CULTURA

Le morti diseguali degli altri, ‘a livella e l'empatia selettiva

Nel 1964 Totò ambientò una famosa poesia italiana all’interno di un cimitero. Il narratore lo frequenta ogni anno, porta fiori per il loculo marmoreo della zia Vincenza. Quel 2 novembre per caso ci rimane dentro, poco dopo l’ora di chiusura, quasi a mezzanotte, e racconta la sua avventura. Ha potuto veder arrivare due defunti e ascoltare addirittura il loro dialogo, un marchese e un netturbino, sepolti vicini in contesti funerari diversi, fastoso e misero. Il battibecco diventa via via più aspro, entrambi sono ben consapevoli che sono nati diversi, hanno vissuto lussuosamente o poveramente, forse sono in parte imparagonabili anche ora. Gli ultimi due versi (su centoquattro) appartengono al netturbino, la poesia si chiude così: “Sti ppagliacciate ’e ffanno sulo ’e vive:
nuje simmo serie... appartenimmo à morte!” Le morti degli individui umani produrrebbero, ordunque, un certo “livellamento” fra quelli socialmente diversi in vita. Due saggi scientifici usciti in italiano a inizio 2026 esprimono forti dubbi, i morti resterebbero diseguali per il contesto vivente: Marco Aime e Federico Faloppa, I morti degli altri, Einaudi; Samah Karaki, L’empatia è politica. Regole sociali e biologia dei sentimenti, traduzione di Chiara Bongiovanni e Magda Redaelli, Add Torino 2026 (orig. francese 2024).

Ovviamente, evviva Antonio Vincenzo Stefano Clemente De Curtis, il comico e attore napoletano Totò (1898 - 1967) chiamatosi pure Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio: il suo testo è profondo e divertente. Quello che molte ricerche contemporanee discutono è però il fenomeno dell’empatia verso il dolore e la sofferenza, persino la morte, altrui; non tanto il desiderio e la capacità di immedesimarsi, quanto una sua funzione utile esterna a sé stessi, o almeno etica. Traiamo spunto da due saggi di studiosi diversi fra loro, un antropologo e un filologo italiani da una parte, una giovane neuroscienziata franco-libanese dall’altra. Aime e Faloppa prendono la questione di petto: i morti, come i vivi, non sono tutti eguali. Alcuni sono più importanti (anche fra chi non conosciamo personalmente), o ci sembrano tali, sono più “nostri”, hanno più voce di altri. Ed è proprio a quelli senza voce (umani negletti, umani dimenticati, troppi numeri spesso senza volto) che si dovrebbe dedicare maggiore attenzione, per una volta, in modo di tentare di capire perché non proviamo la stessa empatia, perché in qualche modo “non ci appartengono” davvero tutti. 


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Secondo i due studiosi, al di là della nazionalità, è “il prossimo” che appare scomparso dall’orizzonte dei nostri interessi più intimi. Viviamo un progressivo “allontanamento” che come individui contemporanei stiamo manifestando gli uni nei confronti degli altri, chi più chi meno. Loro stessi citano la poesia di Totò, quel filone popolare in cui si tenta di capovolgere il mondo, di ristabilire un’eguaglianza che nella quotidiana esistenza viene troppo frequentemente violata. Allegoria a parte, nella realtà non sarebbe però vero che siamo eguali davanti alla morte. Aime e Faloppa esaminano dettagliatamente il modo in cui abbiamo letto la pandemia di Covid-19, le risposte alla sua diffusione e le conseguenze nel tempo non si sono affatto rivelate egualitarie: la pandemia ha colpito più duramente le persone povere (in particolare quelle appartenenti a minoranze etniche, o quelle con disabilità, o quelle in aree più depresse); in alcuni paesi (lontani da qui, è vero, per lo più) la fame o le guerre o le catastrofi “naturali” hanno comunque continuato a uccidere più del virus. 

