Il monoteismo è morto. Anzi no
William Blake, Dio risponde a Giobbe dal turbine, 1803-05. Scottish National Gallery, Edimburgo (Immagine in Pubblico dominio)
La religione è una di quelle cose che la modernità dà per morte con una certa frequenza; poi però eccola ricomparire ogni volta da qualche altra parte: nella politica americana, nelle guerre del Medio Oriente, nelle comunità di immigrati arrivate in Europa, nelle chiese africane e asiatiche. Persino nelle società più secolarizzate come la nostra, dove sembrano sbriciolarsi le vecchie appartenenze ma non la domanda di senso che esse sottendono.
Oggi insomma la religione sembra aver perso molto del suo potere, non però la capacità di creare problemi. È su questo terreno che va letto L'invenzione del monoteismo (L'asino d'oro 2026), volume curato da Giampiero Minasi e nato da oltre dieci anni di ricerca collettiva di un gruppo di autori che si richiama all'eredità di Massimo Fagioli, lo psichiatra dell'Analisi collettiva e della Teoria della nascita, scomparso nel 2017. La tesi è netta: il monoteismo non è rivelazione ma costruzione intellettuale, il cui carattere essenziale non sta tanto nella fede in un Dio unico quanto nell'idea di trascendenza, cioè nella separazione tra un mondo divino invisibile e la realtà materiale. Una svolta collocata attorno al VI secolo a.C. e destinata a procedere lungo due binari: il popolo ebraico, che nel Dio unico trova la forza ideale per resistere ai grandi imperi, e la filosofia di Senofane e Platone, impegnati a fondare una spiegazione astratta del mondo. Il risultato sarebbe una razionalità separata dal corpo e dai sensi, frutto e insieme fondamento delle aspirazioni di egemonia patriarcale.
Il libro ha il merito di ricordare una cosa ormai acquisita da decenni di studi storici e filologici: la Bibbia non è un testo "caduto dal cielo", bensì – come del resto dice il nome – un insieme di scritti con diversi autori e redattori, risultato della sedimentazione secolare di tradizioni e riscritture. Gli autori citano a questo riguardo gli studi degli archeologi Israel Finkelstein e Neil Asher Silberman, sostenitori della cosiddetta Low Chronology, che mira a ridimensionare la storicità del racconto biblico e sposta la redazione dei testi fondativi a un'epoca molto più tarda, tra la riforma di Giosia e l'esilio babilonese, con lo scopo di rafforzare l'identità di un popolo disperso, legittimare il ritorno e dare fondamento a un ordine teocratico e patriarcale.
Monoteismo, patriarcato e ordine sociale
La critica del testo biblico ci accompagna almeno dagli albori della modernità. Dal Rinascimento al Novecento, passando per Riforma e Illuminismo, schiere di filologi e storici hanno messo in discussione l'idea di un testo unitario e coerente, tanto che la scoperta di tradizioni e mani redazionali diverse è parte della storia stessa degli studi biblici. Un'incessante opera di decostruzione che con il tempo si è rivolta anche contro la religione: Voltaire ne critica spietatamente dogmi e istituzioni, Feuerbach riconduce Dio all'uomo, Marx colloca la fede dentro l'analisi delle strutture sociali, Nietzsche annuncia la morte di Dio.
Nihil sub sole novum, per dirla con il Qohèlet. Quello che semmai colpisce è come proprio quella stratificazione abbia prodotto una polisemia tutt'altro che monolitica. Se il monoteismo fosse stato inventato a tavolino per ottenere obbedienza e sottomissione, non si potrebbe dire che i suoi creatori siano stati particolarmente avveduti: la Bibbia è piena di divisioni, ribellioni, conflitti, scismi, interpretazioni contrapposte. Difficile immaginare un manuale di propaganda così pieno di cattivi esempi.
Raramente poi il Dio biblico coincide con il potere: la tradizione ebraica e ancor più quella cristiana costruiscono anzi una tensione permanente fra autorità religiosa e quella politica. Il profeta può accusare il re, la legge diventare il metro con cui giudicare entrambi, la voce della coscienza trasformarsi in contestazione dell'ordine costituito.
