica ha più volte sottolineato come in Deledda il paesaggio isoli e definisca i singoli personaggi, rafforzandone il senso tragico del destino

Il paesaggio è elemento vivo, che ruolo assume esattamente nella sua poetica? 

“La critica ha più volte sottolineato come in Deledda il paesaggio isoli e definisca i singoli personaggi, rafforzandone il senso tragico del destino. L’autrice fa un uso simbolico del paesaggio sardo trasformandolo in un elemento che arricchisce la narrazione e approfondisce la comprensione dei temi trattati. Notiamo poi che nell’ultima fase, in romanzi non ambientati in Sardegna, come nel romanzo Annalena Bilsini, che si svolge nel Polesine, la raffigurazione di un paesaggio, meno selvaggio e primitivo, assume dei veri e propri tratti lirici, in particolare nella rappresentazione della natura. Le descrizioni dell’habitat padano, con i campi, le nebbie, il fiume, caricate di valenza simbolica, svolgono la funzione di proiezione emotiva dell’interiorità dei personaggi, consuonante con le loro trasformazioni psicologiche e sentimentali”.

Colpa e destino sono centrali, ma quali altri temi indaga e approfondisce Deledda? 

“È facile comprendere, da quanto abbiamo già detto riguardo alla rappresentazione dell’universo femminile, che la relazione uomo-donna rappresenta un tema centrale della produzione deleddiana, declinato frequentemente all’interno dei ruoli familiari, ma non solo. Le tradizioni sarde, poi, spesso vissute come selvagge, arcaiche e limitanti la libertà individuale, svolgono un ruolo centrale, unitamente a uno sguardo attento ai cambiamenti e alle dinamiche sociali in atto. Deledda coglie l’ambiente sardo nel momento in cui tra la classe aristocratica dei ricchi proprietari terrieri e quella povera e disagiata del popolo si insinua la nascente classe borghese, che si arricchisce con il commercio e manda i propri rampolli all’università. Dalle costrizioni e dalle dinamiche sociali dipendono sovente i drammi dei singoli. Tutto questo sostanzia profondamente l’insieme delle tematiche deleddiane”.

A 1:38:00 l'intervento di Monica Cristina Storini su "Cenere" di Deledda - Università Sapienza di Roma, "Grazia Deledda, un Nobel dimenticato" (8 marzo 2022)

La produzione deleddiana è ampia e varia: oltre al romanzo la scrittrice esplora i territori del racconto, con quali esiti? 

“Il genere maggioritario, dopo quello romanzesco, è rappresentato dalla produzione di novelle, che costituisce circa la metà dell’intero corpus deleddiano, ma si tratta di un insieme di opere ben poco studiato dalla critica, che lo considera di gran lunga ripetitivo dei motivi, delle forme e delle soluzioni che vengono già poste in essere dalla materia romanzesca e, in definitiva, latore di esiti inferiori ai romanzi, tanto che sono state indicate come il genere infelice deleddiano. Ritengo tuttavia che questo giudizio sia profondamente ingiusto e che, al contrario, nella forma sintetica Deledda acquisti una capacità di concentrazione e di approfondimento maggiore, sia dei temi che dei personaggi. Ma, fortunatamente, si profilano nuovi studi in proposito. Sebbene in quantità minore, Deledda ha poi praticato la letteratura per l’infanzia, la saggistica etnografica, la scrittura per il teatro e per il cinema, adattando, ad esempio, il romanzo Cenere per la recitazione di Eleonora Duse, ed infine la composizione poetica, che, tuttavia, dismise ben presto”.

Quali sono i suoi riconosciuti punti di forza e quali invece le principali critiche che le vengono mosse?  

