CULTURA

Il “pane degli angeli”: dall’Angelico a Kiefer, per una filosofia della comunicazione

Due angeli, in un refettorio del Quattrocento, servono a una tavolata di frati presieduta da San Domenico. Il formato è minuscolo, la scena quasi nascosta: il sesto dei sette riquadri della predella collocata sotto la grande Incoronazione della Vergine, oggi conservata al Louvre, dipinta da Beato Angelico tra il 1434 e il 1435. Un'immagine che rimanda a un episodio preciso della tradizione domenicana: il cosiddetto “miracolo dei pani”, con cui la provvidenza divina avrebbe soccorso nel 1218 la comunità affamata riunita a Bologna. 

Da quel piccolo prodigio dipinto, da quel nutrimento donato agli uomini prende avvio l'ultimo saggio di Gaspare Polizzi, Il pane degli angeli. Il cibo della conoscenza, da Beato Angelico ad Anselm Kiefer (Aesthetica Edizioni, 2026), libro che attraversa con la libertà dei grandi viaggi intellettuali epoche, arti, tradizioni culturali e intellettuali. E se angeli e pane, sembra suggerire Polizzi, filosofo e docente di didattica della comunicazione all'Università di Pisa, oltre che figure teologiche fossero anche simboli ancora capaci di parlare al presente? E se l'immensa iconografia che dall'Annunciazione conduce agli angeli feriti e caduti fosse, più che una Biblia pauperum, una lunga riflessione sulla natura relazionale dell'essere umano, che racconta il modo in cui la cultura occidentale ha pensato e continua a pensare la comunicazione, la trasmissione del sapere e il rapporto tra conoscenza e responsabilità?

Polizzi cita a questo riguardo Dante che, soprattutto nel Convivio, sembra comporre un vero e proprio “manifesto della società della conoscenza e della comunicazione della scienza”. Scritto all'alba dell'Europa moderna – in volgare proprio per raggiungere tutti, donne comprese – il trattato fa della divulgazione un gesto morale: donare a tutti il sapere è atto disinteressato e universale. Lo stesso Dante vi si dipinge come mediatore, al quale è concesso di sedersi ai piedi di coloro che stanno “a la beata mensa” della vera sapienza per raccoglierne le briciole e distribuirle a tutti.

Da Beato Angelico a Dante, Polizzi ricostruisce una lunga storia della comunicazione come condivisione e responsabilità

Non a caso Polizzi sceglie di partire dal medioevo delle cattedrali ma anche delle università, culla della civiltà in cui viviamo e del pensiero scientifico, come evidenziava sul Bo Live il grande e compianto Pietro Greco: è tra il XIII e il XIV secolo che in Europa comincia infatti a diffondersi una cultura scientifica unitaria e universale, con gli stessi testi – spesso tradotti dall'arabo e dal greco – studiati da Napoli a Oxford, da Salamanca a Parigi. 

Messaggero e messaggio

Angeli e pane hanno però radici molto più antiche. Il termine ánghelos, usato dai traduttori greci dell’Antico Testamento per rendere l’ebraico mal’āk, significa messaggero, colui che mette in comunicazione cielo e terra, umano e divino. Ed è proprio questa funzione di mediazione a spiegare perché questa figura attraversi culture tanto diverse – dall'ebraismo al cristianesimo, dall'islam allo zoroastrismo, fino alle antiche tradizioni religiose della Mesopotamia – conservando anche nel nostro tempo, teoricamente secolarizzato, una sorprendente vitalità.

Qui il libro chiama in causa Michel Serres, filosofo che forse più di ogni altro ha riflettuto sulla comunicazione come principio fondamentale della realtà. Dal 1968 fino alla morte, nel 2019, Serres sviluppa il suo pensiero sotto il segno di Ermes, il dio dei messaggi, degli scambi e delle connessioni, "della propagazione e del segreto". In seguito, nella Légende des anges del 1993, Ermes si moltiplica: messaggi e messaggeri diventano infinitamente più numerosi e complessi, simbolo di un universo che comunica incessantemente, dai flussi della materia fino agli organismi viventi.


