"L'altra" spiaggia della Sardegna, controcampo dell’estate e spazio conteso tra terra e mare
Spiaggia di Pistis, Arbus. "Cosa rimane quando il mare si muove", un documentario di Gaetano Crivaro
Cosa rimane quando il mare si muove. Non è una domanda, è un invito all'osservazione, alla riflessione, all'approfondimento. Il documentario di Gaetano Crivaro nasce e si sviluppa al confine tra terra e mare, tra pieni e vuoti. In uno spazio che cambia, in un tempo sospeso tra le stagioni. Quando le spiagge della Sardegna si svuotano, i turisti se ne vanno e il silenzio sostituisce il caos dell'estate, arriva il momento di interrogarsi, ribaltando la prospettiva. Diversi i temi affrontati, tutti connessi: dall'overtourism al lavoro stagionale, osservato nel momento in cui l'estate finisce, passando per la ricerca scientifica e l'impegno per la tutela di un ambiente magnifico eppure fragile, sottoposto a una forte pressione antropica.
Ogni estate milioni di turisti riempiono le spiagge, attraversano le dune e lasciano tracce in ecosistemi che esistono solo grazie a un equilibrio precario: a un certo punto del film questa fragilità si mostra concretamente nell'immagine che, all'aeroporto di Cagliari, segue i sequestri di decine di bottiglie e contenitori di plastica contenenti sabbia proveniente dalle spiagge dell'isola, successivamente ricollocata con cura al proprio posto: lì dove è stata raccolta viene riportata. Il documentario si interroga su un turismo che consuma la stessa risorsa che lo sostiene. Dunque, “come ripensare il rapporto tra turismo, comunità e ambiente prima che le spiagge scompaiano?". Secondo ISPRA, in Italia, sono oltre 7.500 i chilometri di costa e il 30% della popolazione vive vicino al mare, ma le spiagge sabbiose raggiungono appena i 120 chilometri quadrati: quasi la metà è in erosione e negli ultimi cinquant'anni il mare ha sottratto in media oltre 20 metri di profondità lungo ampi tratti di litorale, a spiegarlo è Legambiente nel rapporto sullo stato di erosione delle coste in Italia. Fino al 45% delle spiagge potrebbe scomparire entro la fine del secolo.
Già premiato come miglior film per l’innovazione cinematografica al 44esimo Bellaria Film Festival, arriva ora al festival Cinemambiente di Torino, 29esima edizione della rassegna dedicata ai film a tematica ambientale, organizzata dal Museo Nazionale del Cinema (7 giugno, ore 18.15, Cinema Massimo). Su Il Bo Live una conversazione con Gaetano Crivaro. "Da tempo volevo realizzare un film come questo: non su un personaggio ma su un ecosistema. Qui la protagonista indiscussa è la spiaggia".
Smontaggio. Stabilimento balneare D’Aquila, Cagliari. "Cosa rimane quando il mare si muove" di Gaetano Crivaro
Fenicottero, Alghero. "Cosa rimane quando il mare si muove" di Gaetano Crivaro
Il titolo stesso sembra varcare una soglia muovendosi tra un prima e un dopo, tra la fine dell'estate e quel che accade quando il turismo si spegne e il mare sembra volersi riprendere ciò che gli appartiene.
“Io sono calabrese, ma vivo in Sardegna da 13 anni. Nei luoghi turistici si vive in questo modo: si attraversano le stagioni aspettando il ritorno degli emigrati o dell'arrivo dei turisti. Insomma, sempre nell’attesa di qualcosa. In particolare, quando i turisti se ne vanno, si può provare una specie di svuotamento. Da bambino amavo la sensazione di attesa e mi sentivo triste durante la stagione invernale quando tutti se ne erano andati. Nel tempo, e soprattutto ora, ho iniziato ad apprezzare questa seconda parte dell’anno, che è quella che appartiene a chi vive davvero in questi luoghi, che ti permette di riconquistare un rapporto diretto con il paesaggio, con il territorio, con la quotidianità".
Dunque qual è l’origine di questo documentario?
“È principalmente l’aspetto emotivo ad avermi condotto qui. A questo, poi, si è agganciato il rapporto con quello che mi circonda: vivendo in un luogo turistico, questo non è solo un tema, fa parte della mia vita. Un film è frutto di un percorso, che ti ha portato, ma posso individuare il momento in cui ho deciso concretamente di fare questo documentario: è aprile 2021, dopo il Covid il turismo è impazzito, il modo di spostarsi è cambiato. Durante la pandemia è avvenuta una cosa strana: le persone, forse per paura, raggiungono luoghi più vicini e i social spingono, promuovono posti fino a quel momento sconosciuti. Faccio una passeggiata in spiaggia e vedo alcuni operai già impegnati a rimontare i chioschi per l'estate. A quel punto mi chiedo: "Dove sono stati durante l’inverno? E dov'erano questi chioschi, perché li smontano ogni anno?".
