CULTURA

Perché Mao conquistò il Sessantotto

Nelle foto delle manifestazioni studentesche di fine anni Sessanta capita spesso di scorgerlo, brandito ritmicamente sopra le teste accanto agli striscioni contro guerra, autoritarismo e università di classe. Anche in Europa, a migliaia di chilometri da Pechino, il Libretto rosso di Mao Zedong fu per un certo periodo il simbolo di una generazione che cercava la sua via per mettere in discussione l'ordine esistente. Proprio mentre la Rivoluzione culturale travolgeva la Cina in una spirale di violenza, persecuzioni e lotte intestine, molti giovani videro infatti in Mao l'interprete di una rivoluzione diversa da quella incarnata dall'Unione Sovietica, screditata prima dalla repressione della rivolta ungherese del 1956, poi dai carri armati a Praga nell'estate del 1968.

Nel mirino dei movimenti studenteschi finirono però anche e soprattutto le democrazie occidentali, nate dalla sconfitta del nazifascismo e protagoniste di una stagione di crescita economica senza precedenti. Pur avendo garantito libertà, sviluppo e benessere, quei sistemi apparivano a molti giovani segnati da contraddizioni profonde: il paternalismo delle istituzioni, il peso delle gerarchie, le disuguaglianze sociali e le tensioni della decolonizzazione alimentavano la richiesta di un cambiamento che sembrava non poter più passare da Mosca o da Washington.


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In questo vuoto ideale trovò spazio il mito della rivoluzione permanente evocata da Mao: l'idea che toccasse proprio ai giovani il compito sfidare di continuo ogni forma di potere costituito. Un messaggio che, estrapolato dal contesto cinese e largamente idealizzato, esercitò un fascino potente anche nelle università e nei licei italiani. Fra quei ragazzi c'era anche Fabrizio Tonello, sociologo e politologo dell'Università di Padova, nonché collaboratore di lungo corso de Il Bo Live. "Non è difficile capire come Mao sia diventato il beniamino di parte della gioventù occidentale – osserva lo studioso e giornalista –. Tutto nasce da due fattori centrali per chi era giovane alla fine degli anni Sessanta".

Il primo era il Vietnam. “Già nel 1967, e ancora di più dopo l'offensiva del Têt del gennaio 1968, immagini e racconti della guerra raggiungevano quotidianamente l'Europa – ricorda Tonello –. Le fotografie dei bombardamenti e dei villaggi distrutti, insieme alla celebre immagine di una giovane vietnamita che tiene sotto tiro un pilota americano, alimentavano la convinzione che una grande potenza stesse cercando di schiacciare un piccolo popolo. Che poi questa rappresentazione fosse del tutto aderente alla realtà, è un altro discorso".

Fra guerra in Vietnam e crisi del modello sovietico, il maoismo apparve a molti giovani come una possibile terza via

Il secondo elemento fu l’invito ai giovani a contestare l'autorità costituita: "Esattamente quello che noi, nati all'inizio del secondo dopoguerra, volevamo sentirci dire. Che si trattasse della Cecoslovacchia di Alexander Dubček, della Francia gollista o dell'Italia dei governi democristiani, sembrava che Mao parlasse direttamente alla nostra generazione". L’appello al ‘Grande timoniere’ servì insomma a mettere in discussione qualsiasi forma di potere: "Non volevamo stare né con l'imperialismo americano né con il comunismo sovietico, e c'era anche un forte impulso terzomondista contro le due superpotenze che avevano congelato il mondo nella Guerra fredda. In questo contesto la Cina diede l'impressione di rappresentare un'alternativa".

Certo stupisce, a distanza di decenni, il fascino esercitato su milioni di giovani da un anziano e spietato dittatore che però, spiega ancora Tonello, “invece di eliminare i suoi avversari nell'ombra aveva lanciato un appello pubblico ai giovani: mettete in discussione i vostri professori, abbattete la cultura borghese". Da quell'entusiasmo nacquero anche gruppi dichiaratamente maoisti, come Servire il Popolo, ma l'eredità più significativa fu forse la costruzione di un immaginario politico in cui giovinezza e ribellione diventavano valori in sé. Da questo punto di vista, più che un susseguirsi di occupazioni e scontri di piazza, il Sessantotto è stato soprattutto una gigantesca scuola di formazione politica e culturale "che ci ha costretti a leggere, discutere, confrontarci continuamente. Tra il 1968 e il 1972 era difficile persino trovare una fidanzata senza aver i letto libri che tutti ritenevano fondamentali". Il Libretto rosso circolava ovunque, ma restava soprattutto un emblema: "Quello che davvero si studiava erano soprattutto Sartre, Lenin, il Marx del Capitale o dei Grundrisse, possibilmente in tedesco. Tutto veniva però interpretato attraverso una lente profondamente antiautoritaria; lo slogan era: né Dio né padroni, né poliziotti, né governo".

Più che le massime del Libretto rosso, a sedurre una generazione fu l'idea di una ribellione permanente contro l'autorità

Ciò che conquistò tanti giovani occidentali insomma non fu tanto il regime cinese, quanto il messaggio che la Rivoluzione culturale sembrava incarnare: "Certo, era una ribellione promossa dall'alto, ma l'idea di una periodica rivolta contro l'ossificazione del potere è già presente, ad esempio, in Thomas Jefferson. Compito della storia oggi è anche separare quell'intuizione dalle tragedie che seguirono". Le contraddizioni del resto non riguardarono solo il regime cinese, ma anche gli stessi movimenti europei, dove a lungo sopravvissero gerarchie e leadership che solo in seguito sarebbero state messe radicalmente in discussione. "Nel 1976, al congresso di Rimini, furono le donne di Lotta Continua a imporre di fatto lo scioglimento dell'organizzazione, dicendo basta al patriarcato e ai leader maschi. Anche il femminismo è un'eredità del Sessantotto, arrivata in Italia con anni di ritardo rispetto agli Stati Uniti".

Una passione per il confronto politico che conobbe eccessi ma che oggi, a quasi sessant'anni di distanza, sembra mancare alla nostra società: "Eppure rispetto a noi oggi i giovani avrebbero molte più ragioni per ribellarsi, a cominciare dal fatto che vivono nella precarietà e che devono fare i conti con una crisi climatica sempre più evidente. Fanno però molta più fatica a trasformare quel disagio in movimento collettivo". Anche perché oggi, a differenza di allora, le generazioni più anziane possono contare non solo sul potere economico e politico, ma anche sul peso demografico: “La politica guarda soprattutto agli over 65 – conclude Tonello –. E i grandi movimenti di massa, storicamente, non li fanno le ‘pantere grigie’".

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