CULTURA

L'altra Venezia, una mappa (parziale) delle mostre in tempo di Biennale

Non solo Arsenale e Giardini. A Venezia, alle opere accolte nelle sedi principali della Biennale - a cui possiamo aggiungere il doppio allestimento del padiglione della Santa Sede, di cui abbiamo scritto qui -, si affiancano progetti espositivi allestiti in altri luoghi della città, inaugurati tra fine aprile e inizio maggio: dalla personale di Marina Abramović, alle Gallerie dell'Accademia, alla condivisione di spazi per Lee Ufan e Alighiero Boetti, allo SMAC, San Marco Art Centre, nelle luminose e accoglienti sale delle Procuratie, in Piazza San Marco, restaurate dall'architetto David Chipperfield. E ancora, la mostra di Jenny Saville, in corso a Ca' Pesaro, e quella che rintraccia gli anni londinesi di Peggy Guggenheim a Palazzo Venier dei Leoni, sede della Collezione che porta il suo nome, e a cui abbiamo già dedicato un approfondimento. Queste mostre le abbiamo visitate, ma la verità è che sono solo alcuni degli eventi d’arte che, in queste settimane, compongono un ideale percorso di visita diffusa, una geografia con diversi punti di interesse, stupore e scoperta. 

Marina Abramović, Transforming Energy

Nessuna foto, smartphone spento, solo un paio di cuffie da indossare all’ingresso per entrare in una dimensione sospesa e silenziosa. Il percorso “disegnato” da Marina Abramović si basa sull'esperienza: la serie Transitory Objects propone postazioni interattive, letti e strutture in pietra con cristalli incastonati, da sperimentare in prima persona, sdraiandosi, sedendosi, restando in piedi al centro di installazioni, soglie e piramidi, o appoggiando la fronte e il bacino su supporti sistemati a varie altezze sulle pareti, per attivare una "trasmissione di energia".

Nel 2026 Abramović compie 80 anni. Il suo legame con Venezia è noto e profondo, e raggiunge l’apice nel 1997 con la premiazione di Balkan Baroque alla Biennale.Avevo 14 anni quando mia madre mi portò per la prima volta alla Biennale di Venezia - racconta -. Viaggiammo in treno da Belgrado e quando uscii dalla stazione, e vidi Venezia per la prima volta, cominciai a piangere. Era così incredibilmente bella, come mai avevo visto prima. Da allora, tornare a Venezia è diventata una tradizione".

Con questa personale, curata da Shai Baitel del Museo d'Arte Moderna (MAM) di Shanghai, la prima dedicata a un'artista donna vivente alle Gallerie dell'Accademia, ne viene rintracciata la ricerca nel tempo, attraverso un percorso che, al piano superiore, lasciate le sale dell’esperienza personale, favorisce infine l’incontro con i capolavori custoditi dal museo, raggiungendo una piena espressione nel dialogo tra la Pietà, capolavoro incompiuto di Tiziano (1575-1576), terminato da Palma il Giovane e celebrato nel 450esimo anniversario, e il tableau vivant del 1983, che ne rielabora l’iconografia: l’opera realizzata con Ulay, ritratto in grembo all’artista stessa.

Lee Ufan

“Osservando i miei dipinti, è possibile avvertirne il respiro e il ritmo”. Quella di Lee Ufan, pittore-filosofo che quest'anno compie 90 anni, è una produzione d'arte e di pensiero in grado di far procedere insieme le sue anime e i campi di interesse e ricerca, in assoluta armonia. I dipinti delle serie From Point e From Line, della fine degli anni Settanta, dialogano con le più recenti creazioni, creando un racconto coerente che, senza fratture né incertezze, ne rintraccia l'evoluzione. Esponente della Mono-ha giapponese (Scuola delle cose) e del movimento coreano Dansaekhwa (Dipinti monocromatici), da una parte Lee Ufan ha esplorato la relazione tra opera, ambiente circostante e osservatore e dall'altra, integrandole, le possibilità offerte dalla gestualità pittorica sulla tela.

"I miei dipinti recenti - spiega l'artista - si compongono di uno o due gesti pittorici ampi, declinati in tonalità di blu o di rosso, su una superficie bianca. Tale procedimento genera l'impressione che questi tratti decisi galleggino al di sopra dello spazio non dipinto. I dipinti prendono forma attraverso l'intensa dialettica tra ciò che è dipinto e ciò che non lo è".

Alla pittura bidimensionale si affianca la potenza della scultura tridimensionale. Sono tre le installazioni proposte a Venezia, ognuna occupa una intera stanza. "Quando colloco a terra una lunga lastra di acciaio inossidabile, che funge da specchio, e invito le persone a camminarvi sopra, grazie al riflesso dell'ambiente circostante o delle persone stesse, queste si trovano a camminare in una dimensione insolita in cui la loro immaginazione corre libera e senza freni. Quando cospargo il pavimento di una stanza con la sabbia e vi innesto aste di ferro, questo evoca una foresta della civiltà o un paesaggio desolato e inorganico, sollecitando una riflessione sull'ambiente quotidiano. La scultura, per sua stessa presenza, infonde vitalità a uno spazio e consente di percepire la meraviglia del mondo".

Alighiero Boetti

Dici Alighiero Boetti e pensi subito alle sue Mappe che, del resto, insieme ai disegni Biro e ai Ricami, non possono mancare in una mostra dedicata all’artista. Planisfero politico del 1969 segna il punto di partenza, con la produzione vera e propria che inizia nel 1971 e continua fino alla metà degli anni Novanta. Sopra ogni Paese l'artista applica i colori della bandiera nazionale per trasformare il progetto grafico in ricamo, dapprima affidandosi a ricamatrici afgane per poi spostarsi in Pakistan. Ogni mappa “fotografa” la situazione geopolitica nel momento in cui questa è realizzata, nell'istante della sua concezione. Attraverso questo processo, le Mappe si offrono come testimonianza delle dinamiche globali, cristallizzando nel tessuto le trasformazioni della storia.

Ma Boetti è anche altro, la sua pratica è vasta e complessa. Nei primi anni di attività le sue opere si muovono nel territorio dell'Arte Povera e alla fine degli anni Sessanta esplora il tema dell'identità scissa e del doppio, evidente in Gemelli (1968) e Autoritratto (1969). Le sezioni finali si concentrano sugli Aerei, dal 1977, i Calendari (1974) e le opere seriali su carta, produzioni che coprono gli anni Ottanta e i primi Novanta. Sono circa ottanta le opere distribuite in otto sale: la mostra è curata da Elena Geuna, con il sostegno Ben Brown Fine Arts.

Mappa (parziale) per esploratori dell’arte

Canicula, collettiva al Complesso dell'Ospedaletto curata da Alessandro Rabottini e Leonardo Bigazzi: è il terzo e ultimo capitolo della Trilogia delle incertezze, serie concepita da Fondazione In Between Art Film. Nel 2022 con Penumbra e nel 2024 con Nebula, ogni capitolo si lega a un fenomeno atmosferico. Le installazioni video site-specific sono di Lawrence Abu Hamdan, Massimo D'Anolfi e Martina Parenti, Roman Khimei e Yarema Malashchuk, Janis Rafa, P. Staff, Wang Tuo, Yuyan Wang e Maya Watanabe.

Georg Baselitz alla Cini, sull'Isola di San Giorgio. Eroi d'Oro presenta la più recente serie di dipinti di grandi dimensioni dell’artista tedesco. A cura di Luca Massimo Barbero, direttore dell’Istituto di Storia dell’arte della Fondazione Giorgio Cini, e in partnership con la galleria Thaddaeus Ropac, che presenta anche David Salle Painting in the Present Tense alla Galleria Palazzo Cini, in Campo San Vio. 

Ne Il Gesto, installazione sulla facciata di Ca’ da Mosto, l’artista JR reinterpreta le Nozze di Cana di Paolo Veronese, agganciando l’opera a una riflessione sociale contemporanea: cuochi, volontari, ospiti, le persone legate alla comunità del Refettorio Paris, progetto di ristorazione solidale ed etica di Bottura che combatte lo spreco alimentare e trasforma le eccedenze in menù, sono state fotografate e registrate e si mostrano ora all’esterno del palazzo come elementi di una composizione collettiva. All’arazzo tessuto da Giovanni Bonotto si affiancano le voci dei/delle protagonisti/e.

Erwin Wurm. Dreamers al Museo Fortuny, a cura di Elisabetta Barisoni e Cristina Da Roit, è una mostra che esplora la ricerca dell’artista sul concetto di scultura. Cuscini sovradimensionati, sostenuti da arti umani, o abiti presentati come estensione scultorea del corpo: Wurm antropomorfizza oggetti comuni in modi inattesi.

Diario veneziano è un progetto ideato da Ilya ed Emilia Kabakov, a cura di Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate, e vede la partecipazione degli abitanti di Venezia. Allestita tra Ca' Tron e il Padiglione Venezia ai Giardini, nasce per celebrare le storie di chi vive a Venezia e se ne prende cura. Artigiani, pensionati, casalinghe, negozianti, creativi, gondolieri, ristoratori, famiglie storiche: 700 abitanti della città metropolitana di Venezia, appartenenti a diversi contesti sociali e generazioni, hanno contribuito con una pagina di diario e un oggetto personale in grado di spiegare il proprio rapporto con la città.

The Only True Protest is Beauty della Fondazione Dries Van Noten, a Palazzo Pisani Moretta. Un progetto che trae ispirazione dalle parole dell’attivista Phil Ochs che eleva la bellezza a forza capace di suscitare emozioni e spingere verso il cambiamento.

The Visitors di Hernan Bas a Ca' Pesaro - Galleria Internazionale d'Arte Moderna. Nelle sale Dom Pérignon l'artista statunitense mette in luce i cliché del turismo, traendo ispirazione da Venezia. Esposte in una sequenza immersiva, le tele compongono una narrazione visiva continua. A Ca' Pesaro si può visitare anche la personale di Jenny Saville.

Spiral Economy: Charrière and Canova al Museo Correr, a cura di Chiara Squarcina e Pier Paolo Pancotto, con la collaborazione di Claudia Cargnel, è un dialogo tra epoche. Le opere di Charrière entrano in relazione con l'arte di Canova: un’installazione multisensoriale a stretto contatto con la raccolta di testimonianze canoviane del museo, per la prima volta al centro di un progetto d'arte contemporanea. 

Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince è la mostra, a cura di Nancy Spector, allestita a Ca’ Corner della Regina, sede veneziana di Fondazione Prada. Oltre cinquanta le opere di Arthur Jafa e Richard Prince, tra fotografie, video, installazioni, sculture e dipinti. Attraverso accostamenti tematici e concettuali, si sviluppa un ideale dialogo creativo tra i due artisti americani.

Strange Rules a Palazzo Diedo è il nuovo progetto interdisciplinare, ideato da Mat Dryhurst, Holly Herndon e Hans Ulrich Obrist e curato in collaborazione con Adriana Rispoli, che esplora AI, tecnologie e biologia.

La Fondazione Querini Stampalia è un trionfo di proposte espositive: da The Dreamer, mostra concepita come una serie di set tra cinema e teatro, a The Invisible Chord. Hans Hartung and Music, passando per Cosmotechnics: Ding Yi as a Planetary Code e Nigel Cooke: Bad Habits.

Hybrids. Venti sculture di Leandro Erlich al Negozio Olivetti, spazio progettato da Carlo Scarpa. La mostra è curata da Marcello Dantas e realizzata in collaborazione con il FAI, Fondo Ambiente Italiano, e il supporto di Galleria Continua.

Jan Fabre alla Scuola Grande di San Rocco. The Quiet Source, a cura di Giacinto Di Pietrantonio e Katerina Koskina, mette in dialogo tre nuove sculture in bronzo dell’artista con il ciclo pittorico di Tintoretto: The Man Who Holds the Sword (Oath of My Father) - L’uomo che impugna la spada (Il Giuramento di mio Padre), The Artist as a Stray Dog in His Basket - L’artista come cane randagio nella cesta, e The Man Who Cuts the Grass - L’uomo che taglia l’erba.

Palazzo Bembo, Palazzo Mora e Giardini di Marinaressa ospitano l'ottava edizione di Personal Structures, mostra internazionale di arte contemporanea, in dialogo con la Biennale. Un evento diffuso con le opere di 175 artisti da oltre 40 Paesi. Il tema, Confluences, indaga la relazione tra diverse pratiche artistiche, culture ed espressioni creative.

Ahmet Güneştekin. Sessizlik, Silenzio. Una mostra, a cura di Sergio Risaliti, allestita a Palazzo Gradenigo, in cui l'artista curdo-turco espone sculture e dipinti sul silenzio, richiesto per accedere a un luogo lontano dal frastuono, dal baccano informatico del mondo esterno.

Gli spazi della Pinault Collection ospitano quattro mostre, già dalla fine di marzo: Michael Armitage. The Promise of Change e Amar Kanwar. Co-travellers, a Palazzo Grassi, e Lorna Simpson. Third Person e Paulo Nazareth. Algebra a Punta della Dogana.

1948-1958 Il vetro di Murano e la Biennale di Venezia, curata da Marino Barovier, è il terzo capitolo del ciclo dedicato al presenza del vetro muranese alla Biennale, con un focus sulle fornaci storiche, ed è allestita negli spazi de Le stanze del vetro sull'isola di San Giorgio Maggiore. 

Stessa isola per Le stanze della fotografia che accolgono, ormai da qualche mese, la mostra Horst P. Horst. La Geometria della Grazia, curata da Anne Morin con Denis Curti: oltre 300 opere del fotografo tedesco naturalizzato americano, maestro del Novecento.

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