CULTURA

Percorsi. Jackson Pollock, il pittore che gocciolava sulla tela, a 70 anni dalla morte

11 agosto 1956, è sera, a Springs, sulla costa orientale di Long Island, Stato di New York. Jackson Pollock guida la sua Oldsmobile 88 decapottabile lungo Fireplace Road. In macchina con lui ci sono la sua amante, Ruth Kligman, e un’amica di lei, Edith Metzger. Le due ragazze hanno convinto Pollock ad accompagnarle a una festa. Lui è ubriaco, non una novità, e guida ad alta velocità. L'auto esce di strada e si ribalta: Pollock ed Edith Metzger muoiono sul colpo, Ruth Kligman sopravvive. Pollock ha 44 anni. In quel periodo, Lee Krasner, sua moglie da più di dieci anni, si trova in Europa. Il loro matrimonio è in crisi da un po’, soprattutto a causa dell’instabilità emotiva e dell’alcolismo di Pollock che lo rende sempre più frequentemente violento. Krasner passerà il resto della sua vita a custodire e difendere la sua opera.

“Penso che nuovi bisogni necessitino di nuove tecniche. Credo che il pittore contemporaneo non possa esprimere quest’epoca usando le vecchie forme rinascimentali o di qualsiasi altro passato. Ogni epoca trova la propria tecnica” afferma lo stesso Jackson Pollock, nel documentario diretto da Kim Evans, linkato qui sotto.

Un artista unico, immenso, che compie tutto il suo percorso in una parabola molto breve e irrequieta. Pollock nasce il 28 gennaio 1912 a Cody, nel Wyoming, ultimo di cinque figli di una famiglia che si sposta continuamente tra Arizona e California, inseguendo lavori agricoli che non bastano mai. Arriva a New York negli anni Trenta, studia con Thomas Hart Benton, si ispira al muralismo messicano di Siqueiros e rimane folgorato da Guernica di Picasso, che vede esposto al MoMA, dove il quadro fu custodito dal 1939 al 1981, per volere dell'artista spagnolo che preferì prestarlo al museo newyorkese per proteggerlo durante gli anni della dittatura franchista. 

Un ruolo centrale nella vita e nella carriera di Jackson Pollock l'ha poi avuto Peggy Guggenheim, collezionista e mecenate americana che lo mette sotto contratto nel 1943 per la sua galleria Art of This Century, di New York, permettendogli così di dedicarsi alla pittura a tempo pieno senza dover trovare altre fonti di sostentamento, fino al 1947, quando lei si trasferisce a Venezia. Intanto, nel 1945, Jackson Pollock ha sposato Lee Krasner, anche lei pittrice di grande talento, e con lei si è trasferito a Springs, nell’East Hampton, Long Island, nella casa con annesso fienile che diventerà il suo studio

La tecnica del dripping, e lo sviluppo dell’action painting

È lì, proprio nel 1947, che inizia a stendere le tele a terra e a colare il colore direttamente dal barattolo, senza toccare la superficie con il pennello: nasce il dripping, la tecnica che gli vale il soprannome di Jack the Dripper e la fama di artista che ha cambiato la definizione stessa di pittura.

Uno dei suoi primi lavori di quell'anno, Alchimia, è stato recentemente restaurato al Conservation Lab della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia grazie a un delicatissimo e complesso intervento nato dalla collaborazione tra Guggenheim, CNR e Opificio delle Pietre Dure, come abbiamo raccontato nei mesi scorsi su questo giornale.


Leggi anche: Scienza e restauro dell'arte. Il laboratorio della Collezione Guggenheim


Le altre opere in cui Pollock usa questa tecnica, tra cui Full Fathom Five ed Enchanted Forest, sono sempre di quell'anno. Tra il 1948 e il 1950 realizza Number 1, 1948One: Number 31, 1950 che oggi si possono ammirare al MoMA di New York, e Autumn Rhythm: Number 30, 1950, che si trova al Metropolitan. 

“Di solito dipingo sul pavimento, mi piace lavorare su una grande tela e mi sento più a mio agio stendendola a terra - continua Jackson Pollock, sempre nel documentario di Evans - Mi sento più una parte del dipinto a volte, uso un pennello o un bastone, e spargo il colore direttamente dal barattolo, mi piace usare il colore fluido, gocciolante. Il mio modo di dipingere è l’espressione naturale di un bisogno che sento e del modo in cui voglio esprimere i miei sentimenti, piuttosto che illustrarli con una tecnica.”

