CULTURA

Ottant'anni di Freddie Mercury, in dieci canzoni

5 settembre 1946, ospedale di Stone Town. La famiglia Bulsara accoglie il primogenito Farrokh in una Zanzibar allora ancora protettorato britannico. È una storia tipica del tardo impero: famiglia indiana, etnia parsi e fede zoroastriana, con un capofamiglia dipendente pubblico che si sposta di colonia in colonia. Fino al 1964, quando proprio dall’isola africana sarà costretta a fuggire per lo scoppio della rivoluzione. Destinazione: Middlesex, vicino a Heathrow, periferia sudoccidentale della capitale.

È da questo contesto che proviene una delle più grandi star della storia del rock, un cantante e autore che ha formato una delle band inglesi più famose nel mondo, i Queen, e ha inciso alcune canzoni che sono diventate monumenti dell’immaginario collettivo occidentale. Ma accanto ai successi della sua carriera di uomo di spettacolo, la storia di Farrokh nel frattempo diventato Freddie Mercury è anche quella di uno dei primi casi di un artista morto all’inizio degli anni Novanta a causa dell’AIDS, dopo aver gestito con estrema riservatezza la malattia, determinando uno shock collettivo in un momento in cui l’omosessualità, nel discorso pubblico inglese come quello italiano, faceva ancora rima con peccato e depravazione per cui il contagio era una sorta di punizione divina.

Abbiamo scelto dieci momenti e canzoni per raccontare la straordinaria carriera di Freddie Mercury e quanto la sua voce sia stata indimenticabile, tanto che molti brani che abbiamo scelto sono ormai vero e proprio patrimonio collettivo. 

 

Bohemian Rhapsody (1975)

I Queen hanno già inciso tre dischi, tra il 1973 e il ‘74. Hanno garantito un buon successo in un mercato, quello inglese degli anni Settanta, particolarmente affollato di rock band di qualità. Almeno un paio di brani diventeranno dei classici della band (Killer Queen, Now I’m Here), ma è con il disco A Night At The Opera che tutto cambia e sviluppano uno stile davvero inconfondibile. Bohemian Rhapsody è il classico singolo che non dovrebbe funzionare in radio: quasi sei minuti, siamo matti? E poi cosa sono questi riferimenti a Galileo, Figaro? Ok portare all’eccesso lo stile del glam rock, ma ibridarlo con il rock progressivo, il musical, l’opera: si esagera. Eppure il brano è un successo clamoroso e il trampolino di lancio definitivo per la storia della band, grazie anche allo straordinario video che lo accompagna, che anticipa l’era di MTV quando i videoclip musicali diventano quasi opere d’arte loro stessi.

 

Somebody To Love (1976)

Ah, l’amore! Sicuramente quello per Aretha Franklin, dalla quale, a detta del batterista Roger Taylor, all’epoca Freddie Mercury era molto influenzato. Ne esce un brano basato sul gospel e la black music che parla della ricerca dell’amore, della speranza che un giorno le cose si mettano per il meglio, forse nell’unico caso in cui una canzone dei Queen fa riferimenti espliciti alla fede e a Dio. Per dare l’impressione che a cantare le risposte alla linea vocale di Mercury fosse un coro, i quattro Queen incidono più volte la parti vocali dando l’impressione che a cantare siano cento persone. Taylor dirà che “è il brano più libero che abbiamo mai realizzato”.

 

We Are The Champions (1977)

Il brano che da solo risponde alla domanda: cos’è il rock da stadio? Scritto già nel 1975, Mercury decide di lasciarlo fuori da A Night At The Opera, perché lo stile è completamente diverso da quello del disco. Due anni dopo esce, e nella scaletta di News of the World viene subito dopo We Will Rock You, un altro brano che funziona alla grandissima nei concerti. Brian May, il chitarrista dei Queen, dirà che la band desiderava un brano per cui “il pubblico sventolasse le braccia e cantasse. È un gesto che unisce e trasmette positività”: missione perfettamente riuscita.

 

Radio Ga Ga (1984)

Tra la fine degli anni Settanta e il decennio successivo, Freddie Mercury continua a sfornare canzoni e dischi con i Queen. Nel 1978 esce Jazz (da cui va ricordata almeno Bicycle Race), mentre due anni più tardi esce The Game (dove c’è da sottolineare Crazy Little Thing Called Love, mentre il brano più iconico è forse Another One Bites The Dust, firmato però dal bassista John Deacon). Nel 1984 arriva il momento di un altro video iconico per una canzone che si è impressa profondamente nella memoria collettiva. Radio Ga Ga vede i Queen catapultati in un mondo retrofuturistico in stile Metropolis di Fritz Lang. Il brano è un atto di amore per la radio che sta sentendo, negli anni Ottanta, la concorrenza della televisione anche come veicolo di promozione e diffusione della musica.

