CULTURA

In Minor Keys, Biennale al via. Il sussurro dell'arte e il fragore del conflitto

Respira profondamente. Espira. Rilassa le spalle. Chiudi gli occhi. Apre oggi, tra Arsenale e Giardini, la 61esima Esposizione internazionale d'arte di Venezia. E questo invito potrebbe rivelarsi prezioso per ritrovare la calma, l'equilibrio, una bussola per tracciare una rotta nella geografia infuocata e caotica di una edizione che verrà ricordata per le contestazioni, il malcontento e lo smarrimento generali. Una Biennale senza la sua curatrice, scomparsa a maggio del 2025, e ora al centro di accese polemiche e scontri in cui l'arte resta finora sottotraccia. 

Una partenza difficile, con la curatela affidata al team di collaboratrici e collaboratori di Koyo Kouoh, risolta grazie a una motivazione che somiglia a una missione da portare a termine. Poi, “una battaglia dietro l'altra”, per giungere infine a una edizione senza giuria, senza ministro, senza tregua, nonostante le premesse, all'inizio dei lavori, potessero contare su princìpi di distensione e riposo, su oasi e lentezza. Princìpi e spazi che restano, nelle intenzioni e nell'allestimento, ma i cui sussurri e tonalità minori sono stati sovrastati dal gran rumore delle ultime settimane, da contestazioni di natura e visione globale (calate nella politica italiana di azioni, reazioni e prese di posizione) e dal tempo feroce in cui stiamo vivendo e di cui questa 61esima edizione sembra essere lo specchio o una sintesi, seppur parziale. Da ieri una mobilitazione tenace con cortei, scontri violenti e (oltre) una ventina di padiglioni chiusi. E la situazione è in continua trasformazione.

Dunque, oggi, dopo quattro giorni di anteprima, la Biennale Arte apre al pubblico ma in pieno caos, senza cerimonia d'inaugurazione, e senza il Ministro della Cultura Alessandro Giuli, che non è atteso in Laguna, che si esprime a distanza e visiterà il Padiglione Italia a fine mese. Soprattutto, è una Biennale senza giuria: riassumendo, in breve, poco dopo aver annunciato l'intenzione di escludere dai premi le partecipazioni nazionali e gli artisti legati a Paesi con leader accusati di crimini contro l’umanità, le giurate Solange Farkas, Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi si sono dimesse. La Biennale risponde e, al posto dei riconoscimenti assegnati tradizionalmente dalla giuria nel giorno dell’inaugurazione, introduce nuove regole, con il giudizio e il voto affidati ai visitatori e l’annuncio dei Leoni solo al termine dell’esposizione, a novembre prossimo.

È un’edizione che si priva quasi di tutto e sta trovando la sua espressione nel conflitto. L'allestimento e l'apertura del Padiglione della Russia, ai Giardini, che ha provocato le proteste degli attivisti e delle attiviste guidati dalle Pussy Riot, ha determinato anche la reazione dell’Unione Europea, che ha riferito di tagli a finanziamenti e inviato lettere per ricevere chiarimenti sul rispetto delle sanzioni contro Mosca, mentre, sempre nei giorni scorsi, il Ministero della Cultura ha inviato ispettori in Laguna per effettuare ulteriori verifiche. La presenza di Israele, all’Arsenale, ha determinato una reazione dal basso, con cortei di artisti e attivisti: tra tutti ANGA, Art Not Genocide Alliance, che continua a organizzarsi e a manifestare chiedendone a gran voce l’esclusione. Intanto il Presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, non arretra di un passo e difende strenuamente la sua posizione, cogliendo ogni occasione per ribadire che il compito dell’arte è quello di unire e accogliere. La scelta di affidare il premio al pubblico lascia addosso una sensazione di sconfitta: le carte vengono rimescolate all’improvviso sganciando i riconoscimenti dalla competenza. In questo scontro geopolitico l’arte sembra arrivare solo alla fine, lasciata in ombra ad attendere. 

Ecco allora che risulta opportuno tornare sul tema di questa edizione, sull'origine e sul suo sviluppo, anch'esso travagliato e sofferto in primo luogo per l'assenza di Koyo Kouoh, scelta come prima curatrice africana della Biennale, scomparsa a maggio dell’anno scorso, dopo aver avviato i lavori con il suo team nel mese di aprile. Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira e Rasha Salti, Siddhartha Mitter, Rory Tsapayi, la squadra di collaboratori e collaboratrici ne ha raccolto l’eredità, portandone avanti il progetto e la visione. “Abbiamo lavorato intensamente per una settimana, dal mattino alla sera. Oggi ricordiamo quei giorni come una lunga sessione di prove per un’esecuzione musicale. Koyo era la nostra direttrice d’orchestra e, sebbene ciascuno di noi fosse arrivato con uno strumento ben accordato, quel tempo condiviso è stato necessario per entrare in sintonia. Mentre noi improvvisavamo, lei componeva”.