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È il passaggio, annunciato già negli anni Sessanta, da una civiltà "erculea", fondata sulla produzione e sulla forza, a una civiltà "mercuriale" costruita sullo scambio, sul movimento e sulla circolazione delle informazioni. Un mutamento di paradigma che, secondo il pensatore francese, avrebbe dovuto rivoluzionare il modo in cui pensiamo il mondo: alla logica della contrapposizione, dell'autorità e dell'appartenenza avrebbe dovuto subentrare una filosofia del dialogo, al dominio della forza quello della comunicazione. Da quello che vediamo, purtroppo, non sta andando esattamente così.

L'informazione scritta nella materia

C'è comunque, nel Serres riletto da Polizzi, qualcosa che va ben oltre la metafora. La comunicazione non è soltanto un'attitudine degli esseri viventi, ma una proprietà inscritta in tutti i livelli della realtà che viviamo. La biochimica ci insegna che l'informazione custodita nel Dna organizza la vita e ne rende possibile la trasmissione. Anche la materia apparentemente inanimata, suggerisce ormai da un secolo la fisica quantistica, appare sempre meno come un insieme di oggetti isolati e sempre più come una rete di relazioni.

L'angelologia, insieme alla straordinaria iconografia che l'accompagna, smette così di essere una curiosità erudita o un semplice repertorio devozionale per diventare una riflessione sulla trama relazionale che costituisce il mondo. In questa prospettiva acquistano particolare forza sia i versi di Rūmī, sia le leopardiane Operette morali tanto care a Polizzi. L'Elogio degli uccelli, definito da Cesare Galimberti un vero e proprio "trattatello di angelologia secolarizzata", così come le righe scritte da Antonio Tabucchi o i quadri di David Hockney, diventano il contrappunto laico di una riflessione che va ben oltre lo Pseudo-Dionigi e le sue gerarchie di sovrumane creature.

La stessa comunicazione che costruisce comunità può trasformarsi in propaganda e dominio

Ogni messaggero però può anche tradire il proprio messaggio, ed è qui che il libro raggiunge la sua tensione più drammaticamente attuale. Se la comunicazione può unire, salvare e costruire comunità, può anche deformare, manipolare e distruggere. È il tema dell'angelo caduto, che Polizzi segue lungo una straordinaria genealogia artistica: dalle miniature dei fratelli Limbourg e Hieronymus Bosch a Pieter Bruegel il Vecchio, fino a Rubens, Luca Giordano, William Blake, Gustave Doré e James Ensor, dove ormai angeli e demoni sembrano confondersi gli uni negli altri.

Pantopia e distopia convivono ormai nello stesso orizzonte, con l'utopia di una comunicazione universale che rischia continuamente di essere soffocata dal rumore della guerra e della. Non è un caso che il percorso si concluda con la mostra Angeli caduti di Anselm Kiefer, ospitata nel 2024 a Palazzo Strozzi. Per l'artista tedesco gli angeli ribelli incarnano l'intera umanità nel suo tempo apocalittico, segnato dalle violenze del Novecento: dalla serena mensa dipinta da Beato Angelico siamo approdati a un cielo in cui sembra non esserci più spazio per il volo e per il canto degli uccelli.

Due visioni del futuro sembrano così contendersi il nostro tempo: da una parte l'utopia di una civiltà che faccia della comunicazione globale e della diffusione della conoscenza il motore di una nuova “ominescenza”, orientata alla pace; dall'altra la barbarie dove la comunicazione si rovescia nel suo contrario. “Tocca a noi indicare, con la nostra responsabile testimonianza, la strada”, scrive Polizzi. E affida l'ultima parola a Roberto Esposito, che rilegge la lotta di Giacobbe con l'angelo (Gn 32, 35-34) come immagine della condizione contemporanea: anche noi come, il patriarca, possiamo veramente crescere solo se siamo disposti a misurarci con un avversario più grande di noi, che ci ferisce e ci trasforma, costringendoci a ricevere un nome nuovo.

In un'epoca dominata dall'ipertrofia comunicativa, dalla saturazione e dal rumore di fondo, il libro di Polizzi ricorda come comunicare non sia semplicemente trasmettere informazioni, ma rendere possibile un incontro. Una differenza che oggi può sembrare sottile, ma dalla quale continua a dipendere la distanza fra conoscenza e propaganda, dialogo e dominio.

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