CULTURA

Io esisto al mondo: cent’anni di Tina Merlin

“Non sono né più brava né più coraggiosa di tanti miei colleghi. Non volevo certo diventare famosa per un fatto così tragico quando scrivevo contro la Sade. Volevo semplicemente impedire che questo disastro colpisse i montanari della terra dove sono nata, dove ho fatto la guerra partigiana e dove ho vissuto tutta la mia vita. E ora non riesco neanche a esprimere la mia collera, il mio furore, per non esserci riuscita”.

Sono parole di una Tina Merlin ormai anziana che torna con i ricordi alle sue inchieste sulla diga del Vajont. Ed esprimono in poche righe molto di quello che Merlin è stata e continua a rappresentare oggi: l’umiltà di chi non proviene da contesti privilegiati, ma ha avuto accesso a una professione - il giornalismo - e ha saputo condurre le proprie battaglie con la consapevolezza che le batoste prese saranno sempre in quantità maggiore dei successi ottenuti. Ma con la chiarezza che c’è una parte giusta della storia, a Milano e Roma come a Erto e Casso, ed è quella delle persone più fragili, coloro su cui altri - prepotenti - tentano di scaricare il prezzo collettivo delle proprie ricchezze. Fino a quando sulla propria strada non inciampano in una Tina Merlin.

L’occasione per tornare a confrontarsi con la figura della giornalista e politica comunista è la serie di celebrazioni per i cent’anni dalla sua nascita organizzata dall’Associazione Culturale “Tina Merlin” che ne tiene viva la memoria. Il primo appuntamento è a Lentiai, in provincia di Belluno, nella casa della Società Operaia di Mutuo Soccorso dove ha aperto la mostra fotografica dal titolo “Le radici del cielo. Tina Merlin: una donna, una voce libera” (fino al 16 agosto) e si prosegue con un percorso nei paesi della sua terra con lo spettacolo teatrale “A perdifiato, ritratto in piedi di Tina Merlin” (il 31 ottobre a Mel) e la mostra artistica “Tina Merlin. Nel paesaggio tra fragilità e forza della natura” (il 14 novembre a Trichiana). Ma il ricordo di Merlin va oltre la sua terra, con iniziative che in questo anno di centenario la vedranno protagonista in moltissime iniziative sparse in tutto il nordest. E con la prospettiva di un film dell’attrice e regista Consuelo Ciatti che dovrebbe essere concluso a breve.

Le radici di “quella del Vajont”

Clementina Merlin è nata il 19 agosto di cent’anni fa in provincia di Belluno a Trichiana, un paese di contadini e migranti (“mio padre ha sempre fatto il migrante, in Italia e poi all’estero”, scriverà in una nota biografica per il Partito Comunista Italiano). Il destino era chiaro: ultima di cinque fratelli, non finisce la quinta elementare per la necessità di andare a imparare a “fare la serva” dalle famiglie notabili del paese. A tredici anni va a Milano, a servizio presso una famiglia, come già una sorella, mentre i due maschi sono in Piemonte a fare i garzoni. Questa parabola di donna destinata a diventare solamente moglie e madre viene bruscamente - e provvidenzialmente - interrotta dalla Seconda Guerra mondiale.

A diciott’anni, nel 1944, Tina Merlin diventa staffetta partigiana, prestando servizio soprattutto per la Brigata che si è formata nel suo paese natale. La guerra la cambia profondamente, perché capisce che anche una donna può contribuire a qualcosa di importante come la lotta di Liberazione e non essere relegata solo alla cucina e alla gestione dei figli. E, scriverà, “pensavo che forse anche noi donne avremmo avuto un nostro posto nella nuova Repubblica” che sarebbe uscita dalla guerra partigiana. Una speranza che viene almeno in parte tradita, di questo Merlin rimane convinta tutta la vita, perché nella Repubblica Italiana, scriverà, “la liberazione delle donne non è ancora conclusa”.

Un mestiere cominciato per caso

Dopo la guerra sposa un partigiano e compagno di partito con cui condivide gli ideali comunisti e la visione politica. Il giornalismo arriva quasi per caso, rispondendo a un concorso riservato alle lettrici dell’Unità, il giornale del partito. Riceve il secondo premio, “una bella edizione dell’Orlando furioso che non mi era di grande utilità”. Ma soprattutto le viene chiesto di cominciare a collaborare con delle corrispondenze dal bellunese. 

Il disastro del Vajont è stato un tradimento della Costituzione italiana Tina Merlin

Come ha ricordato all’inaugurazione della mostra fotografica Adriana Lotti (presidente dell’Associazione Culturale che porta il suo nome) Tina Merlin è diventata una reporter che per cercare la verità giornalistica “parlava con la gente”, spesso quella con cui le istituzioni, gli intellettuali e lo Stato non parlavano mai. Solo così, diceva, si poteva fare una propria idea di quello che stava succedendo per poi raccontarlo sull’Unità. L’inchiesta più celebre è sicuramente quella legata alle responsabilità della Società Adriatica di Elettricità (SADE) che ha costruito la diga del Vajont, il cui disastro nell’ottobre del 1963 è costato la vita a quasi duemila persone. 

Di questo disastro, Merlin ha sempre sostenuto che si fosse trattato di “un tradimento della Costituzione italiana”. Un tradimento perché i principi della Carta Costituzionale nati dalla lotta partigiana parlano di uguaglianza di tutti i cittadini, mentre la storia del Vajont ha dimostrato che ci sono cittadini di seria A che si sono arricchiti a spese dei cittadini di serie B che hanno subito sulla pelle viva (come si intitola il libro che Merlin scrisse vent’anni dopo i fatti del Vajont) le conseguenze di questa disparità.

L’eredità di Tina Merlin

Per le sue inchieste sulla SADE e sulla politica locale e nazionale che ha sostenuto il progetto della diga, Merlin ha subito anche un processo con l’accusa, la solita usata contro chi fa giornalismo alla ricerca della verità, di aver danneggiato l’immagine dell’azienda e di alcune persone. Viene assolta con formula piena perché il fatto non sussiste. Ma è un processo che Merlin affronta quasi completamente da sola. Anche il proprio partito di appartenenza, il Partito Comunista, la considera poco e la candida solo una volta al Consiglio provinciale di Belluno dove verrà eletta.

Per tutta la vita, politica e giornalismo sono stati un tutt’uno e Merlin ha visto il proprio impegno professionale come una sorta di continuazione della Lotta di Liberazione. In un pannello della mostra c’è un suo ricordo del rapporto con la madre, che non capiva le scelte della figlia. Per lei il giornalismo e la politica erano solamente delle distrazioni rispetto alle vere priorità, cioè quelle della famiglia. Il giornalismo era, per l’anziana madre di Merlin, solamente un capriccio che, oltretutto, non le dava nemmeno una grande sicurezza economica (“non rende: scrivo per un giornale militante”). Ma alla predica della madre, Tina Merlin contrapponeva un fuoco che non si poteva estinguere: “è proprio la politica che mi fa veramente vivere. Il mondo che sognavo da bambina, quand’ero a servire, mi si è aperto, esiste, io esisto al mondo”. Ed esiste ancora, Tina Merlin, nell’esempio di incessante ricerca della verità che è stata la sua vita.

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