Le tonalità minori rifiutano il fragore orchestrale e le marce militari dal passo cadenzato e prendono vita nei toni sommessi, nelle frequenze più basse, nei mormorii, nelle consolazioni della poesia In Minor Keys, Koyo Kouoh

In Minor Keys 

La Biennale di Koyo Kouoh invita "a rallentare il passo e a sintonizzarsi sulle frequenze delle tonalità minori”. Parole che, oggi più che mai, in uno scenario segnato dallo scontro, assumono un significato profondo, offrendosi come monito e al tempo stesso premonizione: “Sebbene spesso siano sommerse dalla cacofonia ansiogena del caos che imperversa nel mondo, la musica continua. I canti di chi genera bellezza nonostante la tragedia, le melodie dei fuggitivi che riemergono dalle rovine, le armonie di chi ripara ferite e mondi […] Le tonalità minori rifiutano il fragore orchestrale e le marce militari dal passo cadenzato e prendono vita nei toni sommessi, nelle frequenze più basse, nei mormorii, nelle consolazioni delle poesia, tutti varchi di improvvisazione verso l’altrove e l’altrimenti”.

Con te con tutto, il Padiglione Italia di Chiara Camoni, curato da Cecilia Canziani, risponde all'invito riempiendo gli spazi delle due tese di tanti e diversi elementi e proponendo una dimensione corale e di condivisione in cui l'artista accoglie anche altre voci nel tentativo di ristabilire la connessione con altre forme di vita. In particolare, la prima tesa accoglie ventiquattro sculture, distribuite come alberi di un bosco silenzioso calato nella semioscurità: un ambiente sospeso abitato da figure antropomorfe, corpi in potenziale trasformazione botanica. 

Da segnalare - ma difficile da definire - il lavoro di Ei Arakawa-Nash per il Giappone, nel settantesimo anniversario del padiglione ai Giardini: uno spazio pieno di bambole da prendere in braccio e accudire nel tempo breve della visita. Un invito alla cura condivisa che tocca il suo apice nel cambio del pannolino, da svolgere al piano superiore, e un rituale che si compie con il dono di una poesia legata al giorno del compleanno di ogni bambola, date che si riferiscono a eventi storici del Novecento. Grass Babies, Moon Babies nasce dall’esperienza di vita dell’artista come genitore queer e, in maniera del tutto inaspettata, spinge lo sguardo verso il futuro delle nuove generazioni.

Da Alfredo Jaar a María Magdalena Campos-Pons 

Il percorso espositivo dell'Arsenale si apre con khalil, in arabo "amico intimo", l'esperienza multimediale site-specific di Khaled Sabsabi, artista che negli anni Settanta lascia il Libano per trasferirsi in Australia. Un'opera che comprende pittura, video, profumi e suoni. Pochi passi ed ecco le prime opere in bronzo di Nick Cave, distribuite in varie spazi interni ed esterni della mostra anche in versioni monumentali, come Amalgam (Origin).

Su tutti e tutto, è il lavoro dell'artista cileno Alfredo Jaar a impressionare: una ricerca radicata nella realtà dei conflitti, nel tempo presente e in una (pre)visione di futuro. In una grandissima sala inondata di luce rossa, allestita come una cattedrale, una teca trasparente contiene un piccolo cubo di quattro centimetri quadrati in cui sono pressati cobalto, terre rare, rame, stagno, nichel, litio, manganese, coltan, germanio e platino. Un elemento minuscolo contiene dieci tra i minerali più critici al mondo oggi, al centro di tutte le tecnologie e delle tensioni geopolitiche che attraversano tanto la transizione ecologica quanto l’industria bellica. Il titolo è The End of the World. Rispondendo alle indicazioni della Biennale, che chiedono ai visitatori di votare l'opera preferita, ecco, la scelta cadrebbe su Jaar. Non facendo però parte della giuria, e con la consapevolezza che un giudizio incompetente può portare solo confusione e svantaggio, questo resta un semplice plauso, a sostegno di una ricerca artistica capace di stupire senza prendere scorciatoie, nutrendo sguardo e pensiero di chi ne fa esperienza. 

