CULTURA

Los Domingos, i mostri generati dall’eclissi del sacro

Come si fa, oggi, a vedere al cinema un film d’autore che non abbia alle spalle una poderosa campagna di marketing? Unica speranza: correre in sala nei primissimi giorni di programmazione. Viviamo ormai in una vera “dittatura del primo weekend”. Se un’opera, anche di alto livello, non tiene una media di incassi soddisfacente entro la prima domenica (dunque dopo un totale di quattro giorni in sala), la sua sorte sul grande schermo è segnata: viene rimossa istantaneamente, per far capolino, al massimo, in qualche proiezione singola di ripresa o nel circuito delle sale minori (quelle che ancora resistono). Un esempio estremo, ma eloquente, è Los Domingos, opera terza della basca Alauda Ruiz de Azúa, già premiata tre anni fa con il Goya per il miglior debutto con Lullaby, riflessione sulla maternità e i contrasti nell’essere madre e figlia insieme. Los Domingos, dopo un esordio rapidissimo in 44 cinema senza brillare al box office, ora è quasi introvabile in sala, e va inseguito sugli schermi d’essai di provincia.

L’inattualità della “chiamata” in un mondo secolarizzato

Cinque milioni di incasso in Spagna, vincitore a San Sebastián, cinque premi Goya tra cui quello per la miglior regia, Los Domingos è un apparente tuffo nell’anacronismo e nell’inattualità di una storia del tutto contemporanea. È il racconto dello stravolgimento portato in una famiglia borghese da un evento oggi quasi inimmaginabile: la repentina, ardente vocazione religiosa che esplode in una ragazza alle soglie della maggiore età, alla vigilia dell’università e di un mondo di progetti che i suoi familiari sognano per lei. Ainara (Blanca Soroa) è una ragazza carina, educata, maggiore di tre figli, con buoni risultati a scuola. Vive con serenità, malgrado la ferita della morte della madre; si muove tra l’affetto severo del padre Iñaki (Miguel Garcés), che ha una nuova compagna, e l’amore incondizionato della zia Maite (Patricia López Arnaiz) e della nonna María Dolores (Mabel Rivera). La sua famiglia si divide tra chi vive la religione come una consuetudine inevitabile, una tradizione formale da rispettare senza alcun trasporto (il padre) e il totale rifiuto dopo un’infanzia passata in un collegio di suore (la zia). 

Il “trauma della vocazione” fa riemergere antichi rancori

Ainara frequenta una scuola gestita da religiosi, ma nulla in lei ha mai lasciato presagire qualcosa di diverso da un futuro brillante e ordinario. Però, al ritorno da un ritiro spirituale in un convento di clausura, manifesta il desiderio di passare altro tempo tra le monache. Maite, la più perspicace e spaventata tra i parenti, riesce a farsi confidare che Ainara desidera sperimentare la clausura. La notizia sconvolge i familiari: di fronte a una decisione tanto precoce quanto estrema, ognuno si interroga sui propri errori, su quali influenze possa aver esercitato la scuola, su quale disagio profondo traspaia da questa scelta. Ciò che più sgomenta è la serenità e determinazione di Ainara: non è una ragazza problematica, ha una vita affettiva normale (è attratta dal compagno di coro Mikel), ha amicizie. L’idea che all’interno di una famiglia istruita, laica, moderna, possa nascere una vocazione, e così radicale, risulta semplicemente incomprensibile. Iñaki e Maite tentano di tutto per smascherare pressioni esterne che possano aver influito sulla decisione. Ainara, dal canto suo, non vuole negarsi nulla, non è spaventata nemmeno dall’amore carnale, ma vuole esplorare la sua fede fino in fondo. Quando fallisce ogni tentativo di farle prendere tempo e provare, prima, la vita da universitaria, la famiglia si divide: rancori antichi tornano a mordere, e i diversi atteggiamenti sulla scelta della giovane sono lo spunto per una lacerazione che, si comprende, rimarrà insanabile.

Il sacro come rassegnazione (o catastrofe)

Los Domingos ci costringe a riflettere su quanto la dimensione del sacro sia ormai antitetica alla quotidianità nelle società più avanzate, in particolare in contesti urbani (il film è ambientato a Bilbao), borghesi e ad alta scolarizzazione. L’impatto della vocazione di Ainara è vissuto dalla famiglia come una catastrofe, sia perché è un evento che appare surreale, sia per i sensi di colpa che produce nei congiunti. La vocazione è percepita come una malattia rara e incurabile, un morbo antico dimenticato, e la reazione collettiva è, prima di tutto, chiedersi di chi è la colpa del contagio. Che poi Ainara, giovanissima, scelga la vita religiosa nella sua forma più estrema e contemplativa, risulta un’incomprensibile rinuncia alla gioia di vivere, allo sperimentare il mondo nella sua pienezza. Il ritiro nella spiritualità appare privazione masochistica, non può spiegarsi che con devianze psichiche o manipolazioni immorali. Di fronte a una simile prospettiva, Los Domingos ci pone dinanzi a un bivio, le due possibili reazioni di una tipica famiglia contemporanea secolarizzata: l’accettazione passiva, rassegnata (magari resa meno amara, si maligna, da un pizzico di interesse per una figlia in meno da mantenere); oppure rigetto totale, frattura definitiva con chi collude, anche senza colpa, con la grande truffa perpetrata dai “fanatici”.

La contemplazione, una forza eversiva

Los Domingos convince perché riesce a farci comprendere con naturalezza e senza retorica quanto il richiamo della fede e della contemplazione appaia oggi estraneo ed eversivo, tanto da far emergere i veleni che si camuffano nella routine. Gli attori sono ottimi (manca da citare Nagore Aranburu, sorridente ma risoluta madre priora) e il volto sereno di Blanca Soroa è sempre credibile. Come spesso accade, l’accelerazione parossistica del finale è l’unico momento in cui la regista si fa prendere un po’ la mano. La conclusione, forse un po’ manichea, lascia spazio all’ipotesi che il sacro possa essere accolto anche oggi e la purezza della fede vera sia ancora un valore. Usciamo dalla sala riflettendo, convinti che una Ainara, oggi, potrebbe nascere solo in luoghi remoti: in cui tecnologia e benessere non occupino ogni centimetro dell’anima. 

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