Il critico statunitense Harold Rosenberg, che ha fortemente contribuito a far conoscere l’arte americana e Pollock in primis, battezza questo suo modo di lavorare action painting. La tela non riproduce un'immagine pensata in anticipo, ma diventa lo spazio su cui si registra l'azione fisica del corpo dell'artista. Pollock cammina intorno alla tela stesa a terra e ci versa sopra il colore con bastoncini, coltelli, siringhe e vari altri strumenti, a volte anche con le mani. Non c'è un centro né un punto di vista privilegiato: la composizione si sviluppa in ogni direzione. L'action painting è la forma più radicale dell’espressionismo astratto, la prima corrente artistica propriamente statunitense, nata nel secondo dopoguerra, quando l’Europa stravolta dal conflitto aveva perso la sua centralità nel mondo dell’arte. Come gli altri esponenti del movimento, da Willem de Kooning a Mark Rothko, Pollock rifiuta l’espressione figurativa e sceglie l'astrazione per esprimere le proprie emozioni. A differenza degli altri pittori, però, lui elimina anche il pennello, e si fa tutt’uno con le sue opere.

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Lo studio di Pollock - 23 agosto 1953: Jackson Pollock sposta uno dei suoi quadri nello studio, a Springs, East Hampton, New York. (Photo by Tony Vaccaro/Hulton Archive/Getty Images)

I quadri di Pollock e la struttura frattale

Nel 1999 il fisico Richard Taylor pubblica su Nature l'articolo scientifico Fractal analysis of Pollock's drip paintings che dimostra come i pattern nei quadri realizzati con il gocciolamento di Pollock abbiano una struttura frattale: motivi che si ripetono, simili a loro stessi, a scale di osservazione diverse, come accade nelle forme naturali, dalle venature di una foglia alla ramificazione di un fulmine, dal groviglio di rami di un albero alle foglie di felce. Taylor applica alle immagini digitali dei quadri un metodo e un indice che serve a misurare la dimensione frattale di un oggetto, e nota che questa dimensione nel lavoro di Pollock aumenta nel corso degli anni, dalle composizioni più semplici del 1945 a trame via via più dense fino al 1952. Come se Pollock avesse raffinato nel tempo il controllo sul proprio metodo, con un risultato tutt’altro che casuale. Si parla, in effetti, di regolarità come una delle caratteristiche più tipiche dei quadri di Pollock. Taylor dedica a questi studi diversi anni e molte analisi, raccolte nel suo blog sulla pagina web dell’Università dell’Oregon, proponendo l’analisi frattale anche come strumento di autenticazione delle opere.

L’interpretazione di Taylor è considerata però controversa da altri due fisici, Katherine Jones-Smith e Harsh Mathur che nel 2006 pubblicano sempre su Nature una critica al suo metodo. La controversia non si è risolta, ma non c’è dubbio che il lavoro di Jackson Pollock abbia affascinato ben più di uno scienziato, non solo per quanto riguarda l’analisi del suo metodo di lavoro ma anche per gli effetti che i suoi quadri avrebbero su chi li guarda, altro tema su cui troviamo diversi lavori scientifici realizzati nel corso degli anni. 

La storia di Pollock, la sua parabola artistica e alcuni aspetti della sua vita personale sono raccontati in molti libri, documentari, film e podcast. Senza alcuna pretesa di essere esaustive, ne abbiamo scelti alcuni, utili per entrare in contatto con una delle figure più controverse e più mitizzate dell'arte del Novecento americano.

Da ascoltare:

  • Jackson Pollock, ubriaco d'arte. Puntata del podcast italiano Storie dell'Arte, condotto dalla giornalista Valentina Tosoni. L'episodio ripercorre le fasi della maturazione artistica di Pollock, il suo rapporto con il mondo della pittura e dell'arte della sua epoca, e alcuni momenti della sua vita privata, il suo problema di alcolismo e le relazioni familiari. 

Da vedere:

  • Pollock. Film di Ed Harris, USA, 2000, 122 minuti. Esordio alla regia per Harris, che interpreta anche il protagonista. Il film copre gli anni dal 1941, quando Pollock incontra Lee Krasner (che nel film è interpretata da Marcia Gay Harden, premio Oscar per questo ruolo), fino alla morte del pittore nel 1956. Racconta il sostegno della mecenate Peggy Guggenheim, il ruolo del critico Clement Greenberg e la parabola discendente segnata da alcol e violenza. 

