CULTURA

Le impiraresse: storia di un antico mestiere che parla di resistenza

Venezia e il vetro sono un binomio antico: per secoli le famose perle, prodotte a partire da quest’ultimo, hanno attraversato continenti e culture, fino a diventare uno dei simboli più riconoscibili dell'artigianato lagunare. Dietro a questa economia esiste però un vasto sistema di manodopera femminile spesso rimasto ai margini del racconto storico. Stiamo parlando delle impiraresse. 

Sedute in piccoli gruppi, con decine di aghi sottili stretti fra le mani, queste donne, a cavallo fra Ottocento e Novecento, popolavano le calli di Castello e Cannaregio. Il loro compito era quello di infilare - impirare, in dialetto veneto - rigadin, incamicià, cremette, macà, e ancora, tosche, papagà, pive - dette anche brovadini - e burattini, ossia le conterie, minuscole perle di vetro provenienti dalle fornaci di Murano, fino a formare mazzi da 240 fili. Un mestiere dichiarato nel 2020 patrimonio immateriale dell’umanità dall’Unesco. 

Una storia fatta di bellezza, ma anche di lavoro duro e sottopagato, che portò le impiraresse a organizzare scioperi e rivendicazioni sindacali già alla fine dell'Ottocento, diventando tra le prime donne lavoratrici in Italia a mobilitarsi collettivamente.

Di quel mondo restano oggi poche artigiane. Una di queste è Luisa Conventi che, nel suo laboratorio-museo, custodisce strumenti, fotografie e racconti di un mestiere che è stato insieme lavoro, identità sociale e resistenza.

Il laboratorio in cui ancora oggi Luisa Conventi continua la sua professione porta il nome di Ditta Gioia ed è situato nel sestiere di Cannaregio, non molto lontano dalla stazione di Venezia. Fondata nel 1987, la sua storia inizia in realtà molto prima, all’interno di una famiglia che da generazioni lavora nel mondo delle perle.

Con il progressivo declino del settore, Conventi ha scelto di trasformare il vecchio laboratorio e di integrare “La Corte delle Impiraresse”, uno spazio museale che raccoglie le testimonianze di un mestiere antico che parla ancora al presente.

Ma il museo racconta anche una realtà fatta di resistenza e battaglie per i diritti delle lavoratrici. "Le impiraresse furono tra le prime donne a scioperare, nel 1872. - spiega Luisa Conventi - Il loro lavoro era pagato molto poco e a mazzo, il quale era composto da 240 fili. Da qui nasce l'espressione farsi il mazzo". 

Inoltre, come spiega Conventi, molte donne lavoravano a domicilio attraverso il sistema delle mistre, le intermediarie che distribuivano il materiale per conto delle fabbriche e trattenevano una parte del guadagno. “Era quasi un sistema di caporalato”, continua Conventi. Fu questo il motivo che le portò a organizzare scioperi e rivendicazioni sindacali: "Le grandi lotte delle impiraresse si svolsero soprattutto all’inizio del Novecento e furono in parte contro le fabbriche, per ottenere un tariffario fisso, ma soprattutto contro le mistre. Chiesero addirittura che venissero abolite". Come racconta Conventi, nel 1904 nasce la Lega delle Impiraresse, un'organizzazione sindacale femminile. Poco dopo, oltre 2.000 lavoratrici danno vita a un grande sciopero contro le pressioni padronali della durata di tre settimane, che si concluderà con un aumento del compenso.

Oggi, a Venezia, non ci sono più molte impiraresse come una volta. Ma secondo Luisa Conventi non si tratta di un mestiere destinato a sparire, bensì ad evolversi: "L’artigianato può tornare a vivere se riesce ad avvicinarsi all’arte, per creare qualcosa di unico e che sia capace di dialogare con la realtà".

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