“Sicuramente a Deledda è riconosciuta unanimemente la capacità di rappresentare, con uno sguardo lucido e acuto, la società sarda, i suoi usi, le tradizioni, i costumi e i comportamenti ancestrali. Tale elemento ha fatto sì che fosse considerata come una delle esponenti principali del Verismo, almeno in una fase iniziale. Via via che tale caratteristica si è spostata sempre di più verso l’interiorità dell’individuo, un altro punto di forza che le è stato riconosciuto è una certa dose di ben riuscito lirismo. Tuttavia, quest’ultima tendenza, che per certi versi l’ha fatta accostare a D’Annunzio, sfocia a tratti in un frammentismo che è apparso come tendenza pericolosa per la tenuta complessiva dell’intreccio romanzesco. Altra critica costante che le viene mossa è quella di una certa ripetitività, direi quasi ossessiva, nella scelta degli argomenti, limitati prevalentemente alla rappresentazione dell’ambiente sardo, a una condizione umana che vede l’individuo soccombere al destino, al senso di colpa e alla rassegnazione. Infine, sul piano, direi, più politico, venne accusata di un certo disinteresse per gli accadimenti storici, come, per esempio, la scarsa attenzione agli eventi bellici che sconvolgevano la società di quegli anni”. 

Cosa rappresenta il Nobel per Deledda? 

“Direi che il Nobel ha rappresentato la meta più agognata e desiderata dall’autrice, vissuto in qualche modo come la certificazione del raggiungimento di un posto di valore nell’empireo della letteratura. Con esso Deledda vedeva riconosciuti il lungo apprendistato a cui si era sottoposta nell’intero arco della sua vita, i suoi tentativi di riparare alle mancanze di una formazione da autodidatta, che sentiva come carente e insufficiente. Insomma, era una patente di vera scrittrice. Purtroppo, come abbiamo visto, la sua vittoria non ha comportato una valutazione adeguata, sicuramente non quanto lei stessa si sarebbe aspettata”.

Le chiedo, infine, quale ritiene si possa considerare il suo capolavoro e perché.

“È difficile indicare una sola opera come il capolavoro di Deledda. Sicuramente Canne al vento o Elias Portolu sono romanzi di grande valore, estremo interesse e complessità, da molti punti di vista, come la stessa critica ha sottolineato. Io mi sentirei, tuttavia, di richiamare l’attenzione almeno su altri due testi: Cenere, in cui la scrittrice affronta il complesso problema della formazione dell’identità femminile in relazione a un materno che si sottrae alla cura, e Marianna Sirca, per l’originalità di una figura femminile che si ribella alle convenzioni sociali e alla tradizione. Affascinante rimane poi il romanzo postumo, Cosima, anche se, poiché rimasto inedito, permane il problema di quella che sarebbe dovuta essere la forma conclusiva di una narrazione per la prima volta profondamente autobiografica”.


Leggi anche: Illustre Signora Duse. Lettere all’attrice. Qui rintracciamo lo scambio epistolare tra Deledda, autrice di Cenere nel 1904, ed Eleonora Duse, che ne porta a teatro la storia. Nella lettera a Duse, Deledda scrive: "Lei mi ha dato una grande gioia, avvicinando la Sua arte alla mia. Lei ha fatto di Cenere una cosa bella e viva, ma quando anche così non fosse mi basterebbe il conforto di aver veduto la mia opera passare attraverso la Sua anima e riceverne il soffio vivificatore. Ma Lei ha fatto una cosa bella e viva, le ripeto; il lavoro è Suo, oramai, non più mio, come il fiore è del sole che gli dà il colore più che della forza che gli dà le radici". 


Altre notizie su Grazia Deledda. Una mostra nella sua casa museo

Si intitola Dal disegno alla casa. Gavino Clemente e lo Studio romano di Grazia Deledda e fino al 4 ottobre prossimo negli spazi della sua Casa Museo, a Nuoro, espone per la prima volta una selezione di disegni, schizzi, progetti e materiali della ditta Fratelli Clemente di Sassari, storica bottega di ebanisteria e arredamento tra le più prestigiose della Sardegna tra fine Ottocento e prima metà del Novecento.

La mostra, curata dall'ISRE - Istituto Superiore Regionale Etnografico, segue il percorso progettuale che portò alla realizzazione dello studio della scrittrice nella casa di via Porto Maurizio a Roma. Tra il 1911 e il 1912 Deledda si rivolse proprio a Gavino Clemente per commissionare l'arredo dello studio della sua casa romana. Il carteggio documenta il dialogo tra la scrittrice e l'ebanista sassarese, rivelando la cura con cui seguì ogni fase del progetto.

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