Il profumo raccontato da un podcast: Aromata
“Devo dire che prima non avevo mai sentito parlare di anosmia”, racconta Andrea de Cesco, giornalista e autrice della newsletter Questioni d’orecchio, uno dei punti di riferimento per i podcast in Italia. Il ricordo va alla pandemia di Covid-19, quando proprio la perdita temporanea dell’olfatto era uno dei sintomi più destabilizzanti della malattia. Non ce ne rendiamo conto, ma non sentire gli odori è stata “una perdita di contatto con la realtà e anche uno scollamento da me stessa”, continua de Cesco quando la sentiamo al telefono.
L’occasione della chiacchierata è l’uscita del suo ultimo podcast, Aromata, dedicato proprio alla storia degli odori e dei profumi, al nostro rapporto con essi e al significato culturale che nel corso della storia le essenze hanno avuto e continuano ad avere. L’anosmia dell’autrice è proprio il punto di partenza della narrazione. “Ero terrorizzata di non recuperare l’olfatto”, confessa, “e a dire il vero non so se è ritornato quello di prima: di sicuro sono più sensibile ai cattivi odori”.
Studio matto e appassionato
Quando ha perso l’olfatto ed era chiusa in casa in attesa di non essere più contagiosa durante la pandemia, de Cesco ha reagito come fa sempre: si è messa a studiare. Non solo per cercare di capire che cosa si sapeva di anosmia e Covid-19 (“ancora poco in quella fase, poi sono aumentati gli studi scientifici sul fenomeno”), ma anche per approfondire il nostro rapporto con l’olfatto, un senso che si tende a dare un po’ per scontato.
“ Due dei tre doni dei Re Magi sono profumi: incenso e mirra
Se i quattro episodi di Aromata partono da uno spunto personale, la narrazione si allarga presto a un contesto culturale. L’odore che emaniamo, un po’ come avviene per molte specie animali e vegetali, è una sorta di biglietto da visita con cui ci presentiamo al mondo. Per questo, per secoli l’uso del profumo è stato un segno di distinzione, “un vero e proprio linguaggio politico”. Nell’antico Egitto, così come nella Firenze del Rinascimento, potersi permettere le materie prime, soprattutto quelle più esotiche, significava ricchezza, prestigio, potere.
Profumo anche come segno di predilezione divina
Secondo la tradizione, quando i Re Magi portano i propri doni al neonato Gesù, due su tre sono profumi: incenso e mirra. Sono doni degni di un re, ma portano con sé anche il significato del rapporto privilegiato con il divino. Non a caso, due delle parole con cui Gesù viene identificato hanno a che fare con i profumi. ‘Cristo’ deriva dal greco Christós (Χριστός) e significa ‘l’unto’, sottinteso di balsamo profumato, così come la parola analoga ‘messia’ deriva dall’ebraico mašíakh (מָשִׁיחַ) e significa si nuovo ‘unto’. Siamo infatti in un periodo in cui non si è ancora cominciato a usare l’alcol come solvente per le essenze.
“ Le molecole di sintesi hanno permesso di provare a ricostruire i profumi del passato
L’introduzione dell’alcol per la produzione dei profumi è un miglioramento che viene introdotto dai profumieri islamici, mentre la grande esplosione dell’industria profumiera arriva nel Settecento, quando il centro del mondo dei profumi diventa Grasse, cittadina della Costa Azzurra alle spalle di Cannes. Qui si producono i guanti profumati tra i più ricercati dalle dame dell’aristocrazia europea. Alla base c’è anche la diffusione di un’idea antica come il profumo stesso, che modificare gli odori dell’aria abbia effetti positivi sulla salute.
Siamo di fronte a un’arte?
La produzione dei profumi, nelle sue varie declinazioni, rimane ancora oggi un’attività artigianale, eseguita da mastri profumieri che mescolano le essenza per creare bouquet aromatici originali. Il profumo che ne deriva genera un’esperienza olfattiva che è progettata attentamente, come “uno sviluppo di un’esperienza sia sensoriale, sia emotiva”, precisa de Cesco. C’è un vero e proprio “pensiero d’artista” dietro ogni fragranza d’autore, con un preciso intento: il mastro profumiere ha scelto di dire qualcosa a chi annusa la sua creazione.
La profumeria può quindi essere considerata una forma d’arte, in questo senso. Anche se, ci racconta de Cesco, nell’Ottocento la borghesia non la pensava così. Quando questa diventa una classe importante nella società europea, si rivela anche piena di “nemici della volatilità e dell’impersistenza” che caratterizza proprio i profumi.
La questione della sostenibilità
Per l’aristocrazia, abbiamo detto, era segno distintivo l’uso di essenze esotiche e rare. Come per esempio il “muschio”, estratto dalla ghiandola di una specie di cervo, oppure la cosiddetta “ambra grigia”, derivata dalla secrezione intestinale del capodoglio. In alcuni casi, lo sfruttamento di animali o piante per le loro caratteristiche olfattive ha rischiato di portare all’estinzione alcune specie.
Per fortuna le cose hanno cominciato a cambiare con quella che de Cesco non esita a definire “la rivoluzione della chimica”, cioè la possibilità di creare in laboratorio molecole identiche o molto simili a quelle naturali che producono specifici aromi. “Ormai la chimica impiegata nella profumeria”, spiega de Cesco, “è di talmente alta qualità che non si riescono a distinguere sostanze naturali da quelle prodotte con la sintesi”. Si è così aperta una profonda trasformazione, in senso di sostenibilità, di tutto il settore profumiero.
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Ma la chimica ha aperto anche la possibilità di allargare lo spazio creativo di chi inventa nuovi profumi. “Si è cominciato a pensare di ricreare esperienze olfattive del passato”, racconta l’autrice di Aromata, “permettendo a chi le annusa di essere trasportato in ambienti del passato” e fornendo così un’esperienza emotiva e sensoriale che è anche una forma di conoscenza.
Conoscenza della storia del profumo che Aromata, nei suoi quattro episodi, ci spinge a voler ampliare. Magari per sapere come sono nati alcuni profumi celebri, oppure chi c’è dietro progetti come quello di ricreare il profumo della Stazione Spaziale Internazionale o l’odore che avevano le mummie dell’antico Egitto. Come sottolinea de Cesco mentre chiudiamo la telefonata, anche in profumeria “non c’è più limite all’immaginazione”.