  • How Jackson Pollock's "Blue Poles" changed the face of art. Documentario di Alison Chernick, USA, 2019, 16 minuti, prodotto per la serie American Masters di PBS. Ricostruisce la storia di Blue Poles (1952), l'ultimo grande dipinto astratto di Pollock: dalla vendita per 8.000 dollari ai collezionisti Fred e Florence Olsen, al passaggio nelle mani del gallerista Ben Heller, fino all'acquisto nel 1973 da parte della National Gallery of Australia per due milioni di dollari, allora la cifra più alta mai pagata per un dipinto americano. La notizia dell'acquisto scatena perfino una polemica pubblica e politica in Australia, dove viene usata contro il governo laburista di Gough Whitlam, accusato di sperperare denaro pubblico per un'opera che gran parte della stampa liquida come "scarabocchi". Oggi Blue Poles è l'opera più visitata del museo di Canberra.

  • Jackson Pollock. Documentario diretto da Kim Evans, narrato da Melvyn Bragg, Gran Bretagna, 1987, 52 minuti. Con interviste a Lee Krasner, Elaine de Kooning ed Elizabeth Pollock, ricostruisce la vita e il lavoro dell'artista attraverso le testimonianze dirette di chi lo ha conosciuto. 

Da leggere:

  • Jackson Pollock: An American Saga. Di Steven Naifeh e Gregory White Smith, pubblicato nel 1989 e vincitore del Premio Pulitzer per la biografia nel 1991. Basato su oltre 2.000 interviste a 850 persone, ricostruisce l'infanzia itinerante dell'artista nell'Ovest americano, il rapporto con la madre e con i fratelli, gli anni newyorchesi, l'alcolismo e i tentativi di suicidio. È la biografia più documentata su Pollock e la fonte da cui è tratto il film di Ed Harris del 2000.
  • Jackson Pollock. Energia resa visibile. Di B.H. Friedman, edito in Italia da Johan & Levi nella collana "Biografie". Friedman conosce Pollock nella primavera del 1955, nell'ultimo anno di vita dell'artista, e ne diventa amico. Il volume, considerato la prima biografia mai scritta su Pollock, racconta gli anni della formazione, l'alcolismo, il rapporto con Lee Krasner e con Peggy Guggenheim, le serate vivaci alla Cedar Tavern nel Village.
  • Dinner with Jackson Pollock: Recipes, Art & Nature. Libro fotografico di Robyn Lea, Assouline, 2015, presentato anche a Venezia alla Collezione Peggy Guggenheim. Con un focus sulla vita quotidiana in casa Pollock, raccoglie oltre cinquanta ricette trovate su fogli, buste e ritagli di giornale nella casa di Springs: ci sono le ricette scritte a mano da Pollock, dalla moglie Lee Krasner e dalla madre Stella, tra cui il pane di segale di Jackson e la torta di mele con cui l'artista vinceva i concorsi locali. Racconta un Pollock meno noto, appassionato di orto, pesca e cene con gli amici.
  • La guerra fredda culturale. Come la CIA ha influenzato l'immaginario europeo. Libro-inchiesta della giornalista britannica Frances Stonor Saunders, pubblicato originariamente nel 1999 con il titolo Who Paid the Piper? Pubblicato in Italia da Fazi Editore, rieditato quest'anno. Ricostruisce come la CIA, attraverso il Congress for Cultural Freedom, abbia finanziato in segreto mostre, riviste e istituzioni culturali nel secondo dopoguerra per contrastare l'influenza sovietica, includendo il sostegno indiretto, tramite il MoMA di New York, alla diffusione internazionale dell'espressionismo astratto e delle opere di Pollock, presentate all'estero come manifesto della libertà creativa americana contro il realismo socialista sovietico. 

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23 agosto 1953: Jackson Pollock fuma una sigaretta davanti all'entrata del fienile che è utilizzato come studio, 'The Springs,' East Hampton, New York. (Photo by Tony Vaccaro/Hulton Archive/Getty Images)

Da visitare:

  • Pollock-Krasner House and Study Center. La casa e lo studio dove Pollock e Krasner hanno vissuto dal 1945, a Springs, nella cittadina di East Hampton, sulla costa di Long Island, nello Stato di New York, sono oggi un centro studi visitabile, associato all’Università di Stony Brook. Il fienile trasformato in atelier conserva il pavimento macchiato di colore su cui Pollock lavorava le tele stese a terra. Riconosciuta come National Historic Landmark nel 1994, la casa è aperta al pubblico da maggio a ottobre e la visita è su prenotazione.

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