Clip realizzata per Il Bo Live. "Cosa rimane quando il mare si muove" di Gaetano Crivaro
Su cosa si fonda principalmente il tuo lavoro?
"Il mio lavoro si fonda sul linguaggio. Considero tutti i temi attraverso quel filtro che, al tempo stesso, mi porta a utilizzare formati diversi. La spiaggia è il luogo del desiderio per eccellenza: viene raccontata da chi va in vacanza, mostrata dalle webcam che osservano le condizioni meteo, analizzata dagli scienziati, che utilizzano un microscopio, e utilizzata da un professore per spiegare la dinamica costiera ai suoi studenti. Tutti usano immagini per raccontare il luogo dell'immaginario. È come se la rappresentazione si sostituisse alla realtà: l'immagine è una rappresentazione e tutti hanno a che fare con essa. Il turismo si nutre di questo, vive di immagini: ti deve convincere ad andare in un posto, ti mostra un luogo attraverso un filtro più colorato e attraente".
Frame da Archivio Homeless Movies, a cura de L’Ambulante. "Cosa rimane quando il mare si muove" di Gaetano Crivaro
Hai svolto anche un’importante indagine sugli archivi, realizzando un'opera in equilibrio tra il passato delle spiagge, proposto nei filmati d'epoca, e uno sguardo attento sul presente. Proprio gli archivi, in generale e non solo per questo documentario, sono al centro del tuo interesse.
"Non so se, alla fine, chi guarda il film riesca a percepire questo dialogo come qualcosa di corretto, ma io lo sento giusto. Lavoro con gli archivi da tanti anni ed è proprio il mio focus di ricerca. L'archivio non è semplicemente "repertorio" o "immagine di copertura". Per me l'archivio ha lo stesso valore e la stessa dignità dell'immagine filmata nel presente, perché essa stessa è già un archivio: se io oggi filmo questo nostro incontro e lo riguardo tra una settimana, sarò di fronte a un elemento del passato. Il mio obiettivo è costruire un'opera capace di dare lo stesso peso all'immagine storica e a quella contemporanea".
“ Lavoro con gli archivi da tanti anni ed è proprio il mio focus di ricerca. L'archivio non è semplicemente 'repertorio' o 'immagine di copertura'
Aeroporto di Cagliari. "Cosa rimane quando il mare si muove" di Gaetano Crivaro
Franco Murru. Spiaggia di Capo Ferrato. "Cosa rimane quando il mare si muove" di Gaetano Crivaro
Le immagini del passato evocano inevitabilmente sentimenti di nostalgia: è qualcosa a cui punti o che vorresti evitare?
"Fa parte del supporto stesso ed è un meccanismo psicologico che, in fondo, affascina anche me. Tuttavia mi pongo costantemente una domanda: come faccio a non far sembrare questa operazione puramente nostalgica? come posso trattare le immagini alla pari facendole dialogare? Il film ha una struttura molto semplice, lineare: inizia a settembre, ipoteticamente di un anno qualsiasi, in qualunque momento storico, e termina a maggio dell'anno successivo. Questa è la linea temporale. Dentro questo asse ci sono diversi livelli narrativi che si sovrappongono e costruiscono un tempo "incolonnato" all'interno di una linea temporale direzionale. Questo è il mio approccio all'archivio. È una questione su cui ragiono da sempre quando lavoro con il materiale d'archivio, in qualsiasi mio progetto. Non riguarda solo questo film, ma il mio rapporto con la memoria visiva. All'inizio del documentario ci sono immagini apparentemente nostalgiche di bambini, subito dopo sentiamo la voce dei ricercatori, con il clic del mouse che si sovrappone. Questo dettaglio ti svincola dal sentimento romantico: stiamo osservando un'immagine che altri stanno guardando e commentando in quel preciso momento".
In un film legato alle immagini e agli immaginari ti è sembrato, dunque, necessario partire da un'idea precisa: un lido con turisti, ombrelloni, palloni, gente che si tuffa, tutto quello che associamo alla spiaggia. Pian piano, però, il film decostruisce quell'immagine.
"Fino ad arrivare a rileggere la stessa scena in un modo completamente diverso. Il percorso del film è questo: offre un codice, che riconosciamo tutti, e ti accompagna fino al ribaltamento".
“ Il percorso del film è questo: offre un codice, riconoscibile da tutti, e ti accompagna fino al ribaltamento
Clip realizzata per Il Bo Live. "Cosa rimane quando il mare si muove" di Gaetano Crivaro
A proposito di ricercatori e ricercatrici, nel documentario si segue il lavoro scientifico della banca del germoplasma della Sardegna. Condivido una riflessione da spettatrice: guardando le sequenze specifiche relative al lavoro al microscopio, ho pensato che nell'osservazione del piccolo ci fosse un invito a guardare il grande. Da un minuscolo frammento alla spiaggia intera, e oltre. Questo dialogo tra microscopico e macroscopico ha attraversato anche la tua mente oppure la verità è che ogni spettatore ci vede un po' quello che vuole?