Dall'Arsenale ai Giardini. Qui il Padiglione Centrale accoglie, nella prima sala, le opere di Maria Magdalena Campos-Pons e Kamaal Malak (in copertina). Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison (2026) è una celebrazione botanica, una composizione, un tributo in forma floreale. La composizione su parete di Campos-Pons, con otto pannelli di grandi dimensioni, presenta i ritratti di Morrison, prima donna nera a vincere il Premio Nobel per la letteratura, e di Kouoh, prima donna africana a curare la Biennale Arte. Davanti, sette sculture in resina e vetro richiamano le forme della magnolia, fiore iconico del Sud degli Stati Uniti. Il paesaggio sonoro immersivo è di Kamaal Malak. Il proscenio è popolato da sculture zoomorfe in ceramica, tante creature della foresta: l'installazione dell'artista e attivista peruviana Celia Vásquez Yui si fonda sulla sua concezione spirituale dell'ecologia, secondo la quale ogni specie è dotata di uno spirito madre.

Sale e suono, acqua e foglie galleggianti 

Il Padiglione del Canada ai Giardini porta la firma dell'artista Abbas Akhavan ed è curato da Kim Nguyen. Trasformato in una serra per una specie di ninfea originaria del Sudamerica con foglie che possono raggiungere i due metri di diametro, il padiglione ospita una vasca d'acqua, dotata di luci di coltivazione, in cui galleggiano alcuni esemplari di Victoria cruziana, rintracciando il passato (illustre) di questa pianta, esibita alla Grande Esposizione di Londra al Crystal Palace nel 1851 e appartenente a una famiglia (Nymphaeaceae) che esiste da oltre 100 milioni di anni. Il progetto prende vita grazie alla sinergia tra la National Gallery of Canada e i Kew Gardens di Londra, che hanno indicato l’Orto Botanico di Padova come culla ideale dove far germogliare i semi della pianta.

Il Padiglione Argentina, all'Arsenale, dell'artista Matìas Duville, è una enorme distesa di sale costellata di disegni con il tratto nero del carbone, un ambiente che ricorre al concetto di Yin e Yang per disegnare un percorso disegnato e immersivo attraversato da un paesaggio sonoro attivato dal movimento dei visitatori. Si intitola Monitor Yin Yang e si offre come spazio di tensione e coesistenza. Musiche e interazione persona-macchina sono state realizzate dal CSC, Centro di Sonologia Computazionale dell'Università di Padova: prendendo i dati in tempo reale da centraline meteo, la musica cambia in funzione di decine di parametri, tra cui qualità dell'aria, velocità del vento, umidità. 

Un paesaggio infinito di rovine

Soundtrack for an Invisible House è il Padiglione Slovenia e racconta una storia nascosta del Novecento, esibendo cumuli di macerie moltiplicate da specchi che creano l'illusione di un paesaggio infinito di rovine. Il progetto rintraccia la storia della moschea di Log pod Mangartom: un nonumento, un sito il cui significato si è trasformato a causa dei cambiamenti politici e sociali. Realizzato dal Nonument Group, curata da Nataša Petrešin-Bachelez, l'opera è una scultura sonora creata con materiali di scarto dei padiglioni precedenti e attraversata da mormorii, canti, richiami e voci di pastori.

Ai piedi delle Alpi slovene, in una radura teatro di scontri durante la Prima Guerra Mondiale, sorgeva nel 1917 una moschea in legno bianco. Costruita dall’Impero austroungarico per integrare i reggimenti bosniaci nel proprio esercito, rafforzando la loro lealtà nell'assetto prevalentemente cattolico del suo esercito, la struttura rappresentava una forma di strumentalizzazione della religione a fini militari e politici. Tra il 2022 e il 2023 alcuni scavi archeologici, commissionati dalla Comunità islamica in Slovenia, hanno riportato alla luce i resti dell'edificio, oggi nuovamente ricoperti da un manto erboso. Le rovine restano sospese tra un doloroso passato, un presente in cui la natura si è ripresa tutto lo spazio e un auspicabile futuro collettivo.


61sima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia

In Minor Keys di Koyo Kouoh

dal 9 maggio al 22 novembre 2026 

Giardini, Arsenale e altri luoghi di Venezia

Il team di curatrici e curatori: Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira e Rasha Salti (advisor); Siddhartha Mitter (editor-in-chief); Rory Tsapayi (assistente alla ricerca)

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