Quando nasce l’omofobia? Un'indagine sui classici greci e romani
Nel 1895 Oscar Wilde viene processato per atti osceni. La sua colpa? Aver intrattenuto relazioni omosessuali in un paese che le vietava, l’Inghilterra. Wilde, intelligente e acuto come sempre nella sua vita, inizia così il suo discorso alla sbarra dei testimoni:
“L’amore che non osa pronunciare il suo nome è in questo secolo il grande affetto di un uomo più maturo per uno più giovane, come quello che ci fu tra Davide e Gionata, come quello su cui Platone fondò la sua filosofia e come quello che possiamo trovare nei sonetti di Michelangelo e Shakespeare”.
In poche parole, fa riferimento a un episodio della Bibbia, al presunto rapporto omoerotico tra Platone e il suo maestro Socrate e a due artisti considerati due geni intoccabili. Se per questi uomini non è sbagliato amare un altro uomo, allora perché dovrebbe esserlo per lui?
Tra quegli episodi più antichi, quello biblico e quello platonico, e la fine del XIX secolo, però, sono passati diversi secoli, durante i quali la morale pubblica occidentale ha profondamente cambiato posizione sull’omosessualità. È da qui che parte l’indagine sui testi classici di Harry Tanner, autore inglese con un dottorato in lingue classiche, che si domanda quando e come è cambiata la prospettiva. Lo fa in un libro appena uscito in traduzione italiana: Ai nostri innumerevoli perduti baci. All’origine dell’omofobia in Occidente (UTET).
Il mito greco di Saffo
Tanner va alla fonte dei testi classici, cercando il più possibile di attenersi alla lettera di quello che contengono, in un’operazione di spirito filologico che cerca di scrollare dalle pagine di Platone, di Aristotele e di altri autori il peso di interpretazioni che si sono cristallizzate nel tempo. In particolare, dalla sua prospettiva di studioso, è proprio la preponderante visione moralista vittoriana ad aver ancora oggi un peso nell’interpretazione dei classici greci su questo punto.
Ne è un esempio il trattamento che i dotti dell’Ottocento dettero della vicenda di Saffo. Saffo di Lesbo, isola orientale dell’arcipelago greco di fronte all’attuale Turchia, è una figura che potremmo paragonare a una moderna poeta: componeva canzoni che venivano eseguite in occasioni pubbliche con anche un accompagnamento musicale. Della sua produzione poetica è rimasto un corpus ridotto, ma sufficiente per qualificarla come esempio di poesia queer, specificamente lesbica - parola nata proprio ispirata a lei.
In un frammento, Saffo descrive la bellezza di un’altra donna, Anattoria, paragonandola a Elena di Troia, paradigma di bellezza mitologica. In un altro invoca Afrodite, dea della bellezza, perché intervenga in suo favore: è innamorata perdutamente di una donna che trova irresistibile. Saffo, secondo la ricostruzione storica, viveva circondata da una cerchia di donne non sposate (chiamata tìaso), all’interno del quale è molto probabile che esistessero rapporti d’amore e di sesso. I critici vittoriani, come spiega Tanner, cercarono di limitare la presenza pubblica di Saffo nella società dell’epoca, classificando i suoi come testi scolastici di una fantomatica “scuola privata”.
Quello che non riuscivano a vedere è la possibilità di un amore lesbico in una società, quella di Lesbo, che in qualche misura lo tollerava. Purtroppo, scrive Tanner, “nelle fasi successive dell'antichità questa prima rapida apparizione poetica della sessualità femminile non ebbe seguito, e la nostra prospettiva su di essa è oscurata da voci maschili determinate a metterla a tacere”.
“ La nostra prospettiva sulla poesia lesbica è stata oscurata da voci maschili determinate a metterla a tacere Harry Tanner
La prima legge omofoba
Non bisogna però pensare, ci ricorda Tanner, che l’atteggiamento della società greca nei confronti dell’omossessualità sia sempre stato quello di Lesbo. Uno dei pregi del libro è infatti ricostruire la complessa relazione di diverse società antiche con l’omosessualità, mostrandone anche le contraddizioni interne.
A fronte dell'apertura dell'antica Lesbo, di Megara e della Beozia, Sparta rappresentò, per esempio, uno dei primissimi casi documentati di repressione legale dell'omosessualità maschile.
La Grande Rhetra, la costituzione spartana attribuita al mitico legislatore Licurgo, vietava esplicitamente qualsiasi attività sessuale tra uomini. I cittadini potevano coltivare amicizie profonde, ma chiunque mostrasse un "desiderio esteriore" o lo esprimesse fisicamente commetteva un reato.
Tanner interpreta questa scelta non come un'anomalia morale isolata, ma come coerente con la filosofia politica spartana: la parola d'ordine era sophrosyne (σωφροσύνη), autocontrollo. Così come lo sfoggio di ricchezza era vietato, anche il desiderio sessuale andava imbrigliato, perché distoglieva il cittadino dalla disciplina militare e dalla trasmissione del patrimonio familiare. Curiosamente, questo divieto non si applicava alle donne: le poesie del lirico spartano Alcmane conservano scambi erotici tra donne, e alcuni studiosi ipotizzano che esistesse persino un rituale di convivenza tra ragazze non sposate.