"È così, come dici, perché alla fine i personaggi principali del film fanno cose minuscole, compiono piccoli gesti e, a modo loro, proteggono un ecosistema intero. La spiaggia è composta da quei semi, da quei granelli di sabbia. Tutto inizia lì. C'è la volontà di raccontare persone che si prendono cura del luogo in cui vivono attraverso gesti che all'apparenza sembrano quasi inutili o velleitari. Penso a Franco, la persona che nel film vediamo recuperare e riportare sul litorale la sabbia sequestrata negli aeroporti: lo seguiamo mentre apre e riversa una busta di sabbia dentro uno spazio immenso. Viene spontaneo chiedersi se questo gesto abbia davvero un senso, poi si scopre che ogni anno vengono sequestrati ai turisti circa 20 tonnellate di sabbia. È in quel momento che ci si rende conto che, barattolo dopo barattolo, non si tratta più solo di una goccia nell'oceano”.
Tra i temi affrontati c'è quello del turismo e di una (spesso mancata) consapevolezza rispetto alle proprie responsabilità individuali.
"Il turismo si presenta pulito: due persone in infradito, costume e camicia hawaiana ti sembrano portatori di abitudini del tutto innocue. Non è così. Sia chiaro, io non mi schiero contro il turista in quanto tale, anch'io viaggio, vado in vacanza, vado al mare. Però il film prova a introdurre una riflessione sulle responsabilità individuali e l'acquisizione di una maggiore consapevolezza: se ognuno si prendesse cura del proprio spazio quotidiano, quella stessa forma di rispetto potremmo provare ad adottarla nei luoghi che andiamo a visitare. Questo è l'auspicio, ma non è scontato".
Torna la riflessione che si faceva sul piccolo che ha una ripercussione sul grande, nel senso che genera un'eco. Il comportamento del singolo turista, come una goccia, può determinare qualcosa in grado di incidere a livello globale.
"Credo sia l'unica via. Non vedo altre possibilità. Siamo persone normali e facciamo cose normali per esercitare una forma di resistenza. Ognuno può attuare il potere che ha a disposizione. Per quanto mi riguarda è quello della cittadinanza attiva, che cerco di trasmettere anche attraverso il mio cinema, ma in modo non didascalico, sia chiaro: il film non vuole dare lezioni, racconta una storia e compie un viaggio formale, ma l'intento profondo è quello".
Anchusa litorea, seme raccolto nel 1972, conservato in banca a -25 gradi. Si trova solo ad Arbus attualmente, area penitenziaria dove insiste la Colonia penale di Is Arenas. Le altre popolazioni si sono estinte probabilmente a causa dell'impatto antropico
Il documentario viene presentato ora a Cinemambiente, a Torino, e ha già vinto un premio importante al Bellaria Film Festival: ti è stato assegnato un riconoscimento per l'innovazione cinematografica.
"Quel premio ha toccato corde per me fondamentali perché io lavoro proprio in quella direzione, sulla materia, ragionando prima di tutto sul cinema e sulla forza delle immagini. Per me la forma è contenuto. Quando una giuria riconosce questo lavoro sulla struttura visiva non può che farmi piacere. Probabilmente hanno premiato la complessità, l'impegno svolto nel far dialogare una grande varietà di formati all'interno di un'unica opera. Qualcuno potrebbe obiettare: 'Ci vuoi mettere troppa roba dentro'. Eppure ha funzionato, forse anche perché la giuria conosce tutto il mio percorso e ha intravisto una padronanza del mezzo, un cammino coerente: questa ovviamente resta solo una mia ipotesi, bisognerebbe chiederlo a chi ha votato".
Al di là del premio, dal tuo punto di vista, cosa significa fare innovazione cinematografica, quando si realizza concretamente?
"Per me significa, innanzitutto, lavorare in maniera libera e fare ricerca: non adagiarsi su uno schema precostituito ma provare a spostare l'asticella un po' più in là, perché questo permette ad altri registi di vedere l'opera e, magari, di sperimentare a loro volta. Fare cinema indipendente vuol dire appropriarsi degli strumenti del linguaggio cinematografico e giocarci. Nel documentario, il fatto che ci sia il puntatore di un mouse inserito in post-produzione, non è solo un vezzo estetico ma crea una relazione diretta e destabilizzante con il pubblico. Anche l'icona del caricamento del buffer, che ruota sullo schermo, dà l'impressione che si sia bloccato il video e costringe lo spettatore a risvegliarsi da un flusso passivo. L'ho sperimentato io stesso mentre ci lavoravo. Quando capisci che fa parte del dispositivo del film, comprendi di essere stato posizionato nel ruolo di ulteriore osservatore, ovvero colui che guarda qualcuno che sta guardando qualcosa. Inoltre, aggiungo un altro aspetto, lavorando con un cinema attraversato da pochissime parole, penso sempre al modo in cui l'immagine dialoga con il suono e con il silenzio: alla fine, qui, parlano solo il professore e i ricercatori, non ci sono altri dialoghi. È l'immagine che deve parlare".