 

I Want to Break Free (1984)

Amore e nostalgia per una radio regina del broadcasting, quelli espressi da Radio Ga Ga, ma allo stesso tempo i Queen e Freddie Mercury sono bravissimi a usare il mezzo televisivo per promuovere la loro musica e lanciare qualche messaggio. È il caso del celeberrimo video di I Want to Break Free che vede i quattro membri della band interpretare altrettante casalinghe disperate alle prese con le faccende domestiche e che diventerà uno dei videoclip più famosi di quegli anni. Nato come omaggio alla soap opera Coronation Street, assume un significato diverso negli anni, a cominciare da quando viene bloccata la sua trasmissione negli Stati Uniti perché ritenuto “ambiguo”. Oggi viene spesso letto come un momento di pura libertà creativa e anticonformismo tipico di Mercury, capace di giocare con l'immagine di sé senza preoccuparsi delle convenzioni, in linea con il titolo stesso della canzone. 

 

Live Aid (1985)

Animale da palco se ce n’è uno, Freddie Mercury non era solo un vocalist dalle notevoli doti e dal sicuro carisma: aveva una capacità di coinvolgere il pubblico fuori dal comune. Ne è testimonianza il set suonato nel 1985 al Live Aid, l’evento di beneficenza organizzato da Bob Geldof e Midge Ure. Secondo alcuni critici, quello dei Queen è stato il miglior live set della storia del rock (a questo link ve lo potete vedere per intero). Possiamo discuterne fino allo sfinimento, senza trovare un punto fermo. Quello che rimane è un’esibizione con Mercury in stato di grazia, impreziosita da un call and response con il pubblico entrato nella leggenda:

 

Who Wants To Live Forever (1986)

Nei primi anni Ottanta i Queen hanno un rapporto complicato con il cinema. Pur essendo titolari di alcuni video tra i più importanti della storia del mezzo, le scelte in termini di pellicole a cui offrire la colonna sonora non sono sempre dei successi. Fa eccezione Highlander, in cui Christopher Lambert interpreta l’ultimo degli immortali, impegnato a combattere gli altri che non possono morire finché ne rimarrà solo uno. Per la pellicola, Freddie Mercury e Brian May mettono in piedi un duetto che parla del fatto che “non c’è posto per noi” e “per noi non c’è speranza”. Una riflessione sul contrasto tra sogni e realtà, sul passare del tempo che oggi, sapendo che all’epoca Freddie Mercury era già malato, trova ulteriori significati.

 

Live At Wembley (1986)

Nel luglio del 1986, i Queen suonano due date allo stadio di Wembley, a Londra. I concerti vengono registrati sia in audio che in video, diventando uno degli album live più famosi di sempre. Freddie Mercury appare nella celebre giacca gialla e verso la fine del concerto esce sul palco vestito da regina, con tanto di corona e scettro: una delle tante goliardate della sua carriera, qui proprio a rendere omaggio al nome stesso della band. Sapendo che ad agosto, sempre a Londra, Freddie Mercury avrebbe cantato per l’ultima volta dal vivo con i Queen, quell'incoronazione sa tristemente di commiato.

 

Barcelona (1988)

Nonostante il corpo cominci a mostrare i segni della malattia, Freddie Mercury non lascia trapelare niente. Come sempre, rimane riservato sulla propria vita privata. Trova però le energie per una delle collaborazioni più incredibili della storia del rock, quella con la cantante d’opera Montserrat Caballé. Mercury ha sempre amato l’opera (vedi alla voce A Night At the Opera) e le interpretazioni della soprano catalana, qui incrociata nella fase calante della carriera teatrale, ma ancora vera e propria signora del canto lirico. C’è un fan che realizza un sogno, quello di cantare con uno dei propri miti, ma non si può non trovarci dentro anche un gioco di specchi, un riconoscersi da diva a diva, in una performance che non ha nulla da invidiare ai classici duetti del teatro musicale tra tenore e soprano. La canzone è stata uno dei brani ufficiali delle Olimpiadi di Barcellona del 1992, tenutesi dopo la scomparsa di Mercury.

 

The Show Must Go On (1991)

Innuendo, l’ultimo disco con Freddie ancora in vita. Ormai la fine è vicina. Nel giro ristretto dei Queen lo sanno tutti, ma non è ancora un dato pubblico. Brian May scrive The Show Must Go On ispirato dalla volontà di Mercury di continuare a cantare e lavorare nonostante le forze si stiano riducendo ogni giorno di più. Il video ufficiale è realizzato con un montaggio di immagini di altri video della band. “Il mio trucco si sta forse sfaldando/ ma il mio sorriso rimane immutato”, canta Mercury, che poco dopo si chiede “c’è qualcuno che sa per cosa viviamo?”. Ed è una domanda a cui ogni persona deve provare a dare la propria risposta. Non sappiamo quale abbia dato Mercury negli ultimi giorni nella casa di Kensington. Di sicuro avrebbe voluto che lo show non finisse mai.

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