È proprio a forme di autocontrollo come quelle implicite nella morale spartana che Tanner attribuisce l’inizio di un cambio di atteggiamento nei confronti dell’omossessualità e di tutte le forme di erotismo non conforme. Si sviluppa progressivamente una morale pubblica che lega profondamente comportamenti privati e pubblici, una visione della società che si rafforzerà nel corso dei secoli successivi.
Achille e Patroclo
Uno degli esempi più celebri di amore queer nell’antica Grecia è sicuramente quello di Achille e Patroclo. A consegnarlo ai posteri è l’Iliade, trasmessa oralmente per generazioni e messa per iscritto attorno al VII secolo a.C da Omero. La trama è nota: Achille, il più grande guerriero greco, si ritira sdegnato dall’assedio di Troia. Un solo uomo rimane con lui, Patroclo. Insieme cucinano, suonano, mangiano e condividono gli stessi alloggi. Omero non dice se condividano anche il letto. A un certo punto, Patroclo, disperato per le perdite dei Greci, scende in battaglia indossando l'armatura di Achille e viene ucciso da Ettore.
“ Alla morte di Patroclo, Achille si strappa i capelli e urla al cielo: nella cultura greca era così che una moglie piangeva il marito Harry Tanner
La reazione di Achille alla notizia della sua morte è straziante: si sparge la cenere sul viso, “si strappa i capelli e urla al cielo. Calde lacrime gli bagnano il viso”, scrive Tanner, sottolineando che “nella cultura greca era così che una moglie piangeva il marito”. Quello di Achille è il dolore di una vedova e “le parole che Omero usa in quel passo riecheggiano quelle che userà nel raccontare come Andromaca, principessa di Troia, piange la perdita di suo marito Ettore”.
Omero però tace sul resto, ed è un silenzio politico. Tanner spiega che l'Iliade era un testo per tutti i Greci: da Atene e Megara, dove l'amore omosessuale era tollerato, a Sparta, dove era illegale. L'autore non si sarebbe potuto permettere di prendere posizione. Ma quella reticenza non fermò i Greci: Platone e le generazioni successive continuarono a interrogarsi se i due fossero amanti, e la storia di Achille e Patroclo diventò, come scrive Tanner, una specie di cartina al tornasole della tolleranza greca nei confronti dell'amore queer: un testo aperto, su cui ogni epoca ha proiettato la propria risposta alla stessa domanda.
Roma e le sue contraddizioni
Nel libro di Tanner, Roma rappresenta un caso complesso e contraddittorio. Il periodo preso in considerazione è quello tra il I sec. a.C. e il I d.C., cinque-seicento anni dopo la legge omofoba spartana e altrettanto dopo le prime versioni scritte del poema omerico.
Tanner descrive un impero che produceva simultaneamente affreschi di sesso tra uomini nelle terme pubbliche, racconti di imperatori che si portavano a letto chiunque e poemi d'amore tra eroi maschili come Niso ed Eurialo. E al tempo stesso promulgava leggi punitive, come la Lex Scantinia, una norma che criminalizzava certi comportamenti omosessuali maschili. E incoraggiava lo Stato a violente irruzioni contro i baccanali, riti in onore del dio Bacco in cui si cercava il contatto con il divino attraverso l’ebbrezza e anche il sesso.
Il punto cruciale individuato da Tanner è che Roma non condannava il sesso tra uomini in quanto tale, ma il ruolo passivo. Essere il partner dominante era accettabile (specialmente nei rapporti con gli schiavi), mentre desiderare di essere sottomessi era considerato una minaccia al patriarcato romano. Il pathicus (l'uomo che assumeva il ruolo passivo) era disonorato e vulnerabile giuridicamente. Un politico o un avvocato sorpreso in questo ruolo perdeva la carriera. Un punto di vista sull’omoerotismo maschile che si ritrova in moltissime società posteriori, come per esempio nell’Italia fascista che puniva prevalentemente gli “effeminati”.
La metafora usata da Tanner è illuminante: nell'antica Roma, l'identità queer era come la cocaina oggi, cioè associata al lusso e all'eccesso, tollerata nei margini, ma gravata da senso di colpa, paura del declino personale e perdita di controllo. Infatti, non c’è evidenza documentale di una coppia queer felice e convivente in questo periodo. Scrive Tanner: “è rarissimo sentire di una coppia felice di conviventi queer. Una volta che lo si nota, è un silenzio assordante”.
l libro di Tanner prosegue con un ultimo capitolo dedicato al rapporto con l’omosessualità dei vari testi della Bibbia: dall’episodio di amore queer tra Davide e Gionata raccontata dal libro di Samuele al celebre monito omofobo del Levitico: “Non ti coricherai con un uomo come si fa con una donna: è cosa abominevole”. Questa parte del libro, rispetto alla dovizia di dettagli dei primi capitoli, è un po’ più superficiale: avremmo voluto saperne di più.
Ciò nonostante, Ai nostri innumerevoli perduti baci rimane una bussola essenziale per capire da dove arrivano certe idee omofobe che circolano ancora oggi e ci mostra con che stratificazione di passaggi si sono formate. A ricordare che non c’è mai un singolo momento che si possa indicare come quello da cui tutto deriva, ma che si tratti sempre di leggeri smottamenti, piccoli spostamenti di visioni della società che però, alla fine, possono provocare la sofferenza delle persone.