L’origine e la nazionalità di un individuo finiscono per prevalere sulla immedesimazione e sulla compassione. Le distanze geografiche e percettive indeboliscono progressivamente il nostro senso di comune appartenenza a una sola e unica umanità. Esserne consapevoli è un dovere civile. I grandi studiosi italiani (entrambi di origine e legami piemontesi), l’antropologo Marco Aime (Torino, 1956), docente all’università di Genova, e il filologo Federico Faloppa (Cuneo, 1972), docente all’università di Reading nel Regno Unito, svolgono un’acuta indispensabile analisi su alcuni eventi recenti di decessi collettivi, che hanno avuto impatto e spazio molto differenti sugli organi di informazione di massa e, forse, sulla nostra stessa memoria comune, approfondendo cause ed effetti del fenomeno sociale (da cui il titolo). 

I diciannove brevi capitoli (note bibliografiche a piè di pagina, nessun indice finale) prendono spesso spunto dal ricordo di più momenti luttuosi: per esempio, nel gennaio 2015 l’attentato a Charlie Hebdo a Parigi (diciassette vittime) in Francia e il massacro jihadista a Baga in Nigeria (centinaia di vittime); oppure gli assalti di estremisti religiosi razzisti del 2016 - 2019 a Chisimaio (Somalia), a Christchurch (Nuova Zelanda), a Ouagadougou (Burkina Faso) e a Macerata, sempre con la preliminare ulteriore notizia riguardante se vi fossero vittime italiane.  Gli autori riescono a evidenziare come si tenda a versare meno lacrime se le persone uccise fanno parte di una comunità o di uno stato di “nemici”, fatto storico più o meno contingente; come la denominazione “genocidio” sia calibrata sulla considerazione, implicita o esplicita, che alcune stragi valgono meno di altre; come la progressiva smaterializzazione “social” delle nostre esistenze implica per molti un aumento esponenziale di solitudine. 

Aime e Faloppa ragionano sull’abbinamento delle foto rispetto a titoli e testi relativi alle morti; sugli usi impropri e pericolosi di termini come “balcanizzazione”; sui bambini e sugli altri nel tragico corso dei naufragi mediterranei indotti anche di pessime politiche migratorie (o ferocemente anti immigratorie); sulla decolonizzazione rispetto ai diffusi “disastri naturali” mortiferi, ai rischi diversamente percepiti per patrimonio culturale, arte e paesaggio; insomma sulla linea del “noi” e lo specchio deformato dell’Altro (un essere umano, non una malattia). I corpi alterizzati da vivi rimangono “altri” anche da morti, continuiamo a basarci sulle gerarchie che stabiliamo da vivi, tra i vivi, sui vivi. Chiudono con Nelson Mandela: “il tuo giocare in piccolo non serve al mondo”, un invito, una porta spalancata sul futuro. Da parte sua, Samah Karaki prende di petto proprio la dimensione empatica della nostra vita (in relazione pure alle morti), anche lei sottolineando l’Altro e gli altri rispetto a me e a “noi”.

Empatia è una parola molto usata soprattutto negli alcuni decenni, tanto nelle sedi pubbliche quanto nelle conversazioni private, negli scritti e sui social. Le ricerche sull’empatia coinvolgono discipline sia filosofiche che psicologiche ed esiste un forte disaccordo sulla relazione tra empatia e azione morale. Forse ne sopravvalutiamo il ruolo (non solo morale). Forse non è una qualità umana universale, né un ponte affettivo fra individui, culture e società. Forse si tratta di una capacità dalle risorse limitate, certo distribuita in base al carico mentale e fisico di ogni individuo, alle sue predisposizioni genetiche e alla prossimità sociale, geografica, culturale e affettiva con l’altro. Hannah Arendt mostrò che la nostra percezione del bene e del male si orienta in base a ciò che le circostanze definiscono normale, banale, maggioritario e non problematico. 

Le neuroscienze e la sociologia hanno confermato la parzialità dell’empatia: forme primitive di empatia sono state osservate anche negli animali non umani; noi esseri umani abbiamo certo sviluppato un sistema neuronale che permette di provare empatia nei confronti di altre creature e, in particolare, favorisce un legame intenso con i propri simili; siamo biologicamente predisposti a identificarci di più con le esperienze dei nostri cari, dei nostri vicini e dei nostri alleati; la selettività è conseguenza di un sistema di segregazione che ci classifica in categorie su scala gerarchica; gli ambivalenti sentimenti empatici sono condizionati nella loro esistenza o nella modalità di espressione dalle contestuali condizioni politiche, sociali e culturali; l’empatia non è pienamente adatta e affidabile nel fungere da bussola morale, questo è il punto fermo dell’analisi.

La biologa e psicologa franco-libanese specializzata in neuroscienze Samah Karaki (Dubai, 1984), è cresciuta e si è laureata a Beirut (originaria della comunità degli sciiti libanesi), ha poi studiato e insegna in Francia, molto impegnata per promuovere la giustizia sociale e ambientale. Qui “smonta” qualche fraintendimento e una diffusa sopravvalutazione relativi all’empatia. Fa continui esempi di attualità e riferisce di centinaia di studi scientifici (spesso di neuroimaging). Il sistema dei mezzi di comunicazione di massa svolge un ruolo cruciale, viene data un’evidenza molto diversa a notizie simili (simili per esempio come quantità di morti e disagi) sulla base di molteplici “pesi” etnorazziali (prossimità, comunanza, imprevedibilità), che di fatto colpiscono le minoranze etniche, religiose e sessuali, a causa delle diverse forme di oppressione cui sono sottoposte e dei processi di reificazione di cui sono oggetto.

Il saggio originale in francese è uscito nel 2024 e l’autrice fa spesso riferimento al concetto espresso nel successivo volume di Aime e Faloppa, ai morti degli altri, più o meno con gli stessi termini, pur se da prospettive scientifiche separate e con riferimenti culturali abbastanza differenti. La giovane studiosa parla di una “gerarchia della morte” che colpisce le minoranze; cita Judith Butler che “definisce il corpo come un oggetto esposto alla norma sociale, tanto in vita quanto in morte” (la bravissima filosofa femminista statunitense settantenne è ripresa su più questioni); ragiona sull’individualità delle vittime che influenza l’intensità dell’empatia; richiama alla memoria l’annegamento del piccolo Aylan Kurdi e l’omicidio di George Floyd che colpiscono più di statistiche e morti sconosciuti nel Mediterraneo; sottolinea che “sono i media ad avere il potere di farci immaginare il lutto che la scomparsa delle vittime provoca o di relegarle al ruolo di ombre astratte… un’immagine la cui forza emotiva è attenuata dall’anonimato”.

Dopo l’introduzione (“L’empatia ha le sue ragioni che la ragione ignora”) Karaki scansiona la narrazione attraverso paragrafi tematici inseriti in cinque lunghi documentati capitoli: Una lunga e faticosa genealogia; Chi è l’Altro (anche rispetto a questo concetto vi è forte sintonia con Aime e Faloppa); Che cosa determina il valore di una vita; Troppa empatia uccide l’empatia; Contro lo sguardo empatico. L’autrice è consapevole che non esiste una definizione unica di empatia e passa in rassegna alcuni elementi chiave che le vengono associati (mimetismo, contagio emotivo, empatia cognitiva, preoccupazione empatica, simpatia, compassione), suggerendo infine: “l’unione di un contagio emotivo primitivo e automatico davanti all’emozione altrui, e di un’assunzione di prospettiva lenta, deliberata e consapevole”; emozione e ragione agirebbero insieme attivandosi rappresentazioni neuronali (come in uno specchio); il fatto è, tuttavia, che entrambe sono costruite attraverso pregiudizi e stereotipi. Occorre guardarli in faccia onestamente.

Karaki espone con lucidità e precisione chirurgica come l’empatia risulti un fenomeno selettivo, capriccioso e parziale. Non possiamo fidarcene sul piano morale. Certo, forse può essere “riparata”, non sembrerebbe dalle argomentazioni, ma magari ne è possibile una “pratica” che pone domande invece di imporre soluzioni, che si interessa al dissenso più che cercare affinità, che si fa carico della storia dell’altro e che lo incontra poi davvero, a partire da una verità non propria ed esclusiva. Chissà.

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