CULTURA

Il MUSE e la luce della conoscenza

Quando si arriva a Trento dalla stazione, la cosa che colpisce di più sono le montagne: non un semplice sfondo, ma una presenza costante, un confine naturale che definisce il paesaggio e la città stessa. In questa città, dove natura e cultura si incontrano, sorge il Museo delle Scienze di trento (MUSE), un museo che celebra proprio questa relazione complessa tra uomo e ambiente, in particolare alpino. L’edificio, progettato da Renzo Piano, si slancia verso l’alto facendo eco alle vette circostanti, restituendo al visitatore un senso di apertura e luce.

Non c'è da aspettarsi un museo dove si entra solo per ammirare qualcosa: il MUSE è uno spazio che si vive a 360 gradi, un’estensione del contesto urbano la cui posizione, nel quartiere Le Albere, è il risultato di un progetto molto ampio che ha voluto trasformare una vecchia area industriale, un tempo sede della Michelin, in un polo culturale integrato con la città.

L’idea del MUSE nasce dall’esigenza di integrare due visioni: quella del museo di scienze naturali, con la sua tradizione di collezioni e ricerca, e quella degli science center, dinamici e interattivi. Non c’è una separazione netta tra le due cose, ma un’integrazione pensata per coinvolgere il pubblico senza rinunciare al radicamento nella tradizione, spogliata però di tutta la polvere, quella metaforica e quella che si accumulava nelle teche (qui ce ne sono pochissime). Il museo è stato concepito come la metafora di una montagna, un simbolo che guida l’intera esperienza del visitatore. Ogni piano racconta un pezzo della storia naturale e umana delle Alpi in tutta la sua complessità, partendo dall’alto per poi scendere verso il fondovalle. All’ultimo piano, il più alto e il più luminoso, la terrazza panoramica ti fa esperire il contesto alpino in cui ti trovi. Scendendo ci sono i ghiacciai, e se ti affacci guardando nel big void, lo spazio che connette i piani e in cui fluttuano gli animali tassidermizzati, ti può cogliere la stessa vertigine che avresti sulla sommità di una montagna. Nel contempo, però, senti anche la stessa leggerezza che puoi provare vedendo un volatile planare sulle cime: è il concetto di “zero gravity”, caro a Renzo Piano: tutto è sospeso, dai tavoli ai minerali esposti in strutture che sembrano sfidare la forza di gravità, agli animali che sono fuggiti dalle teche dei tradizionali musei di scienze naturali per librarsi nell’aria, anche quelli senza ali.

Nulla nel progetto è stato lasciato al caso, a partire dalla scelta dei materiali. L’uso del vetro, per esempio, oltre che alla leggerezza può essere collegato alla scienza e ai suoi valori: così come la luce illumina ogni angolo del museo, la scienza qui viene svelata, resa comprensibile e, soprattutto, accessibile, in nome della condivisione delle conoscenze. Nel contesto del MUSE, il vetro serve a dissolvere i confini tra interno ed esterno, permettendo alla natura – in particolare alle montagne circostanti – di diventare parte integrante dell’esperienza museale. Ma la trasparenza può rappresentare anche il metodo scientifico: un processo che richiede chiarezza, osservazione e confronto. I laboratori di ricerca, spesso aperti al pubblico, danno la possibilità di vedere i ricercatori al lavoro e di dialogare con loro, trasformando il museo in uno spazio vivo, che evolve con il progresso scientifico, avvicinando le persone a concetti solo apparentemente difficili. I dati raccolti dai ricercatori non restano chiusi nei laboratori, ma possono trasformarsi in nuove storie da raccontare nelle sale espositive.

Proprio come una montagna, il MUSE non si lascia conquistare in fretta, ha bisogno del suo tempo per essere apprezzato. Quando però riesci a immergerti completamente nell’atmosfera, ti sembra di diventare tutt’uno con la montagna, e forse è proprio questo che dovrebbe succedere quando visiti un museo di scienze naturali: cominci a sentirti parte di qualcosa di più grande, che c’era prima che arrivassi sulla Terra e che rimarrà quando te ne andrai. Qualcosa da preservare, per tutti quelli che verranno dopo di te.

Ed ecco che si è pronti per la Galleria della Sostenibilità, uno spazio espositivo di 400 metri quadrati dedicato ai 17 obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che ricorda alle persone quanto l’ambiente sia fragile e racconta le conseguenze dell’Antropocene: fenomeni come il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e le trasformazioni geologiche che hanno compromesso anche l’ambiente alpino.

Come siamo arrivati a questo punto? Di chi è la colpa?

Nella galleria succede qualcosa di inaspettato: troviamo dei pannelli in cui persone di diverse generazioni dialogano tra di loro. Quelle del presente rimproverano quelle del passato, in un confronto schietto che fa emergere i loro errori. Tutto regolare, finché non intervengono nuovi personaggi, direttamente dal futuro, e ti spiegano che anche i compromessi attuali hanno avuto un impatto negativo sulla loro vita. Ed ecco che ci accorgiamo che siamo tutti il futuro ma anche il passato di qualcuno e che anche le nostre scelte dipingeranno il mondo di domani, perché ogni generazione lascia un debito insanabile a quella successiva. Ci troviamo in uno spazio che illustra quanto sia urgente il cambiamento e quanto, anche in piccolo, ognuno possa fare la differenza, uno spazio dove non ci si può nascondere: non dietro le scelte dei nostri nonni, né dietro le scuse di un presente troppo frenetico per gestire le emergenze.

Ma non tutto è perduto, perché si possono immaginare futuri alternativi più desiderabili: questa consapevolezza, che lega scelte individuali e globali, trova nel MUSE il suo luogo naturale di espressione, perché qui la scienza non è un monologo, ma un dialogo aperto, a cui ogni persona può contribuire. E forse è proprio questa la lezione più importante: siamo tutti interconnessi, e la conoscenza non deve essere un privilegio per pochi, ma una risorsa condivisa come la luce che attraversa il vetro e illumina tutto ciò che tocca.

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