Proprio perché si misura, in modo più o meno esplicito, con il tema di Dio, il libro finisce per proporre anche una propria idea del religioso, e dunque in qualche misura una forma di discorso teologico. Ed è forse proprio su questo terreno che alcune delle sue tesi sollevano più domande di quante riescano a chiuderne. Prendiamo il rapporto fra Dio unico e patriarcato, e l'idea che il politeismo sia per sua natura più favorevole alla parità fra uomini e donne. Se il Dio unico va identificato con il dominio maschile, bisognerebbe spiegare alcuni dettagli non proprio secondari della tradizione ebraica, dal ruolo di molte figure femminili nella Bibbia alla centralità della discendenza materna. Allo stesso tempo la tradizione indù, ricchissima di divinità femminili, non sembra ad esempio aver prodotto automaticamente una società più paritaria.
Lo stesso vale per la presunta natura teocratica del monoteismo giudaico-cristiano, di fatto mai approdato a una forma politico-istituzionale stabile. C'è poi la questione del mito, sulla quale gli autori insistono: la Bibbia però non racconta soltanto un tempo indefinito abitato dagli dèi, ma anche genealogie, migrazioni, città, re, guerre, sconfitte, con gli israeliti che spesso tra l’altro vi fanno una pessima figura. Gli storici sanno bene che le fonti non coincidono quasi mai in maniera assoluta, e che il modo moderno di fare storia nasce dal confronto più che dall’uniformità e dalla coerenza assoluta. Colpisce allora che la mentalità ebraica – ancor più nel Talmud, la Torah orale, che nella Bibbia scritta – proceda sempre per aggiunta e stratificazione, e che questa attitudine si sia in parte trasmessa al cristianesimo, che non a caso conserva quattro vangeli invece di uno solo. Tutto questo non per sostenere che la Bibbia sia un libro "moderno", ma per ricordare che il pluralismo interno, e persino la contraddittorietà, non sono di per sé prove di falsità.
Una domanda che riguarda anche l'università
Il punto, però, non è soltanto storico o filologico. L’analisi critica della Bibbia ha secoli alle spalle, e con essa la previsione che scienza, progresso e modernizzazione avrebbero reso prima o poi superflue le religioni. Non è esattamente ciò che è avvenuto. Il cristianesimo è in evidente crisi in Occidente, ma cresce in Africa e in Asia; negli Stati Uniti i born again Christians restano una forza importante, mentre nel mondo islamico il ritorno della religione assume forme diverse, talvolta drammatiche. Anche nelle società più tecnologiche e secolarizzate il religioso continua a riemergere. Se la fede fosse soltanto una sovrastruttura al servizio di interessi e rapporti di potere, perché sarebbe sopravvissuta così spesso alla scomparsa di quei poteri? E perché nella storia milioni di persone hanno preferito affrontare persecuzioni piuttosto che rinnegarla?
È la questione affrontata, da una prospettiva molto diversa, da Matteo Matzuzzi in Dio non è morto. Perché la religione è tornata a dominare il presente (Mondadori, 2026), nel quale il giornalista del Foglio mostra quanto la religione continui a incidere sulla politica globale. Una questione che riguarda anche l’Europa, dove la crisi di credibilità delle liberaldemocrazie riapre il problema dei presupposti culturali ed etici su cui esse si fondano. È il paradosso di Böckenförde: lo Stato liberale vive di presupposti che non è in grado di produrre da solo. La secolarizzazione, osserva Matzuzzi, viene spesso raccontata come un processo lineare e irreversibile, mentre i fenomeni degli ultimi anni restituiscono un quadro più complesso, caratterizzato dalla periodica ricomparsa di domande ineliminabili più che da un vero e proprio ritorno al passato.
È comunque significativo che questi spunti non arrivino dagli studi accademici (pur ampiamente citati in entrambi i libri). Da oltre un secolo e mezzo l’università italiana studia prevalentemente la religione attraverso le lenti della storia, della sociologia, dell’antropologia e della filosofia. Una prospettiva che ha una data precisa: il 26 gennaio 1873, quando per legge vennero soppresse le facoltà teologiche ancora presenti nelle università del Regno d’Italia, quasi prive di iscritti e osteggiate dalla stessa Chiesa cattolica. Una scelta che ha privato gli atenei italiani, a differenza di quelli tedeschi e anglosassoni, delle loro facoltà più antiche e che forse, oggi, potrebbe essere oggetto di una nuova riflessione, senza nostalgie ma anche senza preclusioni. Se il compito dell’università è comprendere le idee attraverso cui gli esseri umani hanno costruito il mondo in cui viviamo, anche la dimensione religiosa sembra difficile da lasciare del tutto ai margini. Resta allora da capire come studiarla, tenendo insieme la necessaria distanza critica e la natura stessa delle domande che essa pone.