L’eredità di Prince oggi, a dieci anni dalla morte
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Esattamente 10 anni fa, il 21 aprile 2016, moriva Prince. La sua arte e la sua straordinaria carriera non possono essere incasellate semplicemente in un genere musicale. La sua creatività ha ridefinito ogni confine e ha trovato la massima espressività non solo in una grande creatività musicale, ma anche nella lotta e nell’impegno politico.
A plasmare la personalità e dunque il profilo artistico di Prince è stato in primo luogo il periodo e il contesto in cui ha mosso i primi passi.
“La sua biografia – afferma a Il Bo Live il giornalista musicale Carlo Babando – è stata inevitabilmente segnata da una condizione originaria: essere nato nel 1958 e far parte della comunità afroamericana lo ha definito profondamente, nel bene e nel male. Da questa matrice primaria emergono diverse sue caratteristiche, come la sperimentazione e il controllo artistico, di cui parlo approfonditamente nel mio libro, Miss Black America”.
L’influenza dei genitori accompagnerà Prince per tutta la durata della sua carriera: come ha scritto negli appunti consegnati allo scrittore Dan Piepenbring per la stesura della sua biografia, poi rimasta incompiuta, la madre era uno spirito libero, il padre era credente e responsabile. Il contrasto e la dualità che rappresentavano saranno ciò che lo renderà pienamente umano: Prince paragona questa contraddizione al funk, che coniuga ordine e improvvisazione.
Ma cosa lo ha reso così innovativo nella scena musicale?
“Prince – afferma Babando – è stato abile non soltanto a contaminare i generi, ma a dissolverli. Pur restando in qualche modo ancorato a linguaggi come funk, rock, soul e pop, in lui l’intera architettura è sempre sul punto di collassare. A puntellarla in certi momenti è stata un’elettronica quasi carnale, in altri un virtuosismo chitarristico capace di trasportare Jimi Hendrix sulle navicelle spaziali dei Parliament. In generale, ha puntato a una nuova estetica profondamente originale, allergica a qualsiasi tentativo di codificazione”.
Il suo stile ha fatto da ponte, unendo e creando una fusione tra la musica elettronica e sperimentale di Jimi Hendrix e il funk quasi teatrale dei Parliament. Da questo insieme di influenze emerge una rottura dei confini tra generi musicali. La volontà di sperimentare ha influito profondamente sulla scena musicale successiva.
“Il suo impatto – afferma Babando – si avverte soprattutto quando si percepisce tensione tra il corpo analogico e la macchina musicale: può emergere nel contemporary R&B, nel soul che si mescola al rap oppure nell’elettronica più atmosferica e sensuale. La sua eredità andrebbe cercata nei territori ibridi, dove il groove diventa alfabeto sia emotivo sia politico”.
La musica e l’immagine che Prince ha dato di sé sono espressione anche del suo contributo al dibattito culturale.
“Questo concetto si adatta bene a molte delle sue esternazioni. Basta pensare all’importanza dei simboli durante tutta la sua carriera: i concetti di blackness e black power confluiscono in un ragionamento complesso attraverso cui analizza la sessualità, la percezione del genere e l’autodeterminazione. Anche il suo sottrarsi alle logiche di mercato è una forma di resistenza politica”.
Prince ha ridefinito il concetto di identità: non è un elemento univoco, ma si costruisce nel tempo. Questa idea emerge, per esempio, nella sua espressione di un’identità di genere fluida, capace di mescolare maschile e femminile.
“Grazie a lui – dichiara Babando – la black identity si complica. In un mondo che spesso chiedeva rappresentazioni nette, lui introduce ambiguità e teatralità. Mostra che l’identità afroamericana non è un blocco monolitico, ma un campo di possibilità”.
Un’altra battaglia centrale per Prince è stata quella contro le logiche di mercato e le grandi major discografiche, come nel caso della Warner Bros Records. L’artista riteneva fondamentale la libertà creativa. La sua lotta si è svolta anche sul piano simbolico: trasformare il suo nome in un segno impronunciabile significava rivendicare la propria autonomia, mentre scriversi la parola slave sul viso mostrava la sua opposizione ai vincoli dell’industria.
“Prince – dice Babando – ha ridefinito il rapporto tra artista e industria. Non è solo una disputa contrattuale, ma simbolica: la creatività deve essere anche libertà”.
Prince si sottraeva agli schemi e al mainstream: non amava le radio e riteneva che tendessero a standardizzare i gusti.
“La sua indipendenza non nasce dall’impossibilità di accedere al mainstream, ma dal rifiuto delle sue regole. È una scelta precisa”.
Ma quanto si avverte oggi la sua influenza? Il suo impatto resta molto ampio: molte persone che lavorano sulla contaminazione dei linguaggi musicali devono qualcosa a Prince.
“Parlare solo di falsetti o di immaginario fluido sarebbe limitativo: la sua influenza è molto più profonda”.
Prince è oggi ricordato per album iconici come Purple Rain o Sign o’ the Times, ma il suo lascito va oltre i suoi brani più celebri.
“Prince ha mostrato che il bisogno di libertà spinge a tracciare sentieri inesplorati. È un percorso complesso, ma fondamentale per comprendere la sua eredità